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martedì 13 marzo 2012

Arancia Metalmeccanica a sostegno della Lotta No Tav


Arancia Metalmeccanica, il progetto del partito sociale del PRC che sostiene le casse di resistenza degli operai in lotta con la vendita delle arance dei contadini siciliani colpiti dalla crisi arriva a Torino per sostenere la lotta dei NO TAV. Di seguito il testo del volantino

Un gesto concreto e "gustoso" per aiutare il movimento
Sabato 17 Marzo banchetto in piazza castello angolo via roma dalle ore 10,30 alle ore 17,00.

La Tav è un progetto dai costi spaventosi, un gigantesco consumo di territorio e nessun investimento per il trasporto pubblico ordinario, questo si, utilizzato dalla stragrande maggioranza della popolazione.

La Tav costerà 1300 Euro al centimetro, uno spreco enorme di risorse, visto che la linea ferroviaria esistente è utilizzata solo al 30% e che il Paese sta attraversando una crisi economica i cui costi vengono fatti pagare ai “soliti noti” infatti: si chiudono ospedali e fabbriche, si tagliano pensioni,

Noi ci opponiamo ad un progetto che:
• è inutile perché la linea ferrovia attuale è più che sufficiente per merci e passeggeri
• è uno spreco immenso di risorse pubbliche in un periodo di crisi (17 miliardi di Euro!)
• è dannoso sul piano ambientale, devastando una vallata che è già oggi attraversata da una linea ferroviaria a doppio binario, una autostrada, 2 statali e 3 elettrodotti.
• è pericoloso per la salute giacché dall’estrazione e trattamento di rocce che contengono amianto ed uranio si metterà a repentaglio la salubrità dell’ambiente e quella delle persone: i danni provocati dall’amianto sono sotto gli occhi di tutti.
• Perché non far passare i treni sulla ferrovia esistente utilizzata al 30 per cento della sua capacità?
• Mezz’ora in meno tra Torino e Lione valgono i 17 miliardi di euro che potrebbero invece essere dedicati al riassetto idrogeologico del territorio e al potenziamento del trasporto dei pendolari?
• Quante persone infatti ogni anno muoiono in questo Paese a causa di terremoti, frane, alluvioni? Quanto si spende per riparare i danni ? Non sarebbe finalmente ora di avviare davvero una “grande opera”di messa in sicurezza del nostro territorio che produrrebbe, questa si, nuova e qualificata occupazione e progresso civile?

Sabato 17 Marzo e domenica 18 Marzo Rifondazione Comunista organizza in due piazze di Torino e in quindici piazze della provincia la vendita solidale di arance siciliane . Il ricavato andrà al movimento no tav per le iniziative di lotta. Un gesto concreto e "gustoso" per aiutare il movimento che da 20 anni si batte contro il treno ad alta velocità e propone un modello diverso di sviluppo.

venerdì 9 marzo 2012

Cronaca vera di un No Tav piccolo piccolo

LA RESIPISCENZA, QUESTA SCONOSCIUTA
                                                         
Cronaca vera di un no tav piccolo piccolo

Sono uno delle 40 persone coinvolte nella ”retata” contro i No Tav  del 26 gennaio scorso che portò in carcere 26 persone, di varie città, e agli arresti domiciliare o l’obbligo di dimora per le  restanti 14 . La mia posizione è una delle più leggere visto che non ho subito altre misure oltre all’obbligo di dimora in Torino.Sono incensurato e questo credo abbia pesato nella scelta delle misure cautelari da applicare a ognuno di noi,.Da neofita del crimine mi sono trovato a sfiorare un mondo per me ancora sconosciuto; il sacro e intoccabile  mondo della giustizia Italiana e ve ne voglio sommessamente parlare.
Ma veniamo brevemente ai fatti.

Dopo che la magistratura torinese ha ordinato il blitz, in puro stile pool antimafia di Palermo, con tanto di perquisizioni, arresti, impronte digitali e giornalisti al seguito, mi è stato notificato tutto il materiale probatorio, spero che si dica così, fatto di fotografie, accuse ,situazione dei colleghi criminali e considerazioni di varia natura normativa e giudiziaria. Primo colpo alla mascella. Trovarsi in un second
o  sui giornali nazionali, con tanto di nome, cognome e epiche gesta criminali, additato come nemico dello Stato, Ultras della violenza gratuita e premio nobel della sovversione non è stato molto carino. Per due giorni un quotidiano nazionale, che dopo nominerò, mi ha dato per carcerato con l’ovvia sorpresa da parte di chi mi vedeva gironzolare fischiettando per la città. Dopo criminale anche maestro dell’evasione penitenziaria. Un Vallanzasca sabaudo. Il quotidiano la Repubblica ha declamato in rima tutte le fasi della mia attività criminosa con il botto finale della mia presunta forza erculea ,in grado di alzare un wc chimico e scagliarlo con forza verso un carro armato della polizia. Difficile che la polizia disponga di carri armati ma credo impossibile trovare nelle nostre belle valli piemontesi wc chimici a portata di criminale. Colpo al fegato con testata sui denti. morale: stai recluso a Torino e poi vedremo. Ok rispondo io, visto che ci sono persone in carcere è meglio non lamentarsi troppo per una forma di rispetto verso i colleghi lestofanti. Così pensando mi dedico alla lettura delle carte , per me pari a una storia di fiabe, e inizio a scoprire l’esilarante mondo della giustizia. Mi piacerebbe farvele leggere, chi lo ha fatto ride ancora adesso, così vi rendereste conto della forza della nostra magistratura. Errori di tutti i tipi, frasi non finite, un verbo ogni 40 righe ecc.
Stupefacente.
Non voglio entrare in polemica con chi dovrà giudicarmi,la mia coscienza di militante politico è intonsa e questo, per dormire la notte, è più che sufficiente per il sottoscritto.

Capisco che questa possa sembrarvi una piccola storia e allora per renderla più accattivante vorrei passare direttamente al finale. Dimenticavo, nel frattempo ho fatto richiesta di revoca della misura cautelare . Suddetta misura mi è stata negata stanotte, con notifica alle due scampanellando allegramente per tutto il pianerottolo e per la terza volta in un mese , con le seguenti motivazioni:
1) la mancanza di oggettivi segni di resipiscenza da parte mia o, almeno, di seria e concreta presa di distanza dai fatti d’indagine ecc ecc.
2) la mia attività di musicista e sindacalista( sono un funzionario di partito e non bisogna essere Gramsci per capire la differenza tra un partito e un sindacato) non possono prevalere sull’esigenza della suprema difesa dello stato( ndr).
 Per quanto riguarda la mia famiglia, chissenefrega possono venire loro a trovarmi. Morale: non ti sei pentito neanche un po’ di essere quello che sei e che pensi  e allora nisba. Torna in ginocchio, penitente e dopo aver sacrificato un agnello al signore e se ne riparla.

Devo infine dire che le tre “visite” fatte a casa mia sono state tutte fatte in modo professionale e in punta di fioretto ma ormai nel mio palazzo mi considerano un pezzo da novanta del crimine, degno di sedere tra Sem Giancana e Totò Riina.. Ko tecnico .

Vi avevo avvertito, è una piccola storia che si perde nella cronaca del nostro paese ma gli ingredienti che fanno dell’Italia un paese cialtronesco ci sono tutti. In dosi omeopatiche ma ci sono tutti. Saluti e ieri, oggi e domani sempre no tav. andrea vitali

p.s. grazie per aver arricchito il mio misero vocabolario con la parola resipiscenza.

venerdì 24 febbraio 2012

Cacciabombardieri F35 - CANCELLARLI TUTTI

F35 – CANCELLARLI TUTTI, IL PRC ADERISCE ALLA GIORNATA NAZIONALE DI MOBILITAZIONE del 25 febbraio

Il Partito della Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra aderiscono convintamente all’iniziativa “cento piazze contro gli F35 “ promossa dalla Refe Disarmo per il 25 febbraio.


Gli F35 sono infatti incompatibili con il bilancio dello Stato ma anche con la nostra Costituzione. Sono strumenti di “lungo braccio” cioè atti a portare il nostro potenziale offensivo fuori dai confini nazionali. Sono strumenti di aggressione il cui programma non va solo ridotto di numero ma va cancellato per intero. “Il ministro Di Paola vuole risparmiare sugli stipendi per poter salvare il programma di riarmo del nostro Paese. Ci sembra uno scambio inaccettabile. Semmai vanno riconvertite parte delle forze armate smilitarizzandole e dedicandole alla protezione civile. Il Prc ritiene fondamentale affrontare il nodo della riconversione in produzioni civili della nostra industria bellica. Il ministro Di Paola agita infatti il rischio occupazionale quando parla delle irrinunciabilità di alcuni sistemi di arma compreso gli F35. Noi pensiamo che questo problema vada affrontato alla radice non soltanto tagliando le spese militari ma indirizzando queste spese verso la riconversione del settore. L’Alenia può produrre buoni aerei civili – da trasporto e antincendio per esempio – così come la Fincantieri invece che portaerei può produrre navi per trasporto merci per le autostrade del mare. Non basta risparmiare sulle spese militari, bisogna riconvertire il modello di sviluppo. Le spese risparmiate dalla riduzione delle spese militari non devono andare semplicemente al contenimento del debito pubblico ma al rilancio del tessuto produttivo del nostro Paese e in particolare alla lotta al precariato e ad un nuovo modello di sviluppo. Pace e lavoro sono un binomio inscindibile. Anche per questa ragione abbiamo presentato in comuni, province e regioni ordini del giorno e mozioni che, a partire dal taglio degli F35 e delle missioni di guerra, chiedono questo cambio di passo della politica italiana.

