venerdì 30 settembre 2011

Lo sfogo amaro di Juri Bossuto

Per il leader della sinistra radicale torinese, la sua è una città al tramonto.

Gaetano Farina 29 settembre 2001- E’ un Bossuto sconsolato, ai limiti dell’indignazione, quello che oggi si è presentato ai nostri microfoni per giudicare i primi mesi di lavoro della giunta Fassino.

Il leader della Sinistra “radicale” torinese (Rifondazione Comunista), che ha fronteggiato Fassino proprio per la carica a sindaco lo scorso maggio, non usa mezzi toni specialmente per criticare alcuni annunci propagandistici della nuova giunta: “a giugno sindaco e giunta autocelebrarono la scelta di ridurre del 40% il budget di ogni assessorato per il reclutamento degli staffisti, come primo segnale chiaro da dare alla gente, quasi fosse una svolta epocale. Eppure, io dico che non è proprio tempo di esaltazioni ed esultanze. Torino, mi piange il cuore ammetterlo, sembra al tramonto con una percentuale di disoccupati giovani che ha raggiunto questo anno il 20%, un punto in più della percentuale greca. A questo possiamo aggiungere il destino incerto, appeso ad un filo, dei tanti precari che impegnano la loro opera nel pubblico come nel privato: persone che vanno a riempire, virtualmente, la casella degli “occupati”, seppur per un giorno o per un mese. L’esempio più eclatante giunge ancora dalla nostra Città, dove i giovani precari reggono le sorti dei nidi e delle scuole materne, in una permanente condizione di ostaggi in mano alla macchina comunale, la quale punta alla loro tempia una pistola caricata con la ricerca di mobilità interna di personale da altre mansioni, al fine di fare a meno dei precari stessi e della loro professionalità, e con l’opzione di far scadere il contratto ai medesimi prima di Natale per non pagare le ferie”.

Bossuto si sofferma anche sull’annosa vicenda CSEA: “qualcuno vuole uccidere questo ente formativo dalla lunga storia per fare posto ai privati, mentre la dirigenza comunale sembra non essere in grado (o non vuole) trovare una soluzione al disastro annunciato che metterebbe sulla strada duecento famiglie”. E se la prende anche con gli aumenti di tariffe deliberati dalla nuova giunta che definisce “sciagurati”: “tra questi, desidero segnalare il nuovo prezzo stabilito per l’utilizzo della parte mussale delle Nuove. L’associazione composta da volontari che gestisce l’ex carcere, deve adesso pagare cinque volte tanto per accedere nei locali in proprietà della Città (da 100 Euro al mese a 500) per accompagnare i visitatori nella struttura!”.

Molto critico è, infine, sulla scelta di confermare il posto da city manager (stipendio da super manager) a Cesare Vaciago “al fine di accompagnarlo alla pensione (poverino!)” come motivato dallo stesso Fassino.

Fonte: Articolo Tre

Nessun governo con il PD. Bertinotti e Rinaldini con Rifondazione

di Daniela Preziosi su il manifesto del 30/09/2011

Ferrero, Prc: è tornato il leader del '98. Ma dica sì al fronte antidestre. Il segretario e l'ex guida di Rifondazione uniti dalla legge elettorale. Preparano un confronto pubblico a Milano

«In queste sue ultime scelte ritrovo il Bertinotti del '98 (quello della rottura con Prodi, ndr) del 2001 (quello del Social Forum di Genova, ndr) insomma, per me il Bertinotti migliore». L'ultima «rottura» dell'ex segretario Prc piace molto a Paolo Ferrero, all'attuale segretario di quel partito, nel frattempo però passato per alcune scissioni. L'ultima, nel 2009. Spiega Ferrero: «In quell'occasione il tema di fondo era proprio il tema del governo e il rapporto con il Pd». Vendola e i suoi, che non escludevano una futura collaborazione con il centrosinistra, uscirono dal partito e fondarono Sinistra ecologia libertà. Bertinotti non vi aderì, ma si schierò con loro.

Ora, con l'acuirsi della crisi e il 'golpe' delle manovre d'agosto, neanche avversate dal Pd, Bertinotti ha scritto un saggio (esce in questi giorni su Alternative per il socialismo) che bolla come «ente inutile» la sinistra «che non sa dire di no», e che al pari delle destre «accompagna acriticamente la ristrutturazione capitalistica». Niente accordi, dunque. E indica la strada dell'autonomia dei movimenti «di lotta e di mobilitazione», rivolte e indignados.

La cronaca si incarica di dimostrare almeno il suo primo assunto: di ieri la pubblicazione di una lettera in cui la Bce indica la selvaggia cura economica a cui dovrebbe essere sottoposta l'Italia. Dal Pd nessuna contestazione di merito. «È evidente che il centrosinistra, per com'è oggi, non vuole fuoriuscire dal quadro dei vincoli monetari europei», ragiona Gianni Rinaldini, già segretario Fiom oggi fra i promotori di Uniti per l'alternativa, che prepara la mobilitazione del 15 ottobre. «La riedizione dell'Ulivo è destinata al fallimento, questo è sicuro e già dimostrato, basta guardare a Zapatero e alla Grecia. Il resto è oggetto di discussione».

Ma torniamo al Prc. Ferrero applaude il Fausto ritrovato. «Il punto, che noi avevamo individuato da tempo, è che non ci sono le condizioni per un governo con il centrosinistra. È la lezione di fondo dell'ultimo governo Prodi», di cui Ferrero era ministro e Bertinotti presidente della Camera. Ma stavolta Bertinotti non scavalca perfino la Rifondazione - che non vuole fare il governo con l'Ulivo ma propone comunque un fronte antidestre - e riecheggia l'antico «questo o quello pari sono», riferito agli schieramenti di destra e centrosinistra? Ferrero mette le mani avanti, ha letto il saggio solo negli stralci pubblicati dal manifesto, ma «se così fosse sbaglierebbe. Passerebbe dall'estremismo governista a quello della separazione consensuale del 2008, ai tempi della Sinistra arcobaleno, una delle principali cause della nostra distruzione. Pd e Pdl non sono pari, il governo Bersani garantirebbe un quadro costituzionale e non procederebbe alla demolizione rapida dei diritti e dello stato sociale».

In Rifondazione applausi a scena aperta, dunque. Il padre nobile di Sel sembra sconfessare la linea 'accordista' di Vendola e compagni. E non solo per manifesta incompatibilità con le ricette economiche del Pd. «Bertinotti concorda con noi anche sul fatto che il sistema bipolare maggioritario sia una gabbia che preclude la costruzione del nuovo spazio pubblico; e che, quindi, è un imbroglio il referendum in atto sul ripristino del "Mattarellum". Non a caso la rivendicazione prima degli "indignati" spagnoli è quella del sistema proporzionale», dice Giovanni Russo Spena. Mettendo il dito su un altro punto di contatto del vecchio segretario con l'ultimo Prc: la legge proporzionale. Vendola si è schierato con il referendum pro Mattarellum. E non poteva fare diversamente: il ritorno al proporzionale cancellerebbe le primarie per la premiership, eterno cavallo di battaglia di Vendola. Fu proprio Bertinotti, del resto, il primo a portare la sinistra sinistra alle primarie, quelle dell'Unione nel 2005.

«Siamo di nuovo in sintonia», spiega Augusto Rocchi, punto di riferimento dei bertinottiani non entrati in Sel. A patto che «non ci si chiuda nell'isolazionismo. Oggi Bertinotti dà ragione alla scelta di fondo del Prc: che non si è chiuso nel settarismo identitario, pur sapendo che le condizioni per un governo con il centrosinistra non ci sono». Ma è un riavvicinamento? In questi giorni l'ex presidente della Camera discute con molti suoi ex compagni di partito. La prossima settimana tornerà a Liberazione, il quotidiano del Prc, per un forum con Ferrero. E a novembre i due si sono dati un altro appuntamento pubblico, una tavola rotonda a Milano, assieme a Mario Tronti.

E tornato Garibaldi Fest - Seconda Edizione

E tornato Garibaldi Fest - Seconda Edizione
Festa provinciale dei giovani comunisti torino 2.0

Ore 16: Giovani e Rifondazione: quale prospettiva per il socialismo xxi
Ore 19: Apericena
Ore 21: Dibattito sul lavoro e le dittature delle banche
Ne discutiamo con i compagni dei GC, PRC, FDS, CGIL, USB, FIOM
(nei prossimi giorni pubblichiamo i nomi)
Ore 24: Bicchierata con i 2.0 torinesi

Via dei Mille 6 - Settimo Torinese

giovedì 29 settembre 2011

Le misure di cui ha bisogno l'Italia

Vista la moda di burocrati, potenti e signorotti della finanza di mandare lettere al governo italiano in cui gli dettano per filo e per segno le misure da imporre ai cittadini per superare la crisi, proviamo a mandare anche noi una lettera, firmata da due studenti qualunque. Chissà se queste proposte saranno recepite immediatamente come quelle di Draghi e Trichet...

Scortese Presidente del Consiglio,

Abbiamo discusso della situazione dei mercati dei titoli di stato italiani, ne parlano tutti, ma in pochi parlano di noi, delle nostre condizioni di vita oggi, e di quelle che con quasi assoluta certezza saranno le nostre condizioni di vita domani.
Riteniamo pertanto serva chiarire la situazione di noi studenti e precari e che siano urgenti e necessarie misure a nostro sostegno.
Le scriviamo perché abbiamo scoperto dalla stampa che due persone prive di qualunque mandato democratico, scrivendo a Lei, possono imporre l'agenda economica italiana. E quindi non sentendoci da meno di Trichet e Draghi, crediamo di doverLe imporre i provvedimenti che riteniamo urgenti per rassicurare noi, non i mercati.

La manovra appena realizzata è il colpo di grazia allo stato sociale italiano. Si aggiunge alle manovre che negli ultimi anni hanno tagliato risorse a scuole e università al punto da provocare riduzione drastica dei servizi, abbassamento dei livelli qualitativi, ulteriore degenerazione dell'edilizia scolastica, cancellazione del diritto allo studio, aumenti delle tasse.
Scriviamo questa lettera per ribadire con forza alcuni principi che abbiamo più volte espresso con grandi manifestazioni e con i referendum di giugno. Visto che finora siamo rimasti inascoltati, abbiamo deciso di usare lo strumento che in questa fase storica sembra essere più incisivo: una lettera di due tizi a caso senza alcun mandato popolare.

Nell'attuale situazione riteniamo essenziali le seguenti misure:

1. I tagli della legge 133 e la riforma Gelmini hanno smantellato la scuola, l'università e la ricerca pubbliche in Italia, privando il nostro paese della prima risorsa necessaria all'uscita dalla crisi, cioè il sapere dei propri giovani. Chiediamo immediatamente un'AltraRiforma di scuola, università e ricerca, che rimetta al centro l'interesse pubblico e l'accesso universale a saperi di qualità, accompagnata da un piano straordinario di investimento su formazione e innovazione.

2. Il 12 e 13 giugno 27 milioni di italiani hanno sancito mediante referendum la ripubblicizzazione dei servizi idrici, indicando la strada della tutela dei beni comuni. Qualunque velleità di ulteriori privatizzazioni deve essere abbandonata. Bisogna invece dare seguito all'attuazione dell'esito referendario. Non possiamo pensare di far cassa lasciando saccheggiare il welfare, la sanità, l'istruzione, i beni comuni di questo Paese.