Il Prc invita le proprie strutture a raccordarsi con le altre forze del movimento pacifista che hanno indetto la giornata del 25 febbraio e dare tutto il supporto necessario alla riuscita della mobilitazione.

Informazioni e adesioni possono essere presi dalla pagina facebook https://www.facebook.com/events/248002671946856/ e da sito www.disarmo.org

Per il Dipartimento Pace e Movimenti
Alfio Nicotra

venerdì 3 febbraio 2012

Comitato d'accoglienza per Elsa Fornero a Torino

Salone del Conservatorio, Piazza Bodoni (Torino)
Lunedì 6 febberaio ore 9:30

Il 6 febbraio a Torino Prc Torino organizza un rumoroso comitato di accoglienza per Elsa Fornero
Di seguito riportiamo la lettera aperta che Ezio Locatelli, segretario provinciale di Rifondazione Comunista/Fds di Torino ha inviato
alle forze di sinistra di Torino.
Come tutti sanno la Ministra del Lavoro Elsa Fornero in questi giorni è molto impegnata a portare avanti, per conto del governo Monti, quella che viene comunemente chiamata riforma del mercato del lavoro, ma che più propriamente occorrerebbe chiamare con il suo vero nome di controriforma, essendo che il suo obiettivo è la dissoluzione del diritto del lavoro. Si pensi soltanto a ciò che significherebbe la cancellazione dell’art. 18 dello Statuto del Lavoro e l’introduzione della libertà di licenziamento in termini di ricattabilità e di precarietà, in particolare per quanto riguarda le nuove generazioni lavorative. Dai propositi manifestati la Ministra, così come il Presidente del Consiglio, intendono andare avanti su questa strada costi quel che costi.
Contro questa logica fallimentare basata sullo scambio fraudolento diritti-lavoro, la cui unica finalità è di rimuovere ogni vincolo di impresa allo sfruttamento della forza lavoro occorre levare forte la protesta e costruire momenti di mobilitazione. Non perdiamo occasione per dire a “lorsignori” che se anche godono di ampio consenso nei palazzi del potere ne godono sempre meno a livello di cittadini, lavoratori, studenti, pensionati. Per questo proponiamo a tutte le forze di sinistra, al mondo dell’associazionismo, della scuola, del lavoro di andare alla costituzione di un rumoroso comitato di accoglienza per lunedì 6 febbraio 2012, ore 9,30 in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico che si terrà nel Salone del Conservatorio in Piazza Bodoni a Torino a cui presenzierà la Ministra Elsa Fornero.

Ferrero: tagliamo la Tav e avremo 500.000 posti di lavoro

Un reddito sociale garantito per i giovani senza lavoro attingendo ai super-patrimoni dei ricchissimi e un piano strategico ecologico, per il riassetto idrogeologico e la riconversione energetica, tagliando grandi opere inutili come la Torino-Lione e l’acquisto dei 130 cacciabombardieri F-35. Lo propone il leader di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero: «Si parla molto di dare una opportunità ai giovani e il tutto si risolve nella proposta di abolire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori». Meglio fare proposte alternative, destinate a creare economia reale. Come? Tagliando sprechi e imponendo una mini-patrimoniale. Obiettivo: mezzo milione di posti di lavoro, in attività realmente utili per tutti.

Prima mossa, «istituire in Italia un reddito sociale per i disoccupati finanziato con una tassa sui grandi patrimoni», scrive Ferrero sul “Fatto Paolo Ferrero Quotidiano”. Basterebbe far pagare una piccola tassa dell’1% sui patrimoni che eccedono gli 800 mila euro (solo sulla parte che eccede, ovviamente), aumentandola proporzionalmente fino al 2% per i patrimoni sopra i 10 milioni di euro. In questo modo «si ricaverebbero 20 miliardi di euro, del tutto sufficienti a garantire il reddito sociale ad oltre due milioni di disoccupati». Cosa che, oltre a dare sostegno alle fasce più deboli, contribuirebbe a far crescere i consumi e quindi l’economia.

Altra manovra, un piano per il lavoro centrato sul riassetto idrogeologico del territorio e sulla riconversione energetica di tutti gli edifici pubblici, dalla coibentazione ai pannelli solari sul tetto. «Le risorse – spiega Ferrero – possono essere recuperate attraverso l’abolizione delle opere inutili e dannose: non acquistare i 130 cacciabombardieri, chiudere definitivamente ogni spesa sul Ponte sullo Stretto e chiudere i lavori sulla Tav in Val di Susa, facendo normalmente circolare i treni ad alta velocità sulla linea attuale, senza farne una nuova». Un maxi-risparmio, che renderebbe disponibili «diversi miliardi di euro, che sommati ai fondi europei per le aree No Tavsvantaggiate permetterebbero di mettere al lavoro almeno 500 mila persone».

Ovviamente, oltre ad essere rilevanti sul piano della giustizia sociale, queste due misure «aumenterebbero i consumi popolari, dando un contributo fondamentale ad un positivo rilancio dell’economia di almeno un punto di Pil». Questo, sostiene Ferrero, è un modo concreto per affrontare il problema dei giovani, mentre il governo Monti «vuole togliere l’articolo 18 per i nuovi assunti, cioè garantire per legge la libertà di licenziamento per i nuovi assunti, giovani o meno giovani che siano». Il problema è che abolire l’articolo 18 «non aumenta i posti di lavoro, per il semplice motivo che il numero di occupati non dipende dalla possibilità di licenziare la gente ma dalla possibilità di farla lavorare».

giovedì 26 gennaio 2012

EZIO LOCATELLI (PRC-FDS): SOLIDARIETA’ E SOSTEGNO AL MOVIMENTO NO TAV

Ezio Locatelli, segretario provinciale di Rifondazione Comunista-Fds di Torino

Dopo la militarizzazione della Val di Susa si è 
deciso di attuare la criminalizzazione di qualsiasi forma di resistenza alla distruzione di un intero territorio relativamente alla realizzazione di un’opera dissennata e speculativa qual è la Tav. Il vero obbiettivo delle quaranta misure cautelari nei confronti di altrettanti attivisti No Tav è quello di mettere al palo il movimento No Tav in Val di Susa e di far fuori la rete di solidarietà che intorno a questo movimento si è andato costituendo in tutta Italia. Fra le persone oggetto di avviso di garanzia e di provvedimento cautelare Andrea Vitali, responsabile organizzativo Prc di Torino a cui va la nostra piena solidarietà. La migliore risposta che possiamo e dobbiamo dare a questa dimostrazione di forza è di rilanciare una mobilitazione di massa, politica, pacifica. Sabato pomeriggio Rifondazione Comunista sarà in piazza a Torino insieme al movimento antitav della Val di Susa” .

Torino, 26 gennaio 2012

martedì 24 gennaio 2012

SI GARANTISCA UN FUTURO AI LAVORATORI EX WAGON LITS

Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra hanno partecipato alla manifestazione dei lavoratori Servirail (ex Wagon Lits) in piazza Castello, con i propri militanti, il segretario provinciale Ezio Locatelli, il segretario regionale Armando Petrini e la consigliera regionale Eleonora Artesio.

“Sosteniamo e supportiamo le ragioni dei 65 lavoratori licenziati da Trenitalia che da settimane sono in presidio permanente per difendere il proprio posto di lavoro e un servizio indispensabile per chi ha la necessità di attraversare l’Italia a prezzi accessibili”.

“E’ scandaloso che nel deposito Lingotto vi siano un centinaio di vagoni letto inutilizzati e in stato di abbandono: si tratta di un patrimonio pagato con i soldi pubblici lasciato in completa dismissione”.

“La soppressione del servizio “vagone letto”, i tagli ai treni per i pendolari e le risorse per l’alta velocità fanno parte delle stesso modello di mobilità che noi contestiamo alle radici. E' necessario che lavoratori Wagon Lits, pendolari e No Tav possano trovare momenti di incontro e sintesi per far valere congiuntamente le proprie ragioni”.

“Sollecitiamo infine le istituzioni locali ad intervenire con Trenitalia per garantire un futuro agli 800 lavoratori ex wagon-lits in Italia e il ripristino di un servizio molto utile agli utenti, come testimoniano le migliaia di adesioni alla raccolta firme per chiederne la riattivazione”.

“Per questo abbiamo presentato un’interrogazione in Consiglio Regionale affinché la Giunta aderisca all’ iniziativa di altre regioni del Sud Italia che hanno avviato iniziative di proteste, non escludendo quelle giudiziarie nei confronti di Trenitalia. Inoltre la Regione deve trovare soluzioni per la tutela dei lavoratori coinvolti, ripristinando ad esempio forme di sostegno al reddito”.


martedì 3 gennaio 2012

Liberazione - Lettera aperta ai militanti comunisti

Lettera aperta ai militanti e ai circoli del Partito della Rifondazione Comunista

Care compagne, cari compagni
questo giornale che ora potete leggere solo in rete ma che speriamo possiate tornare presto a trovare in edicola, esce grazie alla lotta e al senso di responsabilità delle lavoratrici e dei lavoratori di Liberazione. Da tre settimane, prima con un’assemblea permanente e ora con l’occupazione aperta della redazione, abbiamo evitato che di questo giornale si parlasse ormai solo al passato. Gli sciagurati tagli al finanziamento pubblico all’editoria, decisi dal governo Berlusconi e confermati dal governo Monti, e l’incertezza sulle future modalità di sostegno pubblico al pluralismo dell’informazione, che hanno spinto il nostro editore a quella che noi consideriamo un scelta suicida, vale a dire la sospensione delle pubblicazioni del giornale dal 1 gennaio, ci hanno spinto a un gesto estremo di responsabilità: abbiamo deciso di continuare a far vivere Liberazione, trasformando il nostro lavoro quotidiano in redazione (ora svolto in condizione di ferie coatte e con lo spettro dalla cassa integrazione a zero ore per tutti), in uno strumento di lotta perché si riapra la trattativa sindacale per assicurare un futuro a Liberazione e ai suoi lavoratori.
Sappiamo infatti quanto prezioso sia per voi questo giornale. Sappiamo come, seppur ridotto nelle pagine e con sempre meno risorse, Liberazione resti uno strumento importante per la battaglia politica in cui siete impegnati ogni giorno, per il lavoro di inchiesta che accompagna le lotte, per il dibattito e per la vita stessa del Partito. E lo stesso vale per le mille realtà sociali, di movimento, che conducono lotte e vertenze sul territorio e che spesso solo su queste pagine hanno trovato visibilità e ascolto. Sappiamo quanto Liberazione, pur con la sua piccola voce, abbia fatto in questi anni la differenza per tutte e tutti voi. Oggi tutto questo è a rischio.

Se il giornale restasse infatti per troppi giorni lontano dalle edicole, rischia di perdere il diritto di usufruire in futuro dei finanziamenti pubblici che lo fanno vivere. Per evitare questo pericolo abbiamo proposto al nostro editore di affrontare le prossime settimane continuando a uscire, riducendo ulteriormente i costi a cominciare dal costo del lavoro, in attesa che il governo stabilisca con precisione i nuovi criteri del finanziamento pubblico. Fino ad ora le nostre proposte non sono state ascoltate, ma proprio in queste ore sembra aprirsi uno spiraglio per il confronto con l’editore: non mancheremo di percorrere tutte le strade possibili.

Nel frattempo noi rimaniamo qui, dormiamo ogni notte tra scrivanie e computer, accanto a quelli che sono i nostri strumenti di lavoro, per continuare a fare questo giornale che consideriamo un bene comune, nostro, che lo costruiamo ogni giorno, e vostro, che ne siete l’anima, e dell’intera sinistra sociale.
E’ per questo che oggi ci permettiamo di chiedervi di condividere fino in fondo questa battaglia, quella per mantenere in vita Liberazione, come già fate ogni giorno sottoscrivendo per il giornale e moltiplicando ovunque le iniziative di sostegno. Vi chiediamo di esprimervi, di rivolgervi a tutti i dirigenti del Prc, il socio unico del nostro editore, per chiedere che si possa aprire una trattativa vera, perché questa crisi la si possa attraversare tutti insieme, tenendoci per mano. In questi giorni, in queste ore si decide il futuro di questo giornale, del nostro e vostro giornale e pensiamo che nessuno possa assistere senza reagire a questa agonia, senza nemmeno provare a salvare Liberazione.

Questa lettera è scritta con la determinazione di chi sta lottando per la difesa del proprio posto di lavoro, ma anche con la passione di chi parla di una cosa cara che vede minacciata. Pensiamo che questa battaglia sia anche la vostra battaglia e che insieme la si possa vincere.
La nostra occupazione è aperta a tutte e tutti voi, come a tutte le realtà toccate dalla crisi. Vi aspettiamo tutte e tutti qui a Occupy Liberazione e, se non potete essere con noi fisicamente, vi invitiamo a scriverci a incontri@liberazione.it o a Liberazione, Viale del Policlinico 131, 00161 Roma.

Le lavoratrici e i lavoratori di Liberazione






COMUNICATO STAMPA DEI LAVORATORI DI LIBERAZIONE

Il senso di responsabilità e la ferma determinazione dell’assemblea permanente unitaria dei lavoratori di Liberazione dà i primi fruttI. Oltre al mare di solidarietà che inonda fin dal primo giorno la redazione occupata di viale del Policlinico, ora giunge anche un segnale dalla Mrc. L’editrice di Liberazione rompe il silenzio dopo la rottura del tavolo di trattativa nazionale presso la Fieg del 27 dicembre per annunciare finalmente la propria «piena disponibilità a valutare tutte le proposte utili a trovare positive soluzioni» alla vertenza aperta sul giornale. Le rappresentanze sindacali, che avevano presentato al tavolo appunto una proposta alternativa di azioni sui costi (in primis quello del lavoro, nonostante i sacrifici durissimi già in atto) e sui ricavi, finora né discussa né presa in considerazione, apprezzano. Di particolare rilievo l’interesse espresso dall’editore per ipotesi finalizzate a salvaguardare «la continuità editoriale» e «occupazione». Un notevole passo avanti da parte di chi si era seduto al tavolo comunicando la volontà di sospendere l’uscita in edicola e chiedere la Cassa integrazione a zero ore per tutti. Le comunicazioni restano contraddittorie, visto che la presa di posizione indirizzata al Cdr (e non alla Rsu dei poligrafici, supponiamo per disattenzione) giunge in contemporanea con la lettera raccomandata con la quale la stessa Mrc comunica al Ministero del Lavoro la contestabile determinazione di annullare gli ultimi accordi, tra i quali quelli che stabiliscono i contratti di solidarietà in corso, e la richiesta alla Regione Lazio per la cassa integrazione. Nonostante questo, il Cdr e la Rsu di Liberazione confermano a loro volta la piena e totale disponibilità al confronto con l’editore, a partire dalla proposta alternativa già portata al tavolo, per costruire una soluzione ponte che, salvaguardando integralmente i livelli occupazionali esistenti, permetta alla testata di giungere viva al nuovo regolamento di settore e ai nuovi stanziamenti pubblici. La redazione, messa in ferie coatte dall’editore, attende l’invito per un incontro urgente continuando l’occupazione e producendo, con la direzione, un giornale di lotta.

il Cdr, la Rsu, l’Assemblea permanente di Liberazione

venerdì 18 novembre 2011

La perfetta operazione Monti

di Paolo Ferrero

Parte il governo Monti. Nello stile e nei toni diversissimo dal governo Berlusconi. Nei contenuti no. Il programma presentato alle camere è integralmente neoliberista. Fin nelle virgole. E' la prosecuzione, radicalizzata dalle richieste europee, delle politiche già messe in atto da Berlusconi e Sacconi, confermate per intero.

Dalle privatizzazioni alle liberalizzazioni passando per il taglio della spesa pubblica, la manomissione delle pensioni e di cosa rimane del mercato del lavoro, fino alla reintroduzione dell'Ici sulla prima casa. Il tutto ovviamente senza dire una parola sulle rendite finanziarie, sulle cause della speculazione, sulle sciagurate politiche europee, che - al contrario - sono per il governo da applicare sotto dettatura. L'idea che il pareggio di bilancio dello stato italiano non solo debba essere inserito in Costituzione, ma addirittura certificato da una società privata, è la ciliegina sulla torta. Lo stato, per rendersi credibile agli occhi degli speculatori, deve farsi controllare dagli amici degli speculatori! Un programma che aggraverà la crisi e le disparità sociali. Da questo punto di vista il governo Monti è stato una perfetta operazione con cui i poteri forti - italiani ed Europei - sono riusciti ad evitare che la caduta di Berlusconi determinasse anche il minimo spostamento a sinistra dell'asse del paese. Lo hanno fatto con il contributo determinante del Presidente della Repubblica, che si è fatto promotore dell'operazione, e grazie all'ignavia politica del Pd, che non è riuscito nemmeno a imporre il ritorno alle urne. Contro questo governo dobbiamo quindi costruire l'opposizione sociale, culturale e politica. Nella costruzione dell'opposizione dobbiamo però essere consapevoli che questo governo parte avendo dalla sua un pregiudizio positivo. Non solo perché viene al posto del governo Berlusconi, di cui larga parte della popolazione non ne poteva più. Il governo Monti incrocia alcuni elementi di senso comune che si sono venuti formando nel corso degli anni: per esempio, la presentabilità di Monti e dei suoi ministri, vista con sollievo dopo le figuracce rimediate a livello mondiale grazie a Berlusconi. Vi sono però due elementi più di fondo che vanno soppesati bene per non fare errori. In primo luogo la sfiducia verso la politica e il ceto politico; i tecnici come garanzia di maggiore serietà, competenza. Q

uesto elemento peserà nel tempo, specie se il governo Monti prenderà misure sui costi della politica. Non è cosa di poco conto. La maggioranza della popolazione italiana considera i costi della politica il primo insopportabile elemento di ingiustizia e per questo apre a Monti un credito fiduciario. Quando diciamo che occorre caratterizzare la nostra iniziativa politica mettendo al centro le pratiche sociali, le lotte, il mutualismo, la solidarietà concreta, è perché pensiamo che l'unico modo per ricostruire una credibile politica comunista parta dalla condivisione. Non solo propaganda o presenza istituzionale: occorre porre il centro del lavoro politico nel sociale e nella costruzione culturale. In secondo luogo, il convincimento che il quadro dell'economia mondiale ed europea in cui ci muoviamo sia oggettivo, naturale e che quindi è bene che siano dei tecnici a gestirlo. Se la speculazione è un fenomeno naturale - di cui non si riesce bene a capire l'origine - il punto non è perdersi in chiacchiere inutili sul da farsi ma applicare con rigore e sobrietà le ricette proprie della scienza economica: una tecnica, appunto. La forza da cui parte Monti non è quindi data solo dal fatto di essere il sostituto di Berlusconi, ma anche dai limiti profondi che hanno caratterizzato l'antiberlusconismo.