3. C'è l'esigenza di una radicale riforma del mercato del lavoro. Per anni ci è stato raccontato che la flessibilità era un'opportunità per uscire dalla crisi. In realtà la disoccupazione giovanile sfiora il 30%, si allungano i tempi per l'inserimento nel mondo del lavoro dopo il conseguimento di un titolo di studio, i precari in Italia sono circa 4.000.000, e Lei vorrebbe deregolamentare ancor di più il mercato del lavoro? E' necessaria invece l'eliminazione delle tipologie contrattuali atipiche che travestono da lavoro autonomo quello che è a lavoro subordinato a tutti gli effetti, legalizzano il caporalato, privano di diritti centinaia di migliaia di lavoratori. Non si può inoltre pensare di cancellare il diritto del lavoro, l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il contratto collettivo nazionale.

4. Serve un welfare in grado di dare risposte concrete a tutte e tutti. Tutelare e rafforzare il welfare è anche un modo per rilanciare l'economia, oltre che ovviamente tutelare i più deboli. L'Unione Europea che Lei ama tanto seguire in ogni affermazione quando si tratta di portare avanti politiche neoliberiste, ha affermato, mediante risoluzione del Parlamento Europeo, la necessità di un reddito minimo garantito, fissato al 60% del salario medio nazionale, perché non ascoltare l'UE in questo caso?

Vista la gravità della situazione è necessario procedere immediatamente, se ciò non avverrà ci vedrà in piazza, il 7 ottobre in tutt'Italia, a partire da scuole e università, e il 15 ottobre in tutt'Europa, indignati più che mai, perché non accetteremo di pagare la crisi. Non abbiamo da perdere che i vostri debiti.
Distinti saluti,
due studenti qualunque

Fonte: Rete della conoscenza

Sull’esempio di Thomas Sankara, il CHE africano

La storia del Burkina Faso e quella del suo primo Presidente, Thomas Sankara, sono di quelle che vorrebbero farci dimenticare.

Dimenticare perchè scomode ai grandi poteri finanziari internazionali ed alle grandi potenze occidentali.
La storia rivoluzionaria di Thomas Sankara inizia il 4 agosto 1983, quando prende il potere con un colpo di Stato incruento e senza spargimenti di sangue.
Prima del suo arrivo alla Presidenza, il paese era chiamato Alto Volta. Sankara lo cambiò in Burkina Faso, che in due lingue locali (il morè e il dioula) significa “Paese degli uomini integri”.

Sankara non era visto bene dalle potenze occidentali e dagli americani.
Voleva nazionalizzare le principali risorse del paese per usarle in favore del suo popolo massacrato dalla fame, da un tasso di mortalità infantile del 187 per mille, dalla malaria e sotto il peso insostenibile del debito estero, creato dai precedenti regimi corrotti.
Quando salì al potere le prime politiche che attuò furono i tagli alle importazioni superflue, alle spese militari, rivoluzionò il modo di consumare solamente in base a quello che il Burkina Faso poteva produrre autonomamente, abolì le indennità presidenziali. Diceva che “non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero.” Sankara era uno dei presidenti di Stato più poveri mai visti. Viveva in una casa nella capitale, Ougadougou, per nulla differente dalle altre e nella sua dichiarazione dei redditi del 1987 risultavano solamente una vecchia Renault 5, alcuni libri e, tra le altre cose, un bilocale con ancora il mutuo da pagare.
Nei suoi anni di presidenza riuscì, rifiutando sia gli aiuti del FMI e della Banca Mondiale, a dare 10 litri d’acqua e 2 pasti al giorno a tutto il suo popolo.
Costruì ospedali, strade, ferrovie e scuole. Finalmente quel piccolo paese tra i più poveri del mondo, stava vedendo la luce dello sviluppo.
Ma ciò non poteva essere sopportato dalle grandi potenze occidentali, soprattutto quando Sankara disse, il 29 luglio 1987 all’Organizzazione dell’Unità Africana, di “non pagare il debito!”

Noi pensiamo che il debito si analizza prima di tutto dalla sua origine.
Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo.
Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato.
Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie.
Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini.
Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo.
Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici anzi dovremmo invece dire “assassini tecnici”.

Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun dibattito ; ora che perdono al gioco esigono il rimborso.
E si parla di crisi.
No, Signor presidente.
Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco.
E la vita continua.
Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare.
Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito.
Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue.

Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, non sarò qui alla prossima conferenza!
Invece, col sostegno di tutti, di cui ho molto bisogno, col sostegno di tutti potremo evitare di pagare, consacrando le nostre magre risorse al nostro sviluppo.

Con queste parole Thomas Sankara aveva sfidato il sistema economico mondiale. Aveva sfidato i signori del FMI e della Banca Mondiale.
Aveva detto NO al sistema del debito!
Grazie ad una splendida inchiesta del giornalista di Rai Tre Silvestro Montanaro, oggi sappiamo che alcuni uomini fidati di Sankara, con cui salì al potere nel 1983, tra i quali Blaise Compaorè, Gengerè (ora Ministro della Difesa del Burkina Faso) e Charles Taylor (burattino al servizio della CIA ed ex Presidente della Liberia) si riunirono prima in Mauritania e dopo in Libia insieme ad un uomo francese per discutere di come rovesciare Sankara. Dalla riunione in Libia venne l’appoggio anche di Gheddafi.

La Francia fu parte integrante, insieme alla CIA, del colpo di Stato che il 15 Ottobre 1987 fu attuato contro il Presidente Sankara.
Entrambe furono d’accordo a dare, una volta rovesciato Sankara, la presidenza a Blaise Compaorè.
Un uomo della CIA, che era presente all’ambasciata americana in Burkina Faso, lavorò a strettissimo contatto con il capo dei servizi segreti dell’ambasciata francese. Furono loro che decisero di far fuori Sankara!
Tuttò ciò fu dovuto al criminale interesse imperialista che l’America aveva di prendere il controllo del Burkina Faso. Sankara venne ucciso con dei colpi d’arma da fuoco da parte di quello che una volta era il suo migliore amico: Blaise Compaorè, che poi diverrà Presidente.
Da quel 1987 il Burkina Faso è sprofondato nuovamente nella povertà estrema, nella malattia e nella fame
La tomba di Thomas Sankara recentemente è stata oggetto di atti vandalici, da parte di chi ancora non è dato sapere.

Dal maggio di quest’anno i burkinabè sono in rivolta, urlando che “abbiamo fame!”. Il leader delle proteste si chiama Bénéwendé Sankara, non è un parente, ma solo quel cognome basta alla gente per farla tornare a lottare per i propri diritti.
Nonostante provino ad ucciderlo nuovamente, Thomas Sankara, il Che Guevara africano come è stato soprannominato, è più vivo che mai nei cuori e nelle lotte del suo popolo che non ha dimenticato il coraggio e l’esempio del suo grande Presidente.

Fonte:  Qualcosa di sinistra

L'orgia patriottica simulata e una portaerei senza dignità

di Francesco Delledonne

“ Garibaldi, brigate d'assalto,
tu che sorgi dall'italo cuore,
per la Patria, la fede e l'onore
contro chi maledetto tradì. ”

La vergognosa guerra imperialista di questi mesi impone di affrontare con serietà la questione della sovranità nazionale e dell'indipendenza del nostro Paese.
Proprio nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia infatti, dimostriamo più che mai di essere una colonia dei padroni d'oltreoceano, aggredendo un Paese amico al primo schiocco di dita del padrone a stelle e strisce. Il solito teatrino politico, con giornalisti supinamente al seguito, ha tentato e tenta (riuscendoci purtroppo) di mascherare la presenza di 113 installazioni militari statunitensi sul nostro territorio intonando l'Inno di Mameli, applaudendo le Frecce Tricolori e celebrando in maniera surreale la nostra servitù.

L'intero arco parlamentare (oltre a Vendola che ha chiesto una "no-fly zone vigilata") è di fatto favorevole alla aggressione contro la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare e Socialista; un'aggressione che, oltre ad essere ignobile e criminale (non c'è infatti nulla di più vile ed infame dei bombardamenti a distanza contro uno stato militarmente inferiore), va contro i nostri stessi interessi geopolitici ed economici, stracciando il Trattato di Bengasi e confermando quindi la nostra storica fama di traditori. Uno spettacolo di servilismo bipartisan osceno e infinitamente più grave delle puttane di Berlusconi, che rimangono ovviamente una scena indegna e il simbolo del degrado politico e morale cui porta il capitalismo.

In questa selva di politici senza dignità spicca il viceré (scusate, Presidente della Repubblica) Giorgio Napolitano che, pur di eseguire gli ordini del padrone Obama, non ha esitato a sputare sulla Costituzione che pure ha giurato di difendere, fino a spingere un inizialmente incerto Berlusconi a bombardare il "bel suol di Tripoli".

E i comunisti? Questa guerra ha messo tristemente in evidenza gli enormi limiti teorici e di analisi dei comunisti e della sinistra italiana, motivo per cui questa è la prima guerra contro cui non c'è alcuna protesta visibile (anche a causa dell'Obamania, leggi “lavaggio del cervello”, cui sono stati sottoposti gli europei in questi anni). Nella maggior parte dei casi (fortunatamente con sempre più numerose eccezioni a livello di singoli militanti) la critica si ferma ad uno sterile quanto patetico pacifismo, per cui si criticano i mezzi usati dalla NATO ma se ne condividono in toto gli obiettivi: la cacciata di Gheddafi e l'imposizione dall'esterno di una liberaldemocrazia filo-occidentale (o, meglio, una monarchia costituzionale senussita). Sterile pacifismo, va sottolineato, che spesso è il preludio alla negazione della stessa legittimità della violenza rivoluzionaria per rovesciare un sistema di sfruttamento. Un pacifismo che sostituisce Gandhi a Lenin; un pacifismo insomma che porta direttamente all'anti-comunismo.

Occorre quindi lavorare con pazienza e volontà per una rivoluzione culturale radicale tra i comunisti, in modo da recuperare l'analisi leniniana dell'imperialismo (adattandola al XXI secolo, in cui siamo in presenza di una evidente pretesa unipolare non prevedibile da Lenin) e l'importanza in questo contesto della sovranità nazionale e dell'indipendenza.

Bisogna ribadire con forza che la sovranità nazionale non è in contrasto con l'internazionalismo, ma anzi ne è il perno centrale e imprescindibile ( “Tra il nazionalismo correttamente inteso e l'internazionalismo proletario non c'è e non può esserci contraddizione. Il cosmopolitismo senza patria, che nega il sentimento nazionale e l'idea di patria, non ha nulla da spartire con l'internazionalismo proletario.” - Georgi Dimitrov).

Chi appena sente la parola Patria (che peraltro non compariva nemmeno nell'Eniclopedia Italiana del fascismo) inizia a sbraitare con la bava alla bocca "Fascista!" dovrebbe rendersi conto che sta dando dal fascista al Che, a Fidel, a Togliatti, a Ho Chi Minh, a Mao, a Chavez, a Lukashenko, eccetera, e deve ricordare che i comunisti storicamente hanno vinto solo (SOLO!) quando sono stati in grado di unire la lotta per la liberazione sociale a quella per la liberazione nazionale, ed hanno saputo guidare tutto il popolo verso l'indipendenza e la sovranità nazionale.

Il Patriottismo non ha nulla a che vedere né con il nazionalismo estremo né con il razzismo (che ne sono anzi la negazione). La Patria dei comunisti è intesa infatti in senso territoriale prima ancora che etnico, e l'amore per la Patria, parafrasando Josè Martì, è prima di tutto l'odio eterno verso chi la opprime.