L'aver fatto credere che la cialtroneria e gli interessi personali di Berlusconi fossero all'origine di tutti i guai del paese regala oggi a Monti un pregiudizio positivo del tutto immeritato rispetto ai propositi che lo caratterizzano e agli interessi che difende. Occorre tenere presente questi elementi, in primo luogo per capire perché oggi larga parte della gente che ha lottato per la caduta di Berlusconi guarda a Monti come ad una speranza. E' un sentimento con cui dobbiamo fare i conti, per evitare che la nostra proposta di opposizione sia incomprensibile a vasti strati popolari. Occorre spiegare che la politica di Monti verrà usata dalla destra per riguadagnare consenso e che le elezioni anticipate erano l'unica strada efficace per porre fine all'era berlusconiana. Inoltre, per costruire una opposizione efficace al governo Monti, non basterà agire sulle contraddizioni che si determineranno a causa delle sue politiche economiche e sociali.

Senza la messa in discussione - a livello di massa - del fatto che non vi è nulla di naturale e di oggettivo nelle politiche neoliberiste, la delusione per le politiche di Monti non determinerà protagonismo politico ma ulteriore delusione. In altre parole, dobbiamo operare consapevolmente per trasformare l'antiberlusconismo in antiliberismo come condizione per costruire opposizione di massa e rafforzare la sinistra di alternativa.

Fonte:Liberazione

venerdì 11 novembre 2011

Torino, via alle liberalizzazioni della giunta Fassino

Nel novembre del duemiladieci circa mille e cinquecento torinesi firmarono un appello all'allora sindaco di Torino Sergio Chiamparino affinché non privatizzasse il Gruppo Trasporto Torinesi, la società appartenente al Comune che gestisce la mobilità locale con un discreto successo.

Molti volti noti misero il proprio nome in calce al lungo documento che rivendicava l'indisponibilità di un bene comune come il trasporto pubblico. Sindacalisti, docenti universitari, ed anche uomini e donne della politica oggi approdati nella giunta Fassino. Che però proprio in questi giorni sta varando non solo la privatizzazione della Gtt ma anche della Trm, la società che ha costruito il nuovo iper inceneritore della città, e l'Amiat, dedita alla raccolta rifiuti. Nelle settimane passate Liberazione aveva anticipato l'intenzione della giunta sabauda, una ammucchiata che va dai moderati ultraliberisti ai compagni di Sel, di vendere parte del patrimonio pubblico per fare cassa. La crisi morde, non ci sono soldi per la spesa corrente, questa la ragione ufficiale un po' di tutti.

Così, senza colpo ferire, sul mercato verrà piazzato il quaranta per cento delle tre municipalizzate.
Una manovra ambigua perché il Comune venderà a se stesso, cioè alla la Fct (Finanziaria Comune di Torino), totalmente pubblica. I soldi di nuovi prestiti contratti da Fct per comprare verranno così girati al Comune. Cosa accadrà dopo non è chiaro ma probabilmente la Fct metterà sul mercato le sue quote. A chi? Le fondazioni bancarie, in primis Crt e San Paolo, i due veri poteri forti della città, sono le favorite.

In mano ai privati potrebbe finire così una quota non di maggioranza, ma che ovviamente influenzerà la gestione di tre servizi essenziali per i cittadini in senso speculativo: chi investe denaro proprio vuole guadagnare e non mantenere basso il prezzo del biglietto del bus per aiutare la fascia debole della città. Il prezzo del biglietto di bus, tram e metro aumenterà probabilmente del cinquanta per cento.

Ma la vera sorpresa consiste nella cifra che entrerà dentro le casse della giunta Fassino: appena duecento milioni di euro. I famosi denari sporchi, maledetti ma immediati. Le tre aziende varrebbero, secondo tre banche diverse, tra i cinquecento ed i settecento milioni di euro. Il solo inceneritore del Gerbido, non ancora ultimato, è costato cinquecento cinquanta milioni di euro. Stesso discorso per le due nuove linee metropolitane appena ultimate. Sono i due gioielli della Torino post olimpica.

La deliberà definitiva verrà approvata lunedì prossimo. E questo è l'oggi. Ma c'è anche un domani. Perché chi quella deliberà la approverà politicamente, chi è interno alla giunta Fassino e non ha alcuna intenzione di abbandonarla, cerca di rattoppare la situazione con manifestazione di protesta ed improbabili incontri con al cittadinanza. In una riunione di indirizzo presentata al Forum italiano dei movimenti per l’acqua, Comitato provinciale Acqua Pubblica Torino, i dirigenti locali di Sel hanno però spiegato quali siano le linee di intervento volte a mitigare l'impatto della privatizzazione: innanzitutto nominali, da Finanziaria Comune di Torino Srl a Beni Comuni Torino Srl. Per quanto riguarda a chi vendere le quote un tempo pubbliche le idee del partito di Vendola sono altrettanto chiare: azionariato diffuso a cittadini ed associazioni, nonché a “lavoratori che potrebbero essere coinvolti nei meccanismi di governance come suggerito da molte esperienze straniere, anche recenti (da ultimo il caso Chrysler-FIAT).” Se non si trova nessun piccolo azionista le fondazioni bancarie legate al territorio, sono preferibili- sempre secondo i dirigenti di Sel locali- al socio privato industriale.

Mariangela Rosolen è una delle promotrici del Comitato Piemontese Acqua Bene Comune commenta: “Siamo sconcertati dall'operazione della giunta Fassino, nonché dalla spregiudicata politica di Sel. Le proposte di questo gruppo consigliare non sono assolutamente condivise dal nostro comitato. Chiediamo, a tutti, il pieno rispetto dell'esito referendario ovvero nessuna privatizzazione di servizi pubblici, nemmeno parziale.”

Nettamente contrario anche Armando Petrini, segretario regionale Prc:Di fronte alla gravità e alla drammaticità della crisi economica, ciò che più colpisce è la pervicacia con la quale alcuni, e fra di essi purtroppo il Sindaco di Torino, perseverano nel riproporre le stesse ricette che ci hanno portato nelle condizioni attuali. Il processo di privatizzazione dei servizi pubblici, riproposto come un mantra negli ultimi vent’anni, è stato precisamente uno dei capo saldi dell’ideologia neoliberista.
Andrebbe fatto piuttosto il contrario, e cioè un piano di ri pubblicizzazione dei servizi. Non è fantascienza, il Comune di Napoli ha appena approvato una delibera in tale senso per ciò che riguarda l’acqua.”

Fonte: Liberazione

mercoledì 9 novembre 2011

Il governo se ne andrà e per questo stasera brindiamo


«Il governo se ne andrà e per questo stasera brindiamo», esordisce Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista mentre i tg di prima serata danno conto di quanto avvenuto al Colle - l’ostinazione di Berlusconi ha demolito la credibilità non solo del governo ma più complessivamente della politica, della stessa democrazia.

Sembra di assistere ad una Weimar al rallentatore, c’è una crisi palese del regime, della seconda repubblica.

D: C’è anche un recentissimo sondaggio che conforta questa osservazione: due terzi degli intervistati ritiene che, per uscire dalla crisi economica la prima misura sia abbattere i costi della politica, solo un terzo crede che sia più utile una patrimoniale
.
PF: L’antipolitica – intesa come sfiducia radicale nella politica - ha ormai una dimensione di massa. In realtà noi abbiamo dinnanzi due ipotesi, che si alimentano a vicenda, di uscita a destra dalla crisi del governo e della democrazia. Da un lato il governo tecnico che sarebbe un governo tecnocratico, cioè il governo della Bce e non del popolo italiano. Pensa alla Grecia che non ha nemmeno potuto decidere di fare un referendum sulle sue politiche. Dall’altra l’ipotesi populista che ancora non ha dato il peggio di sé. Pensa se Berlusconi potesse uscire da questa situazione gridando al ribaltone. E pensa alla Lega che, finora, è rimasta imbrigliata nel governo e ha dovuto stare al gioco. Se l’esito dovesse essere il governo tecnico la Lega già ha detto che ne resterà fuori, possiamo immaginarci che tipo di campagna di nazionalismo secessionista e razzista potrebbe fare. Esiste il rischio di un’uscita ancora più a destra dalla crisi.

D: E’ addirittura un passo indietro rispetto al quadro angusto dato dal bipolarismo?

PF: Infatti, la dialettica rischia di essere tra tecnocrati e populismo di destra. Per questo siamo contrarissimi ad un governo tecnico e proponiamo la via maestra delle elezioni. Di fronte ad una crisi politica occorre ridare la parola al popolo.L’obiezione più gettonata è che questo sistema elettorale è improponibile.Nessuna controindicazione, compreso il voto con il Porcellum è maggiore della controindicazione della ricostruzione di un governo di destra o del governo tecnocratico guidato da Monti o similari con il corollario di una opposizione razzista allo stesso. Occorre andare a votare il prima possibile per uscire dalla palude.
D: Viene molto utilizzata la suggestione della transizione di vent’anni fa tra prima e seconda repubblica. Si fa perfino il nome di Amato.

PF: Beh, quella transizione è stata un disastro di cui ancora paghiamo le conseguenze e a cui Rifondazione comunista si è opposta con tutte le sue forze. Oggi sarebbe anche peggio perché la crisi macina molto di più e perché la crisi delle istituzioni è assai maggiore.

D: E come affrontare le urne in queste condizioni?
PF: Noi proponiamo un fronte democratico per battere le destre che veda l’alleanza della sinistra con il centrosinistra, senza i centristi. Pur non vedendo le condizioni per governare insieme al Pd, siamo interessati alla maggiore discontinuità possibile sia sul piano democratico che sociale. Nella realtà e nella percezione della nostra gente c’è la necessità di cacciare Berlusconi. Visto che il sistema elettorale è maggioritario noi dobbiamo stare in sintonia con questa necessità e questo sentimento e contribuire alla cacciata di Berlusconi. Parallelamente poniamo al centrosinistra il tema della democrazia e della partecipazione: per questo proponiamo le primarie di programma, per far decidere al popolo dell’opposizione non solo chi dovrà governare ma per fare cosa. Al rischio di uscita a destra dalla crisi – nelle sue varianti tecnocratiche e populiste – noi dobbiamo proporre una uscita da sinistra. Nel popolo del centrosinistra non la pensano tutti come Renzi: dobbiamo costruire una sponda politica per quei contenuti e attivare delle forme di partecipazione diffusa.

D: Ma così come si declina un’altra necessità, quella dell’autonomia politica della sinistra dal quadro dato?
PF: Allargando la sfera della democrazia. Ho detto delle primarie di programma. Dobbiamo costruire un referendum sui vincoli europei, anche in forma autogestita. Così come stiamo predisponendo con altre forze una campagna referendaria su cui raccogliere le firme a partire da gennaio. Esiste già un fronte ampio contro l’articolo 8. Stiamo discutendo anche sulla legge 30 e su quesiti che consentano di ripristinare il proporzionale. Se raccogliamo le firme a gennaio si voterebbe qui referendum un anno dopo le elezioni e questo sarebbe un modo assai efficace per intervenire dentro la politica da parte della società.

D: Quindi con le elezioni determinare il quadro politico migliore possibile e poi nella società cambiare i rapporti di forza?

PF: E’ chiaro che cacciare Berlusconi non risolverà il problema dell’alternativa, dunque le primarie, i referendum, l’azione dei movimenti determinerebbero la possibilità di interagire col quadro politico con una forza esterna. La dialettica parlamentare non può esaurire la ricerca della costruzione dell’alternativa, perciò dobbiamo costruire la forza nella società. Ma c’è anche una ragione di fondo nella ricerca di forme di democrazia diretta: dentro questa crisi economica c’è la crisi della democrazia rappresentativa. Nel neoliberismo, attraverso le politiche fatte dagli stati c’è stato un passaggio di poteri dagli stati alla finanza, dai parlamenti ai governi e da questi al direttorio Bce/Germania.

D: Anche da questo si percepisce come gli spazi per la politica siano strettissimi.

PF: La politica, applicando politiche neoliberiste, ha scelto di non contare lasciando fare ai potentati economici. Da un lato c’è una crisi fortissima di legittimità, dall’altro, però, c’è una fortissima domanda di democrazia spesso deviata dai mass media in termini “anti-casta”. Noi invece dobbiamo saper riconoscere la domanda sociale come domanda di potere: in Molise, alle recenti regionali ha votato meno gente che ai referendum di giugno che hanno incarnato questa domanda sociale di partecipazione. Della stessa cosa ci parlano le esperienze della Val di Susa, della Fiom, del 15 ottobre che, al di là di tutto è stata in Italia la più grande piazza di quel giorno. Ma tutto ciò non ha uno sbocco politico. Che siano su Vendola, o sulla variante più di destra Renzi, le primarie sono una sussunzione di quella voglia di partecipazione dentro un meccanismo di iperdelega al leader carismatico. Dalla delega al partito alla delega al leader. Pensa che solo la Fds e il Pd non hanno il nome del capo sul simbolo elettorale. Le primarie di programma sono utili a individuare dei nodi - no alla guerra e alle spese militari, no alla precarietà, sì ai beni comuni e alle ripubblicizzazioni - da indicare al centrosinistra perché si scelga non solo chi ma che cosa fare.

D: Ma come è possibile ricostruire spazi di democrazia partecipata ed efficace? Esiste il problema di “un nuovo che non nasce”?.

PF: I problemi sono tanti, occorre lavorarci in direzione della socializzazione della democrazia. Oggi i referendum non hanno più la sola valenza di fotografare lo scarto tra paese reale e paese formale. Oggi possono avere una valenza costituente di soggettività. Per questo seguiamo l’esperienza dei movimenti per l’acqua (parteciperemo alla manifestazione nazionale del 26) e stiamo dentro a tutte le sperimentazioni di costruzione della soggettività della società civile con interessi antagonisti alla grande finanza. Ma per questo serve che si trovino forme persistenti di autorganizzazione, di contropotere dal basso. Penso che in tutta Italia si debba agire come si agisce in Val di Susa. E poi la politica va riconnessa al fare. Ecco perché siamo l’unico partito a spalare fango a Genova, l’unico a intervenire nel terremoto, a fare i Gap. Le condizioni per l’alternativa nascono nella densità sociale che si contribuisce a ricostruire.

D: Ma chi potrebbero essere gli interlocutori di questa ricerca?

PF: Coloro che hanno fatto l’opposizione sociale in questi anni. A differenza di altre fasi storiche, l’elemento democratico è costituente. Nella sua crisi, il capitalismo cerca di restringere la partecipazione per restituire, come nell’Ottocento, il potere ai padroni e ai banchieri riducendo il conflitto sociale a problema di ordine pubblico. Noi, al contrario, dobbiamo favorire l’irruzione delle masse nello spazio pubblico. Noi vogliamo aggregare la sinistra di alternativa a partire dalla ricostruzione della soggettività, la sinistra che opera per rompere il senso di impotenza, che “aiuta” - come diceva Vittorio Foa - la gente a governarsi da sé. Per tutto questo la sinistra d’alternativa deve essere in grado di non subire, di non farsi sovradeterminare, dal falso movimento del bipolarismo che ci vorrebbe o marginali o allineati.

domenica 6 novembre 2011

Bossuto: continue offese ai precari ed all’intelligenza di noi tutti.

In questi giorni difficili per (quasi) tutti è davvero difficile non essere colti da una profonda stanchezza interiore leggendo le dichiarazioni rilasciate da chi amministra il nostro Stato, ma anche gli enti locali.

Non solo deprimono le agenzie stampa che riportano le affermazioni poco rassicuranti provenienti dal Presidente del Consiglio, in cui si indica nei ristoranti pieni la prova dell’assenza di crisi in Italia, ma danneggiano la speranza per una politica migliore anche le recentissime affermazioni rilasciate dall’assessore torinese Pellerino, in occasione del dibattito in commissione inerente i precari dei nidi cittadini.

L’assessore in quota SeL ammette che non vorrebbe essere nei panni dei precari, neppure di un assessore quale è lei, limitando alla prospettiva di una deroga al patto di stabilità l’unica possibilità positiva al dramma dei precari: insomma l’ammissione che non vi è soluzione alcuna.

Per quanto concerne il non volere l’assessore indossare gli abiti di un assessore la soluzione sembra facile e si chiama “dimissioni”, che giunti a questo punto auspicherei al più presto evitando pure gravi sdoppiamenti di personalità, mentre per garantire ai nidi di poter usufruire della professionalità in capo ai precari occorrerebbe solo reperire risorse evitando gli sprechi a cui siamo da tempo abituati.

Invitare i precari ad affidarsi all’imprenditoria sociale, come è stato detto in sede comunale, pare davvero un paradosso quasi offensivo sia nei loro confronti che in coloro che ancora credono che la giunta Fassino possa definirsi di Sinistra.

Oggi pomeriggio un passante, con gli occhi pericolosamente sgranati, incrociandomi ha gridato con violenza “Comunista di merda”: alla luce di quanto viene compiuto da chi si definisce di Sinistra, e da chi invece è dichiaratamente berlusconiano, mi tengo l’insulto e ne faccio preziosa medaglia da appuntarmi al petto.

Juri BOSSUTO
PRC- Federazione della Sinistra

mercoledì 2 novembre 2011

Paolo Ferrero: Un referendum per fermare la più grande truffa di tutti i tempi

Da mesi sentiamo parlare dai telegiornali della speculazione finanziaria contro l’Euro e in particolare contro i titoli di stato della Grecia prima e dell’Italia poi. Per far fronte a questa speculazione il governo Berlusconi ha fatto un paio di manovre in agosto e adesso si appresta a fare ulteriori stangate. Dalla libertà di licenziamento all’allungamento dell’età per andare in pensione, dalla privatizzazione dei servizi pubblici locali alla messa in discussione dei contratti nazionali di lavoro, al taglio dei fondi per l’assistenza sociale.

Tutte queste misure sono state condivise con l’Unione Europea che anzi chiede – insieme alla Banca Centrale Europea – misure più pesanti di taglio della spesa pubblica. Si tratta delle stesse misure che da un anno sono state applicate alla Grecia e che hanno prodotto una pesante recessione e un drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro in quel paese.

Ma queste misure servono a combattere la speculazione finanziaria ? NO!
La speculazione sull’Euro e poi sui titoli di stato greci e italiani è frutto di un fatto preciso: la Banca Centrale Europea (quella che stampa l’Euro per conto degli stati europei) è l’unica Banca Centrale del mondo che presta i soldi alle banche private (all’1,5% di interesse) e non presta direttamente i soldi agli stati. Gli stati sono così obbligati a finanziarsi sul mercato, cioè a farsi prestare soldi dagli speculatori che ovviamente ricercano il loro guadagno. A tal fine gli speculatori (cioè le banche e le grandi finanziarie) attaccano uno stato per volta e per acquistare i titoli di stato si fanno pagare un tasso di interesse da usurai. Concretamente l’Italia oggi paga più del 6% di interessi per piazzare i suoi titoli (la Grecia oltre il 15%). E’ chiaro che gli speculatori che prendono a prestito i soldi dalla BCE all’1,5% e poi li prestano all’Italia al 6%, hanno un bel guadagno e continueranno questo gioco all’infinito. Il governo potrebbe anche abolire le pensioni o la sanità pubblica ma la speculazione continuerà a fare il suo gioco. Anche perché, grazie all’evasione fiscale il debito italiano è di 2000 miliardi di euro e gli speculatori hanno quindi parecchio debito su cui speculare e nessuna politica è in grado di ridurre veramente il debito senza mettere i carri armati per le strade. In questa situazione il Fondo Salva Stati fatto a livello europeo rappresenta solo la cifra che gli speculatori possono estorcere agli stati prima che questi falliscano: è un finanziamento pubblico agli speculatori!