Lottare per l'indipendenza distruggendo "l'ombrello protettivo" della NATO e l'oligarchia finanziaria dell'UE dunque come premessa indispensabile per la liberazione sociale e la fine dello sfruttamento. Anche un movimento studentesco che si oppone all'applicazione di questa contro-riforma e a quelle successive senza porre questa questione sarà inutile ed inoffensivo. La Gelmini infatti risponde a Tremonti che a sua volta risponde ai banchieri anglosassoni e al grande capitale (vedi l'ignobile crociera sul Britannia del '92 in cui si è decisa la svendita dell'industria pubblica italiana). Un movimento quindi che concentra tutta la sua legittima rabbia sul primo dei gradini senza porre in questione il sistema economico che ci sta dietro sarà destinato inevitabilmente ad essere strumentalizzato ed anzi a rimanere un fenomeno folcloristico che non fa altro che rafforzare il "sistema" che dice di voler combattere.

A questo degrado i comunisti devono rispondere recuperando le esperienze migliori del Risorgimento e della Resistenza e lavorando pazientemente nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro per la costruzione di un movimento di massa in grado di porre la questione della necessità di un terzo Risorgimento, che liberi l'Italia dall'occupazione (militare, economica e culturale) nordamericana e dallo sfruttamento capitalistico.

Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l'ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trusts internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio. Essi non soltanto vendono, ma si vendono volentieri al migliore offerente tra gli imperialisti stranieri.

* Palmiro Togliatti [Il patriottismo dei comunisti – Rinascita, 1945]

Patria o morte, Vinceremo!

Fonte: A piena voce

Verso il congresso del Prc. Parla Paolo Ferrero (doc1)

Due giorni dopo il Cpn che ha definito tempi e modalità della fase congressuale, Paolo Ferrero interviene, proponendo un ragionamento che tiene insieme il tema della crisi con le proposte di Rifondazione comunista. Parli spesso di “crisi costituente”. Cosa intendi?
E’ una crisi che cambierà tutto, che “costituirà” una nuova realtà delle cose. Non ci troviamo dinnanzi ad una crisi ciclica, ma del capitalismo in quanto tale. Questo vuol dire che per uscire dalla crisi occorre cambiare radicalmente politiche economiche e quindi demolire privilegi ed equilibri di potere costruiti in 25 anni di neo liberismo. Occorre discontinuità perché sono proprio le politiche neoliberiste che hanno portato alla crisi. Le classi dominanti, che non sono disponibili a cedere potere e privilegi, stanno al contrario reagendo con la demolizione delle conquiste di civiltà di questi 60 anni di dopo guerra. Non sono solo sotto attacco i diritti sociali, ma anche la democrazia. In questo senso dico “costituente”, perché non se ne può uscire come ne siamo entrati. Ne usciremo da destra con una nuova “barbarie” o da sinistra, con maggior giustizia sociale e l’allargamento della democrazia, a partire da quella partecipata.

Come spiegheresti ad una delle tante persone stremate dalla crisi, magari ad un giovane o ad una giovane di 20 anni l’attualità e l’utilità del comunismo?
Si ripropone l’attualità del comunismo in quanto il capitalismo non è in grado di garantire lo sviluppo sociale e civile. Aver messo al centro il profitto, l’accaparramento privato delle risorse, il mercato, la finanza, ha generato la crisi e tende a produrre guerre e distruzione ambientale. Questo capitalismo non sa usare razionalmente le risorse sociali e materiali, non traduce in progresso sociale il progresso scientifico, anzi produce regressione. Occorre quindi uscire dal capitalismo per costruire una gestione democratica ed egualitaria dell’economia, una sua riconversione ambientale e sociale. Comunismo come gestione democratica delle potenzialità che già oggi ci sono per costruire una società senza classi sociali che veda il libero sviluppo i ogni essere umano. Nel documento congressuale abbiamo sottolineato come l’ideogramma cinese che esprime la parola crisi sia composto da due segni. Uno che significa pericolo e l’altro opportunità. Il pericolo è la prosecuzione delle politiche neoliberiste, l’opportunità è il comunismo.

Si deve essere rivolti a quanto accade fuori e contemporaneamente lavorare al congresso.
Abbiamo davanti due obiettivi. Il primo è la cacciata di Berlusconi, evitando qualsiasi governo tecnico che sarebbe socialmente irresponsabile e applicherebbe semplicemente i diktat dell’Ue, cioè delle banche e del padronato. Per questo proponiamo a tutte le forze del centro sinistra una mobilitazione per andare subito ad elezioni. Il secondo è la costruzione di un movimento di massa antiliberista, capace di battersi contro questo governo, ma anche contro le proposte della Marcegaglia e della Bce. Per questo il 15 ottobre saremo in piazza e consideriamo quella una manifestazione importantissima. Perché ha una dimensione europea ed è stata lanciata dagli indignados spagnoli su una chiara piattaforma antiliberista che ci fa uscire da una discussione provincialistica sui processi del premier. Questi sono un problema, ma certo non il principale. In questo quadro proponiamo di dar vita ad una “costituente dei beni comuni e del lavoro”. Occorre collegare, in una rete di relazioni stabili, il complesso di forze piccole e grandi che danno vita al movimento e che pongono l’obiettivo di uscire dal neo liberismo. Manca oggi un punto di vista unitario di tutte le esperienze, dal movimento dell’acqua, al No-Tav, al sindacato conflittuale, alle associazioni, ai comitati: dobbiamo costruirlo per dare continuità al movimento. Gli avversari sono gli stessi per tutti i movimenti, dobbiamo costruire un’azione comune.

Nel documento emerge il quadro di una crisi globale in cui stanno crescendo, in gran parte del mondo risposte alternative e di massa che faticano a divenire opzione politica.
Questo problema c’è, anche perché predomina ancora la mistificazione sulla crisi, le fandonie di cui ci hanno riempito la testa. Non c’è ancora una comprensione di massa del fatto che i problemi si chiamano neoliberismo e capitalismo. L’ideologia dominante continua ad essere quella del pensiero unico anche se le sue realizzazioni sono fallite. Occorre quindi spiegare il fallimento del neo liberismo, produrre una critica di massa dell’economia politica. Per dare risposte giuste occorre capire bene il problema e su questo costruire la forza necessaria per battere i capitalisti che difendono i loro privilegi.

Nel documento si propone l’idea del Fronte democratico e del polo alternativo della sinistra. Come rendere effettivi questi percorsi?
Sono proposte che agiscono su due piani diversi. Il fronte lo proponiamo nella situazione attuale, con questa legge elettorale bipolare, per battere le destre e cacciarle all’opposizione. Una necessità inderogabile per potersi porre l’obiettivo di difendere la democrazia, le conquiste sociali e superare il bipolarismo. Sia chiaro, non sto dicendo che la sconfitta delle destre, di per sè, determini l’alternativa – non a caso non riteniamo possibile la partecipazione al governo - ma che può creare condizioni più favorevoli per lavorarci.
Il polo della sinistra di alternativa invece è la proposta strategica di fondo, perché l’assenza di una sinistra alternativa larga e plurale è il vero problema che abbiamo. La nostra proposta, che avanziamo sia all’interno della Federazione, sia alle altre forze politiche sociali e di movimento, è quella della realizzazione di un polo autonomo dal centro sinistra, fuori dal nuovo Ulivo.

Tu poni spesso il tema della centralità delle primarie di programma
E’ inaccettabile che chi si è riconosciuto in questi anni nelle lotte per i beni comuni, che ha promosso vertenze locali e nazionali, quando arrivano le elezioni non conta più nulla: può solo votare. Noi proponiamo al contrario che lo schieramento che si oppone a Berlusconi organizzi le primarie sul programma: pochi punti qualificanti (la guerra, la patrimoniale, la legge 30 ecc…) con quesiti secchi, un sì o un no, con decisioni vincolanti. Per far sì che il popolo dell’opposizione possa decidere cosa si deve fare incrinando la separatezza folle della politica. Il profilo dello schieramento contro le destre deve diventare oggetto di battaglia politica di massa.

Ritieni che non basti la scelta del candidato premier?
La scelta del leader non risolve questi problemi. Neanche Obama, che ha un potere infinitamente superiore al nostro presidente del consiglio, ha mantenuto le promesse, perché i parlamentari pesano e molto. Il problema non è solo il profilo del presidente ma cosa si impegna a fare la maggioranza. Se i parlamentari fossero vincolati da un mandato di massa ad alcuni punti fondamentali, almeno su questi non potrebbero tornare indietro. Non accadrebbe quanto avvenuto con il governo Prodi, dove bastavano quattro assenze e le parti positive del programma non passavano.

Uno dei temi molto discussi è quello della Federazione. Come poter far compiere il salto in avanti necessario?
La Fds è un primo passo che abbiamo fatto verso l’unità delle forze della sinistra. Dobbiamo farla funzionare molto meglio di come è stato finora migliorando democrazia interna e capacità di iniziativa politica. Quindi avanziamo dentro e fuori la Federazione l’esigenza di un salto di qualità nella costruzione della sinistra di alternativa. Non dobbiamo chiudere la Federazione fra i quattro soggetti che l’hanno fatta partire, ma dobbiamo saperla allargare.

Quale è a tuo avviso lo stato del partito che va a congresso?
Da un lato un partito molto provato: la scissione, anni molto duri in trincea, oscuramento mediatico totale. Adesso, nella crisi, si inizia a vedere una situazione in movimento, realtà locali che hanno cominciato a far politica molto bene, accanto a realtà molto deboli e gracili. Occorre quindi dare una mano ai più deboli e a sviluppare le realtà dinamiche. Penso alla realtà Napoletana, che è in grandissimo movimento anche grazie alla vittoria elettorale, oppure al Nordest dove c’è un bel lavoro di massa operaio e sindacale. Radicamento sociale, costruzione del partito sociale e lotta all’oscuramento mediatico sono i punti su cui articolare il progetto politico che abbiamo messo alla base del congresso.

Prova ad indicare, in due parole, qual è il senso di fondo della Rifondazione comunista
La ricostruzione di un partito comunista e di una sinistra di alternativa che abbiano al centro il protagonismo dei lavoratori e dei movimenti; la ricostruzione sociale, dal basso, di una alternativa di società. La passivizzazione di massa non la si rompe con il leaderismo, ma con la capacità di mettere a valore l’esperienza e l’impegno degli uomini e delle donne.
Stefano Galieni

Fonte: Liberazione

mercoledì 28 settembre 2011

Torino sacrificata alle voglie della Giunta, e del salotto buono

Dal sito del Sindaco, Piero Fassino,  leggiamo:

Assegnati i compiti Fassino ha voluto lanciare un segnale, ai suoi assessori e ai torinesi. Come primo atto dell’amministrazione ha fatto approvare una delibera predisposta dall’assessore al Bilancio Gianguido Passoni che taglia del 40 per cento i fondi a disposizione degli assessori per reclutare gli staffisti: 90 mila euro l’anno ciascuno contro i 120 della scorsa giunta. Morale: «Spenderemo un milione l’anno anziché 1,7», fa i conti Passoni. E Fassino chiosa: «È un segnale di sobrietà e rigore». (omissis) Ancora da fissare - ma sarà comunque questione di ore - il faccia a faccia con l’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne. Ieri, intanto, ha confermato quel che già era trapelato nei giorni scorsi: il City manager Cesare Vaciago resterà in carica fino al termine del 2012, quando maturerà i requisiti per la pensione”.

Credo che queste poche righe bene indichino il mondo parallelo in cui la politica di governo, insieme ad alcuni salotti che contano, vive quotidianamente. Come avrebbe detto Nick Carter qualche anno fa: “Mentre le prime ombre della sera calano su Torino, una losca figura si aggira nella città”.