C’è un modo per combattere la speculazione finanziaria? SI!
Basterebbe che la BCE oltre a prestare i soldi alle banche li prestasse direttamente anche agli stati membri, cioè comprasse direttamente i titoli degli stati europei. In questo modo gli stati avrebbero il danaro necessario al tasso di interesse ufficiale dell’1,5% e non sarebbero obbligati ad andare a chiedere i soldi agli strozzini. La speculazione cesserebbe immediatamente perché non vi sarebbe più la possibilità di ricattare gli stati da parte degli speculatori. Qualcuno può pensare che la nostra sia una risposta semplicistica, che se fosse così semplice l’avrebbero già fatto. Peccato che noi proponiamo di fare esattamente quello che fanno gli USA, dove la Federal Reserve compra direttamente i titoli di stato americani, la Gran Bretagna, l’India, il Brasile, la Cina e tutti i paesi del mondo. L’Europa è l’unico posto nell’universo e l’unico caso nella storia dell’umanità in cui la Banca centrale – in nome dell’ideologia neoliberiste - presta direttamente i soldi agli speculatori e non agli stati. Se ne è accorto anche Sarkozy – il cameriere della Merkel - che dieci giorni fa ha proposto di trasformare il fondo salva stati (che può comprare i titoli degli stati) in una banca, in modo che potesse prendere i soldi direttamente dalla BCE e fare l’operazione che proponiamo noi sia pure con un giro un po’ più lungo.

Ovviamente appena la Germani ha detto no, Sarkozy ha ritirato la proposta.
Occorre chiamare le cose con il loro nome: ci troviamo davanti ala più grande truffa mai avvenuta su scala mondiale: la speculazione è voluta dall’Unione Europea e dalla BCE per spingere gli stati a tagliare lo stato sociale e i diritti dei lavoratori e i governi come quello di Berlusconi, di Papandreu e di Zapatero sono complici.

Il complesso delle classi dirigenti europee permette alla Merkel di usare la speculazione come una clava per ridurre il costo del lavoro in una Europa considerata alla stregua del cortile di casa della Germania. Non è un caso che ci censurano: siamo gli unici a dire ad alta voce questa semplice verità.
Per fermare questa truffa noi proponiamo che lo stato italiano non restituisca i soldi alle banche estere che stanno speculando e proponiamo di fare un referendum sulle politiche economiche, così come ha previsto il governo greco. Un referendum che si pronunci chiaramente sulle politiche economiche e che sia vincolante per questo governo ma anche per i governi futuri. Se il governo non vuole organizzare il referendum lo dobbiamo organizzare dal basso, autogestito. Non è possibile che la gente sia “sondaggiata” su tutto ma non possa mai pronunciarsi sulle cose importanti!
In democrazia il potere è del popolo e il popolo deve decidere le politiche economiche. Referendum subito sulle politiche economiche del governo e della UE. Prima che sia troppo tardi!
Paolo Ferrero
Editoriale di Liberazione di domani 3 novembre 2011

Fonte: Contro la Crisi

martedì 25 ottobre 2011

La liberazione della Maddalena sarà vita e libertà

Alcune immagini dall'altro capo del filo rosso di resistenza NO TAV che nella giornata del 23 ha ribadito la propria forza e l'irriducibilità della lotta popolare contro la grande mala opera.
La generosa difesa della Baita Clarea, da parte di un pugno di donne e uomini che hanno deciso di rimanere all'interno della cosiddetta zona rossa per impedire (o almeno documentare) arbitrii e danneggiamenti.
Il "cantiere che non c'è" che dalle prime ore del 22 è andato riempiendosi di armati, blindati, mezzi d'assalto; le centinaia di uomini in assetto antisommossa, usciti dal fortino per allargarsi intorno alla baita, attraverso i boschi, accompagnati dall' insistente ronzare dell'elicottero.

La notte violentata dai fasci di luce delle torri-faro, cadenzata dai passi delle ronde.

E l'alba livida della mattina del 23, con il posizionarsi delle truppe lungo le reti del fortino, sul ponte e sulle rive del Clarea.
Verso le sette del mattino, dai cancelli sotto i piloni e alle vasche dell'autostrada, escono sferragliando le ruspe per spianare la via alla repressione. Il primo a cadere è il grande gazebo che per notti e giorni ha protetto i nostri turni alle reti, ed ha dato riparo ai digiunatori; poi sono gettati giù dal pendio i materiali delle barricate, lo scheletro del camper NO TAV bruciato dalle truppe d’occupazione il 27 giugno dopo la presa della Maddalena, la roulotte che aveva accompagnato e dato supporto alla costruzione della baita.

L’avanzare delle ruspe travolge le macchie dei noccioli e i giovani polloni dei castagni, schianta le chiome dei ciliegi che si protendono sul sentiero, sconquassa i muretti a secco e apre crepe nel fondo stradale a lose, costruito con perizia e fatica da coloro che per centinaia d’anni, in questi luoghi, coltivarono e protessero vigne e castagneti. Quando tace lo sferragliare dei mezzi, si possono sentire le voci del bosco ferito; l’acuminato trillo dei pettirossi ci dice il coraggio della vita che resiste, che neanche i loro veleni e la loro violenza riusciranno a spegnere.
Avvertiamo intorno a noi crescente tensione e nervosismo; intravvediamo sguardi ostili o assenti,come se dietro l’esibizione di muscoli ci fossero timore e insicurezza.
A un certo punto un graduato ci consiglia di mettere al sicuro le tende del piccolo campeggio lungo il Clarea: non può garantire sul comportamento di quelli che lui chiama i suoi “cani sciolti”…

La situazione è surreale come un inquietante sogno in cui ti senti insieme attore e spettatore impotente.
La mattina avanza lenta; dai telefonini ci giungono le notizie della manifestazione in marcia, delle reti tagliate.

Ci avviciniamo al Clarea: sappiamo che tra poco non saremo più una decina, ma decine di migliaia; abbiamo portato le bandiere NO TAV e il megafono per accogliere degnamente il popolo NO TAV che viene a liberarci. Intoniamo Bella Ciao.
Davanti a noi sul ponte e lungo il torrente, sta immobile la truppa schierata, In alto, tra i boschi, intravediamo il riflesso dei caschi blu e neri.
Il ronzio dell’elicottero si avvicina, poi diventa rombo e la sua sagoma compare nello spicchi di cielo che ci sovrasta…Ed ecco che il bosco e il greto del torrente si animano… spuntano le prime bandiere, si agitano mani, risuonano voci di saluto.

Rivivo le sensazioni del 2005: quella che ci sta venendo incontro è la stessa marea colorata che il 31 ottobre salì a dare aiuto e speranza al pugno di resistenti del Seghino, quella che l’8 dicembre scese dai pendii di Venaus e abbattè le reti del cantiere, scompigliando una partita che sembrava ormai giocata e mandando in fumo le certezze arroganti della lobby del TAV.
Anche questa volta le truppe hanno perso. Sono nipoti, figli, fratelli, amate figlie e sorelle coloro che ci abbracciano e ci fanno commuovere….

Il resto è storia documentata e ampiamente raccontata da immagini e parole.
Tra tanta gioia un dolore, il cerbiatto trovato dai manifestanti, con le gambe spezzate e ormai agonizzante, nei boschi sopra il Clarea: evidentemente, disturbato dalle ronde nella notte, aveva cercato di fuggire attraverso il bosco che, per queste creature tipicamente diurne, diventa col buio luogo di trabocchetti mortali.

La liberazione della Maddalena sarà vita e libertà non solo per gli esseri umani, ma anche per gli alberi, per gli animali cui le reti del fortino costituiscono barriere invalicabili sulla via verso l’acqua, verso i pascoli che sono loro da sempre.

Nicoletta Dosio

domenica 23 ottobre 2011

No Tav: distrutto il loro scenario apocalittico

Ancora una volta gli scenari apocalittici della vigilia si sono frantumati davanti alle ragioni del movimento No Tav.

In molti, nei giorni scorsi, hanno sperato che la manifestazione di oggi in valle di Susa si trasformasse in una semplice prova di forza dai risvolti drammatici. Invece ancora una volta i valsusini hanno dimostrato un grandissimo senso di responsabilità, sfidando a migliaia sentieri e freddo per ribadire la propria indignazione, e contrarietà, in merito ad un’opera utile a pochi e dannosa ai più.

I pronostici della vigilia legati agli scenari apocalittici di chi invocava la militarizzazione dell’intera valle, cadono miseramente in frantumi innanzi alla determinazione, lucida e piena di disinteressata passione, di chi da anni lotta per evitare uno scempio ambientale ed economico senza eguali.

Rimangono ad occupare il cantiere gli sprechi derivanti dall’insediamento dei sondaggi geologici, modello “Cinecittà”, aperti a Chiomonte a cui si sommano i costi, in molte migliaia di Euro, per la vigilanza dell’area affidata al personale, sempre più stremato, dei polizia ed esercito.

L’Europa, che in passato qualcuno indicava come la grande finanziatrice del Tav, si appresta a coprire forse solo il 40% del costo legato all’opera, chiudendo gli occhi davanti al grande dissenso manifestato da un popolo intero. Lo scenario apocalittico può essere riconducibile solo alla colpa grave di chi difende il progetto Tav a tutti i costi. Credo, ma è solo un’opinione personale, sia giunto il momento di tornare a manifestare davanti alle sedi del potere di Torino.

Juri BOSSUTO
PRC Federazione della Sinistra

venerdì 14 ottobre 2011

Paolo Ferrero (Prc): "Occorre un movimento antiliberista di massa"

Controlacrisi.org intervista Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista.