Le ombre della sera noi le raffiguriamo con il disagio che, di giorno in giorno, sale tra i giovani e le famiglie torinesi. Un dato conferma quanto raffigurato nell’immagine cupa, del tramonto Torinese, ossia la percentuale di disoccupati giovani che ha raggiunto in questo anno il 20%, un punto in più della percentuale greca, lo stato a rischio fallimento, dove la mancanza di lavoro interessa “solo” il 19% dei suoi cittadini.

A questo possiamo aggiungere il destino incerto, appeso ad un filo, dei tanti precari che impegnano la loro opera nel pubblico come nel privato: persone a tutti gli effetti che vanno a riempire, virtualmente, la casella degli “occupati”, seppur per un giorno o per un mese. L’esempio più eclatante giunge ancora dal Comune, dove i giovani precari reggono le sorti dei nidi e delle scuole materne, in una continua condizione di ostaggi in mano alla macchina comunale, la quale punta alla loro tempia una vera pistola: arma caricata con la ricerca di mobilità interna di personale da altre mansioni, al fine di fare a mano dei precari stessi e della loro professionalità, e dalla scelta della Città di far scadere il contratto ai medesimi prima di Natale cosicché non pagare le ferie (Buon Natale direi).

Non solo, potremmo sommare la vicenda dei lavoratori CSEA. L’ente formativo, che vive sui trasferimenti del pubblico a questo consorziato e che qualcuno vuole uccidere per fare posto ai privati, non ha i soldi per pagare circa 200 dipendenti i quali da mesi vedono il loro stipendio modello “macchia di leopardo”. I tagli tolgono a 200 famiglie la speranza di un futuro certo, e la dirigenza, di nomina anche comunale, sembra non essere in grado di voler trovare una soluzione al disastro annunciato.

Vorremmo infine, a titolo di esempio, ricordare anche sciagurati aumenti di tariffe decisi dalla giunta, tra questi l’uso della parte museale comunale delle Nuove. L’associazione composta da volontari che gestisce l’ex carcere, deve pagare cinque volte tanto per accedere nei locali in proprietà della Città (da 100 Euro al mese a 500) per accompagnare i visitatori nella struttura.

Ed ecco che nelle ombre torinesi c’è chi vanta i 90 mila Euro annuali agli staffisti di assessorato (7.500 Euro al mese per assessore), ed il mantenimento del posto conservato dal City Manager (stipendio da super manager) al fine di accompagnarlo alla pensione (poverino).

Mentre calano le prime ombre della sera su Torino, alcuni marziani con i nasi a trombetta, purtroppo chiamati dal voto dai torinese stessi, invadono la città per farne ciò che vogliono: portano nomi strani quali giunta Fassino e salotto Chiuso, ed hanno un solo punto debole, seppur difficile da raggiungere, che si chiama PIAZZA.

Juri Bossuto
Fonte: Carta Straccia

martedì 27 settembre 2011

Russia: i comunisti sfidano Putin

La ricetta di Zyuganov è perciò tutta basata sul rilancio dell’industria e dell’agricoltura come settori trainanti per la rinascita della Russia, per la sua sussistenza e per la sua difesa.

Ecco i quindici punti, pubblicati l’anno scorso:

Ritorno alla proprietà pubblica nel settore minerario e nei settori chiave dell'economia. Introduzione della gestione statale per i settori particolarmente colpiti dalla crisi. Creazione di un'autorità centralizzata per la gestione dell'economia nazionale, per la mobilitazione collettiva e per l'efficace utilizzo dei fondi necessari alla ricostruzione del Paese.

Il fondo valutario statale andrà utilizzato ad uso esclusivo dell'economia nazionale. Introduzione di misure rigorose per impedire il deflusso dei capitali all'estero. Nazionalizzazione delle banche settoriali. Creazione di un sistema di investimenti statali nei settori reali dell'economia.

Stabilire uno stretto controllo del sistema finanziario. Le banche e i monopoli che si avvalgono dei sussidi dello Stato non potranno al contempo utilizzare tali contributi per pagare gli stipendi dirigenziali che superino i 100.000 rubli al mese, così come non potranno essere utilizzati per bonus, premi e altre forme di compensi. Bloccare i dividendi destinati agli azionisti di queste società. Gli utili delle banche e delle società che abbiano ricevuto i prestiti dallo Stato dovranno essere restituiti allo Stato. Un tale provvedimento proibirebbe l’intenzione di ottenere dei fondi dal fondo statale a condizioni agevolate per tutti coloro che non solo non ne hanno bisogno, ma che cercando di sfruttare la situazione di crisi per arricchirsi.

Emissione di obbligazioni anti-crisi erogate da un prestito statale e disponibili per l'acquisto da parte di tutti gli interessati. Rendere obbligatorio l'acquisto di questi titoli per i cittadini la cui proprietà familiare totale (denaro, beni mobili e immobili) supera i 3 milioni di dollari americani. Le obbligazioni dovranno essere acquistate da costoro ogni anno, in misura corrispondente almeno al 2-3% della proprietà indicata sino alla fine della crisi. Il termine imposto per il rimborso dei titoli sarà di 10-15 anni. I fondi mobilitati in questo modo serviranno per finanziare i programmi anti-crisi.

Inserire la tassazione progressiva iniziando dal reddito di 100.000 rubli. È inaccettabile che un insegnante di un villaggio e il magnate (oligarca) del petrolio, paghino le tasse nella stessa misura del 13%. Le persone più agiate hanno l'obbligo di contribuire in maggior misura. E' necessario introdurre un credito preferenziale del 5% per le imprese industriali e per il settore agricolo a fini di investimento senza diritto di impiego per altri scopi.

Aumentare la domanda effettiva della popolazione tramite aumenti salariali, pensionistici, l’incremento di borse di studio e di assegni familiari. Fissare i prezzi massimi consentiti dei beni di prima necessità. Ridurre di almeno due volte il prezzo di carburanti e lubrificanti, nonché le tariffe-passeggeri ferroviarie, aeree, fluviali, marittime e degli autobus. Le spese per l’affitto e per i servizi di pubblica utilità non possono superare il 10% del reddito complessivo familiare mensile. Proibire lo sfratto dai loro appartamenti per tutte le famiglie con bambini, invalidi, pensionati e persone che vivono sotto la soglia di povertà.

Aumentare notevolmente i finanziamenti per la costruzione di nuovi alloggi a prezzi accessibili e per il ripristino del sistema dei servizi pubblici comunali, per le riparazioni degli stabili abitativi e degli alloggi. Acquistare, a spese del governo e al prezzo del costo di costruzione, gli appartamenti invenduti dalle imprese edili affinché questi passino sotto la gestione di un fondo sociale per la distribuzione tra i bisognosi e i cittadini in lista d'attesa per l’ottenimento di una abitazione.

Stanziare per l'agricoltura sino al 10% delle spese di bilancio. Creare delle cooperative per acquisto, stoccaggio, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli. Nella vendita dei prodotti agricoli al dettaglio, determinare la norma limite del sovrapprezzo commerciale (50-70%).

Ristabilire l’ordine nell’usufrutto dei terreni, adottare nuove misure per ripristinare la rotazione agraria nelle superfici rurali abbandonate. Azionare la mobilitazione di risorse statali per il lavoro dei campi in primavera: fornire i contadini di macchinari, braccianti, carburanti, fertilizzanti e credito finanziario. Stipulare contratti per l'acquisto di prodotti con l'uso di pagamenti in acconto anticipati

Stabilire alcuni sgravi fiscali per le piccole e medie imprese. Proporre un condono fiscale per le imprese agricole, escludendo i pagamenti del terreno e dei fondi pensione. Consentire alle piccole e medie imprese di acquistare locali in affitto al valore corrente. Sostenere lo sviluppo delle piccole imprese di produzione di beni per la popolazione, per garantire la sostituzione delle importazioni, soprattutto nella produzione di alimentari e di medicine. Diminuire la pressione fiscale, in particolare per quanto concerne l'IVA, bloccare la crescita delle tariffe. Adottare misure per tutelare i posti di lavoro esistenti e per crearne nuovi.

Ripristinare il sistema energetico unitario sotto il controllo statale. Ripristinare le tariffe dell'elettricità ai prezzi che esistevano al 1° gennaio 2008.

Rilanciare l’industria meccanica, soprattutto dell’aeronautica, delle costruzioni navali, della costruzione di strumenti volti al controllo e alla misurazione, della costruzione delle macchine utensili. Garantire la ricezione di fondi pubblici (statali) a questi settori. Adottare misure urgenti per rilanciare l'industria leggera, fornendo alto assorbimento dei fondi d’investimento da consentire di sostituire le importazioni di beni di consumo per la popolazione.

Sviluppare con forza le infrastrutture legate alle comunicazioni e ai trasporti, anche e soprattutto nelle zone della Siberia e dell'Estremo Oriente. Ciò richiederà il coinvolgimento di forza-lavoro e contribuirà a ridurre la disoccupazione.

Aumentare in modo sostanziale di 2-3 volte la spesa per la ricerca e lo sviluppo. Coinvolgere i rappresentanti dei centri di ricerca nella gestione economica. Garantire il finanziamento statale per la preparazione degli specialisti nel campo dell'istruzione universitaria. Aumentare notevolmente gli stipendi del personale docente e insegnante. Fornire le scuole e le università di moderne strutture didattiche.

Garantire la protezione sociale per bambini e giovani: alunni delle scuole dell’obbligo, studenti delle scuole speciali e delle università. Inserire nelle misure anti-crisi come prioritarie la garanzia di conservazione dei posti a copertura del budget pubblico negli istituti di istruzione generale, l’organizzazione di pasti caldi nelle scuole e la fornitura di corse gratuite per scolari e studenti nel trasporto pubblico.

È in particolar modo il settore bancario ad essere messo sotto accusa da Zyuganov, che proprio in questi giorni ha puntato nuovamente il dito contro il Ministro delle Finanze Alekseij Kudrin, appena dimessosi dal suo incarico. Per quanto riguarda le Forze Armate, da sempre coinvolte all’interno del Partito, Zyuganov sembra intenzionato a voler lavorare per una riforma generale che preveda l’aumento delle paghe per i militari e un potenziamento strategico su tutti i fronti terrestri, aerei e navali, minacciati dalla pressione della Nato, ormai penetrata nell’Europa centro-orientale e nei Balcani, sino a lambire i confini occidentali dell’ex Urss. L’imperialismo degli Stati Uniti rimane dunque, per il leader politico comunista, il pericolo numero uno, soprattutto dopo la guerra in Libia, che – secondo quanto riportato in un suo articolo pubblicato sulla Gazeta Pravda lo scorso 1° Settembre – dimostrerebbe la volontà della Nato di sconvolgere lo scenario mediorientale in base ad una geopolitica del caos del tutto contigua con le operazioni belliche e le rivoluzioni colorate, sostenute da Washington negli ultimi dieci anni.