Nella direzione nazionale di Rifondazione Comunista giungono notizie sempre più positive per la manifestazione di sabato. Saranno in migliaia le compagne e i compagni vicini al partito e alla FdS che si preparano a raggiungere Roma, consapevoli di ritrovarsi forse alla prima tappa di un percorso di cambiamento molto radicale non solo nel Paese. Paolo Ferrero, segretario del Prc, giudica molto importante l’impegno del partito in questa mobilitazione, tanto nella sua espansione del 15 ottobre quanto nel radicamento nei territori.

«Il problema che abbiamo in Italia è quello di non cadere dalla padella alla brace. Dobbiamo riuscire a cacciare Berlusconi ma non dobbiamo permettere che si costituisca un governo senza che cambi la sostanza del proprio operato. Per questo occorre costruire un movimento antiliberista di massa e lavorare affinché diventi anticapitalista. La crisi è del liberismo e solo uscendo da questo si può determinare una soluzione della crisi. Non basta prendersela contro questo o quel leader, dobbiamo affrontare l’origine del problema. Perciò siamo interessati a costruire unitariamente un movimento che deve sedimentarsi nei territori e divenire punto di aggregazione di massa».

Su quali prospettive secondo te?
«Affinché possa proseguire credo occorrano due elementi fondamentali. Innanzitutto la democrazia e la partecipazione. Non è casuale che ad aprire la manifestazione di sabato ci siano esponenti di vertenze in corso, e poi realtà come i comitati per l’acqua e il movimento della Val di Susa. Rappresentano una istanza di democrazia e della partecipazione dal basso e che mirano agli interessi e al potere del popolo intero. Anche per questo noi proporremo un referendum per l’abolizione dell’Articolo 8 della manovra e della Legge 30 sulla precarietà. Il secondo elemento riguarda il fatto che questo movimento deve poter decidere e mantenere una autonomia dal quadro politico. La sua costruzione deve restare indipendente dalle dinamiche ristrette, non deve piegarsi sulle elezioni cercando la propria soluzione in questa o quella lista. Il punto che secondo me deve essere posto è quello di una strategia di allargamento degli spazi di democrazia».

Ma sono molto diffuse nel movimento le posizioni di chi rifiuta la presenza dei partiti, avverte la distanza dalla politica e si sente irrappesentabile
«Si tratta di una distanza che è frutto della distruzione che si è operata della democrazia attraverso il bipolarismo e attraverso partiti che non fanno il loro mestiere. Una questione seria a cui ognuno deve dare una risposta. Il nostro rapporto con i movimenti vuole essere quello di esserci costantemente e coscientemente sottolineando la necessità di autonomia ed evitando ogni forma di strumentalizzazione. Ogni volta che si partecipa devono essere chiare e dichiarate le ragioni per cui si è presenti».

L’appello del Coordinamento 15 ottobre è breve e denso. Quali sono le ragioni per cui il Prc ci si riconosce?
«Per noi il senso è abbastanza semplice: o l’Europa cambia politica e non si deve pagare il debito. Pagare significa essere macellati e finire come la Grecia. Non lo diciamo per uscire dall’euro. L’obbiettivo è costringere l’Europa a cambiare politica ma perché cambi realmente non si può restare nelle regole già dettate. Sono regole fatte per mantenere lo status quo, è per questo che da queste regole bisogna uscire».

Torino: i comunisti all'attacco di Bankitalia

Cara BCE c’è posta per te.

La Federazione della Sinistra consegnerà ai rappresentanti della sede torinese della Banca d’Italia – via dell’Arsenale 8, alle ore 11,30 – una “letterona” indirizzata all’attuale e prossimo presidente della Banca d’Italia – Jean Claude Trichet e Mario Draghi -, nel quale si rispediscono al mittente le richieste, inaccettabili, formulate nella loro missiva al governo italiano dell’agosto scorso e si formulano proposte alternative.

Iniziative analoghe si sono tenute e si stanno tenendo in tutta Italia. La lettera, simbolicamente in un grande formato, sarà accompagnata anche da materiali in tema che la Federazione della Sinistra porterà sotto la sede torinese come opera di sensibilizzazione in tema.

Un appuntamento, quello di domani, in vista della grande manifestazione del 15 ottobre – in una giornata che vedrà mobilitazioni analoghe a livello europeo ed extra europeo - degli "indignatos", coloro che chi si indignano proprio per le politiche messe in atto dai governi, su suggerimento della BCE, nei confronti della crisi in atto.
Fonte: FdS Torino



"Ribellarsi al debito", con questo slogan gli studenti dei collettivi universitari di Torino hanno dato vita nella notte a una serie di azioni dimostrative contro Bankitalia, San Paolo ed Equitalia.
«Manderemo in crisi la vostra austerity» dicono i ragazzi che hanno tappezzato le sedi di banche, agenzie di debito e anche della Regione Piemonte con striscioni contro la crisi. «Questa crisi è un fatto politico, una colpa tangibile con dei responsabili reali, che vanno individuati e affrontati», spiegano gli attivisti, che proprio nei bersagli colpiti individuano i veri artefici di questa situazione.
Gli universitari, infatti, denunciano i rischi della politica di austerity voluta dagli stati occidentali: «Un meccanismo di spremitura sociale, che in breve dovrebbe far saltare fuori i soldi scomparsi, direttamente dalle tasche di dipendenti pubblici, precari e studenti». E ancora bocciano «la ricetta siglata Trichet e Draghi» che prevede solo «più tasse, meno servizi, più privatizzazioni. Ecco la ghigliottina della scomparsa del welfare abbattersi sull'Italia debole, quella che versa i contributi, paga le multe, e permette al teatrino di Montecitorio di continuare nelle sue farse».
Con le azioni della scorsa notte, inoltre, i ragazzi dei collettivi universitari rilanciano l'appuntamento per la giornata di sabato 15 ottobre, quando «dall'Europa al nord Africa, dall'America Latina agli Stati Uniti giungerà l'unica soluzione alla crisi possibile. Un NO netto, definito, sarà la vera risposta globale alla prescrizione di austerity dei medici finanziari».
di Giulia Zanotti

Fonte: Nuova Società

domenica 9 ottobre 2011

Bertinotti, Ferrero, Landini: online l'intero dibattito

tdi Dino Greco
su Liberazione del 09/10/2011

Dino Greco
Tutta la sinistra radicale sostiene che la crisi si presenta con un carattere ambivalente: occasione/pericolo. Ma un'occasione per chi? - si chiede Fausto Bertinotti nell'editoriale dell'ultimo numero di "Alternative". E' stata fatta tabula rasa del compromesso sociale e democratico che ha retto l'Europa nel secondo dopoguerra. Le classi dominanti scalano un altro gradone del loro dominio. Il tratto più macroscopico è l'occultamento delle cause. Nel momento in cui il capitalismo si fa legge naturale e si propone come scienza, "ideologico" diventa tutto ciò che gli si oppone. Il gioco di prestigio consiste nella totale sussunzione della politica nell'economia capitalistica. Ma dove viene questa crisi? E' la superfetazione finanziaria del capitalismo, quindi una patologia? Oppure è l'effetto della fisiologia intrinseca al modo di produzione capitalistico e ha le sue radici nell'economia reale? Dov'è l'uovo del serpente, nella finanza o nei rapporti sociali?

Fausto Bertinotti
Terrei ferme due avvertenze nel giudizio sulla fase attuale del capitalismo. Non possiamo limitarci alla ripetizione di cose note. Il problema della scientificità dell'analisi critica è un punto chiave. La tua domanda è rilevante perché ci porta al giudizio sul capitalismo finanziario globalizzato. Qual è la specificità di questa particolare forma di capitalismo? Primo, stiamo parlando di una organizzazione capitalistica che riguarda l'Occidente e non tutto il mondo. Esistono altre forme di capitalismo, che sono governate diversamente, per esempio, nell'area asiatica e nei paesi del Bric - meglio o peggio, non so. Secondo, all'interno dell'Occidente, c'è una specificità dell'Europa, nella quale questa nuova forma di capitalismo si confronta con quella della fase precedente, che non era solo una semplice organizzazione tecnica del capitale, bensì una vera operazione politica. Il capitalismo fordista-taylorista-keynesiano, egemone nel mondo, in Europa realizza un compromesso. Qui sono in polemica con Riccardo Bellofiore perché ritengo che quel compromesso sociale non fosse un obiettivo perseguito dal capitalismo e che si sia realizzato invece per effetto della lotta di classe. Prima viene il conflitto, lo scontro destra-sinistra, poi il compromesso di quella particolare forma di capitalismo. Il capitalismo finanziario globalizzato, invece, prende questa forma cui stiamo assistendo perché ha un obiettivo particolarmente duro e ambizioso: la demolizione della civiltà del lavoro del ciclo precedente. Questo capitalismo finanziario globalizzato ha la vocazione di sussumere dentro di sé tutto e tutti, di ridurre tutto a merce - come ogni capitalismo - ma in una condizione di assenza del proprio avversario storico. L'idea che porta avanti è che per essere competitivi bisogna ridurre tutto a variabile dipendente. Da qui nasce l'incompatibilità di questo capitalismo con la politica - intesa come sfera autonoma in cui si formano le decisioni. E' una vocazione totalizzante che produce un'Europa oligarchica in cui i conflitti sociali, in primo luogo quelli del lavoro, vengono non combattuti, ma considerati fuori dal quadro ammissibile di questa società organizzata. Ecco perché ritengo che si debba evitare di ripetere il mantra sulla crisi del capitalismo e che occorra concentrarsi sulla specificità della vicenda di questa particolare forma del capitalismo finanziario globalizzato.