Rinnovamento 2.0, lavoro e socialismo XXI: parla Andrea Salutari

In vista del VIII congresso del Partito della Rifondazione Comunista, abbiamo intervistato Andrea Salutari, coordinatore dei Giovani Comunisti Torino 2.0

Giovani e Politica. Un connubio in apparenza controcorrente ... o no? 
E' senz'altro vero che il sistema ha lobotomizzato un intero popolo. Pochi si indignano per le ingiustizie sociali di questo mondo, ma poi le subiscono. Svendigli i diritti e da parte loro avrai un lieve malcontento, togligli la Tv, internet e la Serie A e potrebbero scatenarti una rivoluzione. Penso non siamo troppo distanti dalla realtà del problema. La manipolazione mentale ci fa credere che tutto è uguale, che il sistema non si può cambiare e devo dire che la democrazia occidentale fa di tutto per farci capire che il liberismo in crisi è l'unica via percorribile. Ma se si apre un minimo il cervello si capisce che si tratta della balla del secolo, il Socialismo fa paura al sistema, dunque meglio far credere che non esista alternativa allo stato di cose presenti. Giovani e Politica? Diversi giovani fanno politica per carriera, per opportunismo, per soldi. Ma ci siamo anche noi. Militanti che dedicano la loro vita alla lotta al sistema, soli contro tutti. Lottiamo dal basso, dalle periferie, non siamo allineati nè con l'antipolitica dell'indifferenza nè con la politica attuale fatta solo di inciuci e poltrone. Penso che il sistema attuale sia uno schifo e che con la politica, quella vera, si possa cambiare qualcosa...

Essere giovani comunisti nella Torino ex operaia nel 2011 cosa comporta? 
Aderire ai Giovani Comunisti Torino 2.0 comporta quello che accennavo prima: di essere soli contro i poteri forti della città che a Torino si chiamano Partito Democratico e l'ex ministro Fassino. Il centrosinistra ha il potere nelle proprie mani grazie alla tradizione svenduta del PCI e al clientelismo. Pensare che il caso Penati, braccio destro di Bersani, sia un caso isolato sarebbe folle, non a caso nel mio comune ho un sindaco PD indagato per abuso edilizio. La battaglia che come giovanile abbiamo fatto per mesi davanti ai cancelli di Mirafiori per il Referendum ricatto di Marchionne è la semplificazione di tutto ciò. Noi soli con gli operai a dire NO, mentre il sindaco Fassino si spese positivamente per l'accordo di Mirafiori. Morale: Pd primo partito di Torino, Fassino sindaco, promesse di Marchionne non mantenute e lavoratori che continuano a perdere lavoro e speranza. La svendita dei valori e degli ideali ci ha consegnato una classe lavoratrice sempre più spaurita e persa, senza più una vera coscienza. Tutto questo mentre la CONFINDUSTRIA spadroneggia con una lotta di classe, contro i lavoratori, sanguinosa senza una reale resistenza di massa. Gli operai sognano una rivoluzione socialista o di diventare a loro volta borghesi? Decisamente la seconda, solo che difficilmente ne avranno l'opportunità. E come classe ne stiamo pagando le conseguenze.

Quali sono i problemi primari della tua generazione? 
La disoccupazione giovanile in Italia è intorno al 30%, i diritti contrattati al ribasso, la precarietà che diventa l'abitudine, la speranza di realizzare i nostri sogni e costruire un futuro svanita. I problemi primari derivano tutte dal sistema capitalista. Perchè un dato è da sottolineare. In periodi di crisi, il lavoratore precario, sotto cooperativa o con contratto a tempo determinato è l'anello più debole della catena. Gli industriali hanno potuto constatare coi fatti l'utilità dei lavoratori precari, svuotati di diritti e dignità. In tempo di crisi, il precario non ha alcun costo. Nessun rinnovo del contratto, lavoratore a casa. Il lavoro è il problema primario.

Politica, rottamatori e rinnovamento. E' un problema intrinseco anche in Rifondazione comunista? 
Si, partiamo con una grande differenza. Il rinnovamento è giusto, ma la giovinezza non equivale all'intelligenza. Meritocrazia all'interno della politica sarebbe necessaria. Io penso che nei partiti i giovani che cercano di emergere spesso lo facciano per un motivo: cercano più potere. Un ruolo istituzionale, una poltrona, un ruolo dirigenziale o molto di più. Moltissimi dirigenti del PRC che, causa crisi del partito, hanno perso lo stipendio ne sono usciti immediatamente. La politica dovrebbe essere passione e volontà di cambiare la società, non un ufficio di collocamento. Ma tornando sul tema, io in Rifondazione comunista invoco un rinnovamento per un concetto meritocratico. Chi ha sulle spalle il fallimento ormai ventennale dell'esperienza di questo partito dovrebbe farsi da parte. Io penso di avere buone idee, innovative, ma soprattutto ho la testardaggine di insistere. Se non riusciremo a rinnovare l'agire politico di un partito "a parole" anticapitalista come possiamo solo sperare di capovolgere questo sistema criminale?

Nei prossimi mesi si svolgerà il VIII congresso di Rifondazione Comunista, qualche anticipazione?
Non sarà un congresso rivoluzionario, ma unitario. Il congresso sancirà la proposta di un Fronte democratico con il Partito Democratico per battere Berlusconi, la costruzione dell’unita della sinistra tramite il cartello elettorale della Federazione della Sinistra e il rafforzamento di Rifondazione Comunista. La piena continuità con la linea attuale. Noi proveremo a far entrare al centro del dibattito la lotta al precariato e la sovranità nazionale, oltre ad un rinnovamento radicale dell'agire politico.

In questi ultimi mesi si sta molto parlando di elezioni anticipate e del Nuovo Ulivo. Rifondazione è favorevole ad un accordo col PD, lei?
Rifondazione è favorevole ad un accordo solo elettorale, proprio come ha fatto la sinistra anticapitalista danese. Uniti per sconfiggere questo centrodestra, ma non governeremo con il PD. L'esperienza europea dimostra che un centro sinistra, anche se alleato con partiti fortemente anticapitalisti, sono parte del problema, non una soluzione. Ricordiamo i governi Prodi? Con un partito liberale come il PD egemone nella coalizione, con i diktat provenienti dall'Europa e la dittatura bancaria della BCE, possiamo solo sperare di ottenere delle vittorie per i lavoratori? Assolutamente No. Prendiamo due esempi concreti. Il centrosinistra di governo vince e poi delude le attese, la Spagna dell'ex eroe della sinistra Zapatero o la Grecia ne sono due esempi calzanti. E' necessario ed indispensabile creare una forza politica o un polo anticapitalista che combatta le dittature delle banche. Sovranità nazionale, cancellazione del debito e del precariato, uscita dall'eurozona, nazionalizzazioni e controllo diretto dello stato nelle aziende di interesse strategico. Questi sono alcuni temi che a me interessano.

Fonte: Patria del Ribelle

lunedì 26 settembre 2011

Ysmael resiste!

LA LOTTA PER LA LIBERTA' DE YSMAEL CONTINUA!! YSMAEL LIBRE, LIBERI TUTTI!!
Ysmael oggi è stato portato per la polizia all'aeroporto di milano per essere expulso e allontanato dell'italia per il semplice fatto di non avere il permesso di soggiorno. NELL AEROPORTO, LUI HA SPIEGATO AI PASSEGGERI CHE ERA UN PRIGIONIERO E CHE NO ERA GIUSTO LA SUA EXPULSIONE DELLA ITALIA, conseguenza? lo hanno riportato a Torino! Dopo 9 anni di vivere in Italia, l'applicazione del pacchetto di sicurezza e della legge Bossi Fini punisce a chi sempre ha lavorato cercando di soppravviere e uscire della povertà, d'aiutare alla sua famiglia, a suo figlio, ai piccoli nipotini....la legge non può considerare come delinquenti a chi è arrivato in italia fuggendo della fame, della guerra della povertà...YSMAEL LIBERO,TUTTI LIBERI, CHIUSURA DEI CIE!!

Report della prima riunione "Dobbiamo Fermarli" di Torino

La prossima riunione si svolgerà giovedì 29 settembre alle 21, sempre presso la sala circoscrizionale di Corso Belgio, 91.

Circa 60 compagne e compagni si sono riuniti giovedì 22 Settembre a Torino sulla base dell'appello nazionale "Dobbiamo Fermarli". Erano presenti delegati/e ed attivisti/e sindacali, militanti politici e sociali, compagni e compagne di realtà di lotta di immigrati e collettivi femministi, ecc.
I presenti, pur partendo dai sicuri limiti e lacune presenti nei 5 punti dell'appello, così come dalla necessità di spiegarne meglio alcuni aspetti, hanno convenuto sulla bontà dell'iniziativa come tentativo di far convergere le lotte sui luoghi di lavoro, con le mobilitazioni studentesche, territoriali, delle donne, degli immigrati, ossia di tutti i segmenti di quel corpo sociale che oggi subisce gli effetti della crisi e le conseguenze drammatiche della doppia manovra del governo, così come con le mobilitazioni a carattere più ampio e generale, sulla base dei famosi "5 punti", a partire dal punto di partenza che "Noi il vostro debito non lo paghiamo".


Al tempo stesso, accanto alle future campagne nazionali, che si auspica emergeranno dall'assemblea di Roma del 1° Ottobre prossimo, la riunione ha ritenuto fondamentale e necessario strutturare e radicare una capacità di far vivere queste ragioni questi contenuti dentro il contesto del nostro territorio, provando ad elaborare punti di vista alternativi a quelli dominanti, sostenendo e provando a collegare le tante realtà di lotta che comunque si esprimono nella nostra regione su vari temi (dall'opposizione al piano Marchionne, alla costruzione di un movimento di lotta contro la precarietà, alla lotta contro le manovre finanziarie e "sociali" regionali o comunali, alla lotta contro gli F-35 o l'Alta Velocità in Val di Susa o i CIE), sui quali spesso siamo parte in causa. Un percorso che, quindi, cerchi di prevenire il rischio di lavorare su appuntamenti centrali ed importanti (come quelli del 1° e del 15 Ottobre) come interventi "spot", senza una preparazione precedente sul territorio e senza una prospettiva dopo.
Importanti sono state anche le suggestioni di molti interventi sullo spirito e sul metodo di lavoro, mettendo in evidenza:

la volontà è quella di collegare e di mettere insieme tutte le energie che condividono i contenuti e gli obiettivi dell'appello indipendentemente dalle appartenenze e dalle identità politiche e/o sindacali, e il rifiuto quindi di qualsiasi dimensione da "intergruppi", ritenuta non solo non utile, ma deleteria nella fase attuale;
la necessità, in generale, di riprendere a "comunicare con le persone", siano esse i nostri colleghi di lavoro o gli abitanti del nostro quartiere, o i cittadini che usufruiscono degli stessi servizi, ecc; uscire quindi da dimensioni da "addetti ai lavori" e riprendere il sano e "vecchio" lavoro di contro-informazione e coinvolgimento attraverso il rapporto diretto, facendo anche molta attenzione all'utilizzo di strumenti, forme comunicative e linguaggi adeguati;



Inoltre, gli interventi di parecchi compagni hanno battuto su alcune questioni di merito che necessitano il giusto approfondimento come: la spiegazione più chiara e articolata della campagna contro il debito, la necessità di gruppi di lavoro e di studio su temi come etica e lavoro, sul debito e sul rapporto fra finanza ed economia, la messa in relazione delle manovre del governo con l'accordo del 28 giugno, campagne di controinformazione sulle spese militari, ecc...

La riunione ha preso le seguenti decisioni:

Garantire la più ampia partecipazione all'assemblea di Roma del 1° Ottobre, nella quale interverrà un/a compagno/a a nome di tutta l'assemblea torinese;
Costruzione di una grande assemblea pubblica sull'appello, successiva a quella nazionale, dove coinvolgere tutti i firmatari - e non solo - e lanciare il percorso di mobilitazione sul territorio;
Organizzazione di una o più manifestazioni locali (a carattere di presidio, corteo rumoroso o altro), nella settimana precedente al 15 ottobre ed organizzare e favorire la più ampia partecipazione alla manifestazione di Roma;
Redazione di un volantino da diffondere nei quartieri e nei luoghi di lavoro che propagandi la manifestazione del 15, ma che cominci anche a sollevare l'attenzione sulle criticità locali.
Proporre due emendamenti al testo dell'appello su alcune questioni che mancano, abbastanza clamorosamente:

Al punto 3, aggiungere: "Abolizione della Legge Bossi-Fini, in modo da rendere il permesso di soggiorno a tempo indeterminato e non legato a un contratto di lavoro. Contro la disparità di stipendio fra uomini e donne, contro l'abbandono del lavoro salariato per causa di una gravidanza e il congedo di maternità per tutte, per il congedo obbligatorio di paternità, per la reintroduzione di norme che impediscano il licenziamento preventivo e le dimissioni in bianco”.
Al punto 4, aggiungere: il primo tende a dare la giusta visibilità al fenomeno del lavoro immigrato; si propone quindi di aggiungere il punto: "Per un nuovo welfare universalistico che garantisca servizi pubblici e reddito, che contrasti l'attuale politica che vorrebbe relegare le donne a casa a svolgere grtitente tutto il lavoro assistenziale e di cura e che contemporaneamente privatizza quesi servizi economicamente redditizi, in primis la sanità".

La prossima riunione si svolgerà giovedì 29 settembre alle 21, sempre presso la sala circoscrizionale di Corso Belgio, 91.

L'assemblea "Dobbiamo fermarli" di Torino

VIII Congresso Rifondazione Comunista: si parte!

Con il Comitato Politico Nazionale del 23 e 24 settembre si è avviato il percorso dell’ottavo congresso di Rifondazione Comunista. Esso si colloca nel ventennale della nascita del partito (avvenuta nel 1991 all’indomani dello scioglimento del Pci) e in un contesto di particolare difficoltà.

La partecipazione al Governo Prodi (2006-2008), non solo non diede i risultati auspicati, ma contribuì  in modo decisivo a determinare la sconfitta alle elezioni del 2008 nel corso delle quali la lista “Sinistra arcobaleno” raccolse un misero 3,1 per cento ( il complesso delle forze che la costituirono due anni prima avevano raccolto oltre il 10 per cento) e determinò  l’azzeramento dal Parlamento di qualsiasi rappresentanza dei comunisti e della sinistra di alternativa. All’indomani di quel risultato Rifondazione tenne il suo settimo congresso a Chianciano. La forte contrapposizione tra due opzioni alternative – superare Rifondazione Comunista per dare vita ad una nuova forza di sinistra non comunista e quella di rilanciare Rifondazione – si concluse da un lato con una vittoria di misura del mantenimento del Prc e dall’altro, purtroppo, con una ennesima scissione che indebolì pesantemente il partito.

Questi tre anni (quelli che ci separano dal Congresso di Chianciano), sono stati caratterizzati dal tentativo, sul piano politico e sul piano delle difficoltà economiche e organizzative determinatesi, di uscire da questa situazione. Sul piano politico si è dato vita ad una aggregazione delle forze della sinistra di alternativa: la lista comunista alle europee del 2009 e, subito dopo, la costruzione della Federazione della Sinistra. Sul piano organizzativo si è cercato, con la conferenza di Caserta, di adeguare la nostra organizzazione alle nuove condizioni e su quello economico, con un forte intervento su Liberazione e sull’apparato centrale, di azzerare le perdite del giornale e di ridurre fortemente i costi nazionali del partito.
Ci siamo riusciti?

L’ottavo congresso, come è giusto che sia, farà un bilancio di questo lavoro e valuterà le correzioni che si dovranno apportare, sia in termini di scelte politiche che di gruppi dirigenti.
Sicuramente molte difficoltà persistono sia per quanto riguarda Rifondazione Comunista, sia per quanto riguarda il progetto politico su cui abbiamo investito per riaggregare le forze della sinistra di alternativa e cioè la Federazione della Sinistra.
Va anche detto, tuttavia, che nonostante il sistematico oscuramento e la divulgazione continua di sondaggi che ci davano per scomparsi, le ultime elezioni amministrative hanno dato un esito ben diverso, collocandoci attorno al tre per cento. Inoltre la presenza di Rifondazione nelle lotte sia territoriali che nazionali (basta ricordare la straordinaria partecipazione alla manifestazione della FIOM del 16 ottobre), la persistenza di una capillare organizzazione territoriale che continua a produrre un numero rilevante di Feste di Liberazione e numerose iniziative locali, dimostra una vitalità significativa della nostra organizzazione.

Contemporaneamente possiamo dire che Sel, pur godendo di un’ampia visibilità, non è riuscita ad ottenere quel consenso elettorale che le veniva accreditato. Inoltre il progetto politico che in questi anni ha proposto – la costruzione di una nuova forza di sinistra che si sarebbe dovuta determinare dalla rottura del Pd – non ha trovato le condizioni per realizzarsi e la scelta dell’internità al Nuovo Ulivo e ad un nuovo futuro governo di centro sinistra “a prescindere” ha di fronte a sè scenari forieri di gravi contraddizioni. Come abbiamo potuto sperimentare in questi anni la partecipazione ad un esecutivo ad egemonia Pd, in un contesto di crisi economica e di accettazione di questo partito, da parte di tutte le sue componenti, dei diktat provenienti dall’Europa, non lascia presagire nulla di buono.
In questo scenario la partita a sinistra è ancora aperta, ed è in questo contesto che dovremmo cercare di far svolgere al nostro ottavo congresso un contributo positivo.

Per come è andato il Comitato Politico Nazionale, penso che questa possibilità ci sia.
Innanzitutto quello che avevamo auspicato nei mesi scorsi si è realizzato: una ampia maggioranza – oltre il 90 per cento del Cpn – si riconosce in un unico documento congressuale. Alla fine del post troverete i link di tutti i materiali che la riunione di venerdì e sabato ha discusso: regolamento, documenti ed emendamenti. Va precisato che mentre il regolamento è definitivo, gli altri materiali – sui quali è iniziato il precorso di sottoscrizione delle compagne e dei compagni del Cpn e del Cng e che si concluderà il 3 ottobre – potranno subire alcune variazioni (per esempio il documento di maggioranza del Cpn dovrà essere ridotto e dovrà esservi inserito un capitolo sul mezzogiorno e la questione sarda).
Oltre al documento di maggioranza sono stati presentati altri due documenti. Uno dei compagni e compagne di Falce e Martello sottoscritto, per il momento, da 10 membri del Cpn e uno presentato da una parte dei compagni e delle compagne che allo scorso congresso sostennero il terzo documento – primo firmatario Sandro Targetti – sottoscritto per il momento da 6 membri del Cpn.

Sono stati inoltre presentati 6 emendamenti al documento di maggioranza. Due di “destra”  più possibilisti sul tema del governo e della costruzione di una nuova forza di sinistra e quattro di “sinistra” critici nei confronti della proposta di Fronte democratico per battere Berlusconi, sulle primarie di programma e sulla Federazione della Sinistra. I primi presentati da Bonadonna, Valentini e Santilli sono stati respinti con 6 voti a favore, i secondi presentati da Barbarossa, Forenza, De Cesaris sono stati respinti con 9 voti a favore.

Il grosso del Cpn si è riconosciuto, quindi, nel documento politico illustrato da Ferrero che, in sostanza, conferma le proposte politiche emerse negli ultimi documenti votati dagli organismi dirigenti di Rifondazione: Fronte democratico per battere Berlusconi, costruzione dell’unita della sinistra attraverso la proposta di un polo della sinistra di alternativa (la Federazione della Sinistra sulla quale nonostante i limiti occorre continuare ad impegnarsi, è il primo passo in questa direzione), rafforzamento di Rifondazione Comunista.

Per leggere il regolamento, le bozze dei documenti e gli emendamenti visita questo sito: I documenti del VIII congresso di Rifondazione Comunista

Confindustria sbaglia, non è così che si salva l'Italia

di Roberto Farneti (Liberazione del 25/09/2011)
Intervista ad Emiliano Brancaccio, docente di Economia Politica, Università del Sannio

Altro che salvare l'Italia. La ricetta di Confindustria è sbagliata perché «appiattita su una linea liberista, superata dai fatti, che non giova all'economia e danneggia le stesse imprese». Emiliano Brancaccio, docente di Economia Politica all'Università del Sannio, critica il manifesto in cinque punti lanciato a Firenze da Emma Marcegaglia.

La situazione economica dell'Italia resta grave. Lo spread tra Btp e Bund ha di nuovo superato i 400 punti, le stime di crescita sono state riviste al ribasso. In questo contesto, la Confindustria ha lanciato un "manifesto" per «salvare l'Italia» con al primo punto la riduzione della spesa pensionistica. E' questa la strada per far riprendere al paese il cammino per lo sviluppo?
Assolutamente no. Dal punto di vista degli interessi specifici dei lavoratori, il manifesto di Confindustria è contestabile per più aspetti. In primo luogo, perché suggerisce di intervenire in termini ancora più drastici sulla previdenza, con rinvii ulteriori dell'età di pensionamento. Teniamo presente, tanto per fare un esempio, che con le norme già vigenti le lavoratrici dipendenti tra 20 anni andranno in pensione oltre i 68 anni. Per Confindustria questa transizione va accelerata, con la giustificazione che la spesa previdenziale italiana sarebbe di 2,5 punti sopra la media Ocse. Ma si tratta di un calcolo discutibile, perché basti pensare che da noi i prepensionamenti sono conteggiati nella previdenza, mentre in molti altri paesi vengono inseriti nel bilancio statale come interventi anticrisi o di politica industriale. Per ridurre l'Irap sulle imprese e l'Irpef per i lavoratori, gli industriali propongono alcune misure di lotta all'evasione e una patrimoniale ordinaria sulla ricchezza. E su questo si può ragionare. Poi però propongono anche un ulteriore aumento dell'Iva. E questo non va bene. Perché l'Iva è un'imposta che ricade su una larghissima varietà di beni di consumo e quindi colpisce in modo pressoché indiscriminato consumatori ricchi e consumatori poveri. Ma il manifesto di Confindustria non funziona neanche dal punto di vista della logica del capitale. Vedo una lettura antiquata dei problemi, una sorta di adesione inerziale al liberismo ormai superata dai fatti.


E' "antiquato" parlare di liberalizzazioni, privatizzazioni e tempi rapidi per le grandi opere?
Parlare oggi di privatizzazioni con valori del capitale così bassi a causa della crisi, significa di fatto aderire a una logica speculativa. Perché a trarne beneficio non sarà il bilancio dello Stato ma soltanto coloro che potranno fare affari a prezzi scontati. Per quanto riguarda le liberalizzazioni, si dice che queste riducono i prezzi. Affermazione apodittica che non trova riscontri convincenti nella letteratura scientifica. Infine Confindustria chiede procedure più rapide per facilitare il coinvolgimento dei capitali privati nelle grandi opere. Ma si dimentica che in Italia c'è un gigantesco problema di reti, di trasporto e di servizi. Cioè beni pubblici in senso tecnico, che danno benefici anche alle imprese ma non generano profitti diretti. Quella di Confindustria è perciò una posizione miope dal punto di vista degli interessi nazionali e degli interessi delle stesse imprese.

Se questo non è il terreno giusto, allora dove si gioca la sfida per il futuro dell'Italia?
A me sembra grave che non sia presente nel manifesto di Confindustria nessun discorso sulla domanda effettiva, sul fatto cioè che ormai non si trovano più sbocchi per la produzione. La crisi del debito viene tutta da qui. Un punto che solleva problemi anche nel mondo imprenditoriale. Confindustria avrebbe dovuto mettere al primo punto del suo manifesto che l'attuale assetto della zona euro, per come è configurato, è insostenibile. E che occorre un motore interno dello sviluppo economico europeo, altrimenti in questa Europa è impossibile restarci. E ce ne accorgeremo. Se si vuole salvare l'unità europea, la Bce deve finanziare direttamente l'investimento pubblico, l'unico modo per far sì che dall'interno dell'Europa si attivi un volano della crescita che risolva anche la crisi del debito. Perché mi risulta che i debiti non si pagano se non si crea produzione e non si crea reddito. Dopodiché ha ragione Tremonti quando dice che molto dipende dalla Germania. Non è vero che i tedeschi sono i bravi della situazione e noi cattivi. Lo sviluppo economico della Germania in questi anni è dipeso dalla disponibilità dei paesi oggi sotto accusa a importare merci tedesche più di quante questi stessi paesi ne abbiano esportate in Germania. Chiarirei anche un'altra cosa. Se qualcuno in Italia e in Europa spera che la domanda di merci possa venire dalla Cina, se lo scordi. Perché la linea dei cinesi è di importare comunque meno di quanto esportino.

A proposito di finanziamenti europei, non è che in Italia l'esperienza dei fondi Fas sia stata sempre positiva. Le risorse comunitare da noi vengono spesso utilizzate poco e male.
Mi risulta tuttavia che il risultato netto di bilancio sia di avanzo primario. Voglio dire che quando lo Stato spende, alla fine eroga meno di quello che prende come entrate fiscali, al netto del pagamento degli interessi sul debito. Per quanto riguarda gli sprechi, il "mangia mangia", le clientele, la storia insegna che più si contrae il bilancio pubblico e più, in proporzione, aumenta la quota di clientela. Perchè a quel punto le poche risorse disponibili non vengono più utilizzate dai politici anche per realizzare opere di interesse pubblico ma solo per garantire la propria filiera di consenso.

Fonte: Contro la crisi

sabato 24 settembre 2011

Al via il congresso di Rifondazione Comunista. Tema: l'Italia post-Berlusconi

di Stefano Galieni

Si è aperta ufficialmente ieri, con la convocazione del Comitato politico nazionale del Prc, la fase che porterà all'VIII° congresso del partito che avrà il suo esito finale dal 2 al 4 dicembre a Napoli. Un congresso importante, a 20 anni dalla nascita del Prc e in una fase fortemente critica per il paese, che dovrà portare a discutere del ruolo di Rifondazione comunista nel panorama politico italiano, dei suoi programmi e delle sue prospettive. Oggi verranno presentati i documenti politici su cui si articolerà la discussione, ieri si è invece ragionato soprattutto della fase, di alcuni importanti appuntamenti ravvicinati e si è approvato il regolamento congressuale. Nella relazione introduttiva il segretario Paolo Ferrero ha innanzitutto invitato a partecipare in massa domenica alla marcia Perugia Assisi, caratterizzandosi per il sostegno al riconoscimento dello stato di Palestina, confermando l'adesione alla campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani fino a quando per i due popoli non esisteranno pari condizioni. Ha poi parlato della crisi organica in atto nel centro destra, con il disfacimento e l' impresentabilità della maggioranza. «È saltato - secondo Ferrero - il blocco sociale che univa il populismo della borghesia mafiosa con gli interessi della Lega. Oramai in Italia ci sono situazioni diversificate, come se la penisola si estendesse dalla Baviera al Peloponneso. Tutti i poteri forti, da Confindustria ai grandi gruppi editoriali, esigono la cacciata di Berlusconi e la sua sostituzione con un governo guidato da un tecnocrate in grado di fare operazioni di ulteriori tagli senza doversi presentare agli elettori. Uno scenario che ha ben più che l'avallo del presidente della Repubblica e non trova opposizione nel Pd». Il Prc deve essere molto netto, nella pluralità di progetti politici in campo senza essere né timido né settario. Quindi sì alle mobilitazioni per la cacciata di Berlusconi, ma no a qualsiasi governo tecnico in quanto socialmente irresponsabile. Per Ferrero va accentuata la proposta di fronte democratico, che veda insieme centro sinistra e sinistra e vanno costruite e proposte le primarie di programma. Pochi punti nodali - la patrimoniale, le spese militari -, su cui non debbono esprimersi solo le forze politiche ma i cittadini e le cittadine, i movimenti, quelli che non votano più. Ha ribadito che non sussistono ad oggi le condizioni per una responsabilità di governo. Se dovesse invece nascere un governo di grandi intese, per Ferrero è necessario porsi radicalmente all'opposizione e dare una qualificazione sociale all'alternativa. Per questo, è importante la manifestazione del 15 ottobre, come passo importante per la costruzione di un movimento antiliberista, ampio e plurale, capace di contrastare non solo le destre italiane, ma anche le imposizioni europee e i dettami della Marcegaglia. Il 15 sarà anche la manifestazione del Prc, una mobilitazione che deve nascere e strutturarsi nei territori nella molteplicità dei soggetti che vi partecipano per un movimento che non deve finire sfigurato nelle competizioni elettorali come è già accaduto ma che deve costituirsi in autonomia dal governo, in tal senso è stata rilanciata la proposta della costituente dei beni comuni. Ferrero ha anche affrontato il nodo della realizzazione di una sinistra di alternativa e, commentando quanto sta accadendo all'interno della FdS, ha chiosato dicendo che il punto di partenza deve essere la Federazione, nelle sue diverse anime. Questo partendo dal fatto che si tratta di un primo passo ancora insufficiente, che occorre un allargamento e una sua democratizzazione. A dire che aggregare la sinistra fuori dal "nuovo ulivo" non è solo una proposta sociale. Parlando della crisi il segretario si è soffermato sulla validità delle analisi fatte a suo tempo, e, nel mentre che il Paese si avvicina alla Grecia, ragionare di giustizia sociale e di diverso modello di sviluppo non sono elementi in contrapposizione. A chi, anche basandosi su un senso comune di massa, parla di uscita dall'euro secondo Ferrero bisogna rispondere che non si deve volere il disfacimento dell'Europa ma un suo radicale cambiamento, altrimenti che non si paghi il debito. Il legame con l'Europa è considerato necessario anche per la costruzione di una sinistra europea. E parlando delle cose da fare Ferrero ha chiuso la sua relazione indicando la necessità di caratterizzare la presenza di Rifondazione:
«Dobbiamo essere quelli che sono contro la Lega, quelli della patrimoniale e contro il capitalismo finanziario. Dobbiamo saper dire cosa vogliono i comunisti, saper spiegare la crisi, far capire come questa sia costituente».
Prima della approvazione del regolamento ci sono stati alcuni interventi sulla relazione. Nicotra, è intervenuto soprattutto sulla manifestazione del 15 ottobre, raccontando del coordinamento che si è costituito per realizzarla, ampio ed inclusivo ma con una piattaforma stringata densa e molto radicale. «È però fondamentale - ha precisato - che questa non abbia l'effetto placebo da manifestazione salvifica ma che cementi un processo che porti verso obbiettivi di portata europea». Secondo Nicotra, il coordinamento si allargherà se si sarà capaci di avere attenzione verso pezzi di mondo cattolico - si pensi all'appello di Zanotelli e a quello di Gesualdi - sia a parti di sindacato, ma non certo ai partiti della sinistra moderata che non accettano attacchi alla Bce. Ha poi proposto come titolo del congresso di dicembre la frase dell'Internazionale di Fortini "Un'altra umanità" e come sottotitolo, "Costruire l'alternativa alla dittatura del mercato". Gracchelli, lavoratrice delle poste ha espresso critiche rispetto alla necessità di spiegare la crisi a lavoratori incazzati che invece debbono porsi a capo delle lotte, contro soluzioni da architettura politicista. Ponendo l'accento sul rischio che anche un governo di centro sinistra privatizzi Banco Posta, unica fonte di liquidità e di gestione del risparmio privato, la compagna ha invece considerato come estremamente importante l'idea della costituente dei beni comuni, come portatrice di nuovi concetti culturali. Valentini si è dichiarato quasi totalmente d'accordo con la relazione ma ha espresso dissenso rispetto ai risultati finora ottenuti con l'esperienza federativa, da ripensare come soggetto unitario, plurale e anticapitalista e parlando invece delle primarie di programma, ha parlato di rischio di velleitarismo e della necessità di verificare l'esistenza di una assunzione di responsabilità anche di governo. Per Leoni, i problemi della Federazione sono provocati anche dalle resistenze interne al Prc, a suo avviso anche per timore dell'allargamento e anche se considera importante spiegare la crisi, ritiene utile spiegare come uscire da questa. Nel suo intervento ha, tra l'altro, rimesso in discussione il tema dell'unità dei comunisti visto spesso come un tabù. Giardiello ha criticato la relazione per l'approccio a suo dire keynesiano laddove non c'è posto per simili soluzioni, evidenziando come i soldi ci sono in mano a poche persone ma non sono a disposizione degli stati a meno che non si metta in discussione la politica del debito. Giardiello ha riaffermato le critiche all'accordo del 28 giugno della Cgil su cui a suo avviso la federazione non ha avuto modo di esprimersi. Per Menapace - che domenica parlerà dal palco ad Assisi come rappresentante dell'Anpi - l'analisi sulla crisi è invece corretta. Ha parlato di una crisi finale in cui non ci sono più margini per la socialdemocrazia. Condivide le primarie di programma perché non alludono al leaderismo, non si riconosce nell'utilizzo ormai abusato del termine "beni comuni" e critica l'assenza nei testi finora prodotti di ogni riferimento al patriarcato, rimarcando come le donne, la maggioranza in ogni paese, siano ora il nuovo proletariato. Rocchi in conclusione ha criticato Giardiello (la manovra non serve a battere la speculazione e per fronteggiare la crisi servono anche Keynes e la patrimoniale) e Valentini perché non ha trovato chiarezza nei propositi che ha espresso. Alla fine si è approvato il regolamento con 5 astensioni.

Le 5 mosse della Confindustria della Marcegaglia

Ecco le 5 miracolose misure che la Confindustria ritiene fondamentali per uscire dalla crisi:
1) Pensioni: interventi su anzianità e donne (solito mantra)
La spesa previdenziale italiana è il 2,5% più alta rispetto alla media Ocse (ecco le percentuali che piacciono ai padroni). Bisogna quindi accelerare l’eliminazione delle pensioni di anzianità (produci – consuma -crepa) e aumentare rapidamente (schnell! schnell!) l’età in cui si va in pensione, oltre ad intervenire sulla pensione delle donne (da bravi illuministi!)

2) Via alle dismissioni dei beni dello Stato
Al secondo punto del Manifesto le dismissioni dei beni dello Stato, immobiliari e di società (svendere spiagge e montagne su cui edificare con gusto classico, regalare musei per farci i “meeting”, fagocitare aziende statali in attivo). Una decisione che va presa non solo, ha detto la Marcegaglia, per ridurre il debito (da quando regalando un bene si diventa meno indebitati?), ma anche per comprimere il confine «troppo dilatato» dello Stato nell’economia (non è quello stesso Stato che deve “aiutare” le imprese con stanziamenti a fondo perduto?).

3) Liberalizzare professioni e servizi
Tutte le professioni dovranno essere liberalizzate (il ritorno dell’homo sapiens alla giungla?) . Bisognerà intervenire anche sui servizi pubblici locali con privatizzazioni e liberalizzazioni, dall’energia, ai trasporti, al gas, per ridurre i prezzi ai cittadini (quando mai le privatizzazioni hanno abbassato i costi per i cittadini?) e ampliare il mercato.

4) Tempi rapidi per le grandi opere
Sul capitolo delle infrastrutture (fondamentali come la TAV e il ponte sullo Stretto) si punta a rendere più veloci i tempi di realizzazione sollecitando procedure d’urgenza per superare gli ostacoli burocratici (non rompete i coglioni con la sismicità dello Stretto di Messina). L’obiettivo è anche quello di coinvolgere i capitali privati (perché fino ad ora sono rimasti a digiuno?)

5) Ridurre le tasse a lavoratori e imprese
Ridurre l’Irap sulle imprese e l’Irpef per i lavoratori (di quanto?). Per trovare le risorse Confindustria è disposta a discutere di un aumento dell’Iva (che colpisce tutti), una piccola patrimoniale ordinaria (giusto giusto per la casa di proprietà dei lavoratori), mettendo nell’Irpef la ricchezza personale (quella che i padroni intestano alla nonna con l’Alzheimer residente ad Antigua). Altra misura, che servirebbe a combattere l’evasione, limitare l’uso del contante a 500 euro (una mossa che di certo terrorizzerà chi evade sportivamente)

Le 19 domande di Ahmadinejad che hanno fatto scappare gli USA

Le 19 domande di Ahmadinejad che hanno fatto scappare gli USA e i loro soci dalla seduta dell'Assemblea Generale dell'Onu:

1 - Quali sono le cause ed i motivi che stanno dietro le ingiustizie nel mondo ?
2 - Come è possibile porre rimedio ad esse ?
3 - Non pensate che la causa prima dei problemi va cercata nell'ordine internazionale vigente, ovvero nel modo in cui il mondo viene governato?
4 - Chi ha deportato con la forza decine di milioni di persone dai loro paesi in Africa e da altre regioni del mondo durante il funesto periodo della schiavitù, rendendole vittime della propria avidità materialistica ?
5 - Chi ha imposto il colonialismo per oltre quattro secoli al mondo intero? Chi ha occupato terre e saccheggiato in modo massiccio le risorse di altri popoli, distrutto talenti, tolto ai popoli la loro lingua, la loro cultura e la loro identità ?
6 - Chi ha scatenato la prima e la seconda guerra mondiale, che hanno lasciato sul terreno settanta milioni di morti e centinaia di milioni di feriti o di senzatetto? Chi ha provocato le guerre nella penisola coreana e in Vietnam ?
7 - Chi ha imposto, con l'ipocrisia e gli inganni la presenza dei sionisti, oltre sessant'anni di guerra, la cacciata dalle abitazioni, il terrore e gli omicidi di massa compiuti contro il popolo palestinese e contro i paesi della regione ?
8 - Chi ha imposto e sostenuto per decenni le dittature militari ed i regimi totalitari nei paesi dell'Asia, dell'Africa e dell'America latina ?
9 - Chi ha usato la bomba atomica contro un popolo indifeso, ed ha ammassato migliaia di testate nei propri arsenali ?
10 - A chi appartengono le economie che si basano sullo scatenare guerre e sul vendere armi ?
11 -C hi ha provocato ed incoraggiato Saddam Hussein perché invadesse l'Iran ed imponesse ad esso una guerra di otto anni, e chi gli ha fornito l'assistenza e gli equipaggiamenti necessari a schierare armi chimiche contro le nostre città e contro il nostro popolo ?
12 - Chi ha usato il misterioso incidente dell'undici settembre come pretesto per aggredire l'Afghanistan e l'Iraq, uccidendo, ferendo e mettendo in mezzo ad una strada milioni di persone in tutti e due i paesi, avendo come obiettivo finale quello di prendere il controllo del Medio Oriente e delle sue risorse petrolifere ?
13 - Chi ha abolito il sistema di Bretton Woods e si è messo a stampare trilioni di dollari senza che fossero coperti da riserve auree o dall'equivalente in moneta, seguendo un comportamento che ha innescato l'inflazione in tutto il mondo e che era finalizzato a predare le risorse economiche delle altre nazioni ?
14 - Qual è il paese le cui spese militari superano ogni anno i mille miliardi di dollari, che sono più delle spese militari di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme ?
15 - Quali governi sono i più indebitati del mondo ?
16 - Chi è che controlla tutti i contesti dove si decidono le politiche di controllo dell'economia mondiale ?
17 - Quali sono i responsabili della recessione economica mondiale, che ne stanno imponendo le conseguenze all'America, all'Europa ed al mondo in generale ?
18 - Quali governi sono pronti anche a sganciare migliaia di bombe su altri paesi, ma tentennano ed esitano se c'è da mandare un po' di aiuti alimentari a gente oppressa dalla carestia in Somalia o in altre regioni ?
19 - Chi è che domina sul Consiglio di Sicurezza, che in teoria dovrebbe salvaguardare la sicurezza internazionale ?

Zapatero porta la Spagna sull'orlo della bancarotta e si dimette

Vendola è stato profetico. 
Il centrosinistra spagnolo ha portato il paese alla bancarotta con una disoccupazione al 20%.
Oggi in Spagna, domani in Italia. Il "Nuovo Ulivo" di Veltroni, Di Pietro,  e Vendola ci proverà ...

Soltanto un polo anticapitalista può cambiare le sorti del paese.
Giovani Comunisti Torino





José Luis Rodriguez Zapatero si è dimesso dall'incarico presidenziale.
Lo ha annunciato lui stesso a Palazzo della Moncloa durante una conferenza in cui ha ripercorso i punti attuati dal suo Governo nel primo semestre del 2011.
Le dimissioni del Presidente arrivano dopo mesi di instabilità del clima politico in Spagna.

Lo chiamavano “Zapaterismo”. Oggi di quel sogno del socialismo europeo, che ha ispirato per anni la sinistra italiana, rimangono solo le briciole. Il primo ministro spagnolo, ha rassegnato le dimissioni. Si voterà in anticipo di un anno. Josè Luis Zapatero lascia alla Spagna una situazione economica preoccupate, con una disoccupazione superiore al 20%. Quel Paese che avrebbe dovuto superare l'Italia in termini di ricchezza pro-capite con la sua crescita e con il suo dinamismo è stato modello di riferimento per i progressisti nostrani. Che oggi piangono l'ennesimo sogno che non si è trasformato in realtà.

Dalla rivoluzione culturale, al tracollo economico. Anche i socialisti spagnoli voltano le spalle a quello che molti chiamavano “El Bambi”, per via di quegli occhioni azzurri che ricordano il celebre cerbiatto. Di Zapatero, la sinistra europea ricorderà le sue battaglie riuscite per favorire l'aborto tra le ragazze minorenni, per il divorzio breve, per il matrimonio gay e per i processi al franchismo. Ma la rivoluzione culturale condotta in Spagna non è servita all'economia. Il Paese aveva bisogno (anche) di altro: rendere strutturale una crescita basata essenzialmente sugli investimenti stranieri.

Il “Bambi” sognatore si è dimenticato dell'economia. Zapatero è stato “lento”, come lo considerano i suoi compagni di partito. Lento soprattutto di fronte alla crisi economica mondiale. L'economia non è il suo forte, e questo si era capito da subito. Troppo attento ai diritti civili, si è spesso disinteressato ad altri aspetti che determinano il benessere di una nazione: i soldi e il lavoro. Schiacciato dalla sua stessa retorica che ha rubato spazio alle azioni.

Il crescere del malcontento popolare, la situazione di crisi economica e voci interne al Governo che ne consigliavano le dimissioni, hanno portato invece Zapatero a dimettersi dal suo incarico. A settembre l'attuale parlamento concluderà alcuni lavori di legislatura e il 20 novembre si andrà alle urne.

Ecco il “No Tav Tour”: in Val di Susa si punta sulla non violenza per rafforzare il consenso

Un giro a tappe nelle principali città italiane per spiegare le ragioni della valle, senza mollare la protesta simbolica davanti al cantiere: la svolta pacifista del movimento decisa nel raduno di ieri a Villarfocchiardo.
Il leader Alberto Perino: "Tirar pietre è stato un errore"

Un ‘No Tav Tour’ nelle principali città italiane, per spiegare le ragioni della Valle, senza mollare la presa sul “cantiere”. Dopo un’estate trascorsa tra proteste e scontri, il popolo No Tav ha inaugurato una nuova stagione di mobilitazioni all’insegna dello stop ai lanci di pietre e a ogni tipo di violenza. Riunito ieri a Villarfocchiardo, il movimento ha deciso di voltare pagina e rafforzare il consenso nel Paese. “Dobbiamo far capire che la nostra lotta si intreccia al malcontento generato dalla crisi economica – ha spiegato Alberto Perino, leader riconosciuto del movimento – Abbiamo ragioni comuni e la stessa rabbia”. Il tour lungo lo stivale partirà a metà ottobre e durerà un mese, cercando di creare nuove ‘alleanze’ sul territorio.

Dobbiamo mostrarci allegri e non aver paura, anche così si resiste” ha detto un’attivista al microfono, con in mano un sacchetto contenente compresse di Maalox, cerotti e bende e la scritta “armi di distruzione di massa”. Il riferimento è alle due donne arrestate durante gli scontri del 9 settembre scorso e recentemente rilasciate. Eppure il clima si fa ogni giorno più teso e aumentano i segni di nervosismo da parte delle forze dell’ordine. L’inverno è alle porte e i tempi di avvio dei lavori sono destinati ad allungarsi, visto che non sono state rispettate le scadenze e manca l’accordo Italia-Francia sulla ripartizione dei costi. Ieri, i parlamentari del Pd Stefano Esposito ed Emanuele Fiano (responsabile sicurezza del partito) hanno chiesto al ministro Maroni di garantire attrezzature adeguate agli agenti in vista del freddo e “dell’imminente allargamento del cantiere”. I due esponenti invocano poi l’istituzione di un sito nazionale di interesse strategico, che comporterebbe “un opportuno inasprimento delle pene nei confronti di eventuali assalitori del cantiere che potrebbero così venire immediatamente arrestati”.

Tirare pietre è stato un errore, un autogol, ma quelle reti vanno tagliate”, ha detto Perino. Sul carattere della nuova strategia – nata nel coordinamento dei comitati cittadini – sembrano tutti d’accordo. Perfino Lele Rizzo, portavoce del centro sociale Askatasuna e promotore della “giornata del taglio”, secondo cui “dovremo essere in tanti, magari una domenica mattina, a volto scoperto e armati solo di cesoie”. Il diktat è uno solo: non ci dovranno essere atti di violenza, obbligatorio mantenere lo stesso autocontrollo dimostrato nella marcia da Giaglione a Chiomonte del 30 luglio scorso. Sulla riuscita e il carattere non violento della giornata, il movimento non ha alcun dubbio, tanto che intende invitare stampa e televisioni, chiamando ad esporsi anche personaggi in vista che hanno sostenuto pubblicamente la lotta dei valsusini.

Intanto, proseguono le iniziative in tutta la valle. Nel prossimo mese l’agenda è fittissima: teatro, musica, momenti di preghiera, cene di autofinanziamento, convegni, giornate sulla nonviolenza, partite a bocce e a carte davanti alle reti (anche di sera, perché i fari sono sempre accesi). E poi una due giorni per informare la cittadinanza, coinvolgendo il mondo della cultura. Nutrita sarà la partecipazione dei No Tav anche alla marcia per la pace Perugia-Assisi, dove per protesta non sfilerà il gonfalone della Regione Piemonte.