Paolo Ferrero
Sono d'accordo con l'analisi generale di Fausto. Ma questo capitalismo finanziario in crisi da dove arriva? Io credo che nasca come risposta al ciclo di lotte e alla forza del movimento dei lavoratori negli anni Sessanta e Settanta. Il ciclo fordista-keynesiano aveva permesso nei paesi occidentali di porre il problema della giustizia sociale e dei diritti in una modalità molto avanzata. Quel movimento di emancipazione si è affermato in continuità con il compromesso costituzionale che era stato raggiunto alla fine della guerra contro il nazifascismo. E' avvenuto in una forma conflittuale. Il capitalismo si modifica brutalmente per riprendere il comando dopo una fase, come quella degli anni Settanta, in cui si sono stati messi in discussione i vincoli di mercato in nome di un modello più avanzato di umanità, fondato sull'autogestione e su una più ampia libertà. Il neoliberismo è la modalità con cui il capitale riprende il comando, facendosi forte di un'idea totalizzante di società. L'ideologia neoliberista è un pensiero unico che si ammanta di pretese scientifiche e propone l'economia come un fatto naturale. E' la rappresentazione dell'uomo egoista che perseguendo i propri interessi individuali realizza il benessere sociale. La globalizzazione ha permesso al capitale di mettere al lavoro centinaia di milioni di persone, di aumentare l'esercito industriale di riserva, di tagliare i salari e ridurre il welfare. Questo nuovo capitalismo finanziario nasce come risposta capitalistica al più grande ciclo di lotte che si sia mai visto in epoca moderna, con l'obiettivo di svincolare il capitale dalla forza del movimento dei lavoratori. La globalizzazione è un sistema in cui i capitali e le merci si muovono come vogliono, mentre gli uomini sono legati al territorio. Cosa accade oggi? Succede che è entrata in crisi la risposta capitalistica al più alto ciclo di lotte che ci sia stato nel capitalismo moderno. Questa risposta permette sì di riprendere il comando sul lavoro e di abbassare il salario, diretto e indiretto, ma innesca una tendenza che si scontra col meccanismo di accumulazione capitalistico. La gente che lavora non ha i soldi per comprare le merci che produce. A mio parere il meccanismo finanziario - quello che fa partire la crisi - amplifica la crisi stessa e ne determina gli effetti a catena. Nel 2008, appena scoppiata, era una crisi dall'entità modesta, poi il buco si è allargato a migliaia di miliardi di dollari. L'economia finanziaria ha consentito un trasferimento di risorse dal basso all'alto, ma attraverso meccanismi fragili. A questo punto, o torniamo a porci il problema di un superamento del modello, di un controllo democratico sulla produzione oppure si assiste a una brutale accentuazione del dominio capitalistico incompatibile con tutte le conquiste democratiche del '900. Oggi, più che mai, è vera l'alternativa socialismo o barbarie.

Maurizio Landini
Gli anni 80 sono lo spartiacque. Nello scontro tra due modelli di capitalismo, quello renano e quello anglosassone, ha vinto il secondo. La centralità dell'impresa ha sottratto alla politica ogni margine di autonomia. La globalizzazione ha messo in contrapposizione un miliardo e mezzo di persone senza diritti con 5-6 milioni di persone che qualche diritto l'avevano. Oggi è diventato difficile per qualsiasi sindacato mettere in pratica lo slogan "proletari di tutto il mondo unitevi". Tuttavia sono emerse le contraddizioni di questo modello. La finanza può fare quel che vuole, ma i costi ricadono sulla vita delle persone. Le disuguaglianze sono aumentate vertiginosamente. La condizione perché questo modello economico funzioni è la precarietà e una situazione di bassi diritti e bassi salari. L'attacco alla contrattazione collettiva è la dimostrazione che l'attuale modello economico e sociale non permette una mediazione tra diversi interessi. La questione della democrazia è il punto da cui ripartire. Cosa produci, perché produci, come produci, nell'interesse di chi e con quale impatto ambientale? La politica deve tornare ad avere un ruolo e le persone devono riappropriarsi della possibilità di decidere.

Dino Greco
Persino un miliardario americano come Warren Buffet ha sostenuto la necessità di una patrimoniale e di una tassazione sulle transazioni finanziarie. C'è un tipo di capitalismo intransigente e un altro "moderato". Ambedue, però, tendono alla sottomissione del lavoro in nome della competitività. Salari, diritti, prestazioni, orari diventano variabili dipendenti. Tutto ciò che esiste, dal lavoro alla natura, diventa un combustibile per il processo di accumulazione. Il capitalismo ha dunque una vocazione distruttiva nei confronti dell'umanità in generale, non solo verso singoli pezzi della società?

Paolo Ferrero
Questo capitalismo tende non solo a ridurre il lavoro a merce, ma include la natura nella forma dello sfruttamento ed è potenzialmente distruttivo dell'habitat in cui si riproduce l'umanità. Non solo. In questo contesto la guerra è la pura prosecuzione dell'accumulazione capitalistica. In futuro, oltre ai conflitti per il petrolio, vedremo probabilmente le guerre per l'acqua potabile, per le terre coltivabili, per le materie prime. Il concetto di guerra si è dilatato. Le compagnie petrolifere che hanno i mercenari a guardia dei pozzi in Africa o altrove, stanno facendo guerra di occupazione o no? Questo è un capitalismo distruttivo delle condizioni di vita del pianeta. Quel che si evidenzia dal 2008 a oggi è che questo meccanismo non è in grado di dare una risposta neppure al problema di uno sviluppo in termini capitalistici. L'utopia capitalistica di mercificazione del globo intero non è concretamente possibile per i limiti fisici delle risorse - oltre a non essere auspicabile per la maggioranza della popolazione. Ha ragione Landini quando dice che torna di attualità la discussione sul senso di fondo della società e del modello di produzione.

Fausto Bertinotti
Io starei attento a dire che il capitalismo è impotente. E' brutto, ma ha una grandissima vitalità. La crisi è un'occasione? Sì, ma se a sfruttarla sono le classi dominanti, un problema c'è. Il capitalismo ha una capacità di innovazione che tu, come avversario storico, invece non hai. Questo capitalismo finanziarizzato ha occupato anche le sfere immateriali e ne ha tratto risorse. Non è un avversario fragile. L'incertezza del futuro e la crisi non lo rendono una tigre di carta. Torno alla domanda. Oggi sono all'ordine del giorno la patrimoniale e la Tobin Tax, un tempo slogan solo di aree minoritarie della sinistra radicale e del movimento altermondista. In una condizione in cui le popolazioni devono subire grandissimi sacrifici ci sarebbe una disponibilità di una parte delle classi dirigenti a farsi carico responsabilmente anch'esse di una parte di sacrifici. Come mai, però, queste proposte di buon senso, che hanno il consenso di tutta l'accademia mondiale, non si traducono in scelte politiche da parte dei governi? Perché il sistema, nonostante abbia un nucleo duro fondato sulla cancellazione della soggettività del lavoro e sulla distruzione del welfare, non accetta neanche la variabile riformista borghese per accattivarsi le masse con questi provvedimenti? La risposta la dà Obama. Il presidente degli Usa riconosce ormai il fallimento della politica e l'impotenza di fronte al combinato disposto degli automatismi economici del mercato che diventano scelta politica obbligata. Gli spazi di mediazione vengono negati sistematicamente, lo spiegava Maurizio poco fa. Se il miliardario Buffet non viene preso in considerazione, se tutti gli economisti spiegano che le politiche di austerità producono recessione ma rimangono inascoltati, ciò vuol dire che c'è un impedimento organico e strutturale. L'ostacolo è precisamente la natura di questo capitalismo e del suo farsi politica demolendo tutte le soggettività. E' proprio questo che dà spazio, vigore e interesse alla rivolta. La rivolta è la forma più intelligente che prende atto che tutti gli spazi di mediazione sono stati chiusi e tenta di buttare all'aria il tavolo per riaprirlo.

Dino Greco
L'oppressione del lavoro si unisce al sequestro di sovranità degli stati. Il capitalismo non riconosce altri vincoli che non siano le regole che il capitale definisce per se stesso. Quindi la Costituzione antifascista, il compromesso tra capitale e lavoro che aveva introiettato, diventa un limite inaccettabile?

Maurizio Landini
Se siamo in questa situazione è perché anche le forze della sinistra non hanno assunto fino in fondo, negli ultimi anni, la rappresentanza del lavoro come base su cui ricostruire un altro modello sociale. La crisi come opportunità? Bisogna essere consapevoli della forza del capitalismo, altrimenti è una partita già persa. Certo, il modello di sviluppo dominante è un modello distruttivo, non solo verso il lavoro, ma anche nei confronti dell'intero pianeta. L'alternativa alla crisi non si riduce alla Tobin tax o alla patrimoniale. Non ce la possiamo cavare con una semplice ripresa dei consumi. Bisogna avviare un processo democratico e riaprire il problema di cosa e come si produce, per quali bisogni e con quale sostenibilità ambientale. O c'è una partecipazione dal basso oppure non si riesce a mettere in discussione i nodi che hanno creato la crisi. Riflettiamo sul rapporto tra democrazia e finanza. Come è stato eletto Obama? Chi ha pagato la sua campagna elettorale per la presidenza? La finanza non è decisiva solo perché influisce sulle scelte dei governi, ma anche perché interviene nel costruire le candidature dei governanti. Chi altri se non Della Valle può comprarsi le pagine dei giornali per dire quello che pensa? Lui può farlo, un lavoratore no.

Paolo Ferrero
Vorrei chiedere a Fausto, ma davvero la politica non può far niente? Il quadro che qui emerge è che gli Stati non fanno niente, i sindacati non sono in grado, su base nazionale, di obbligare il capitale alla contrattazione. Viene fuori una situazione di impotenza. La tendenza alla rivolta mi pare un modo per riempire questo vuoto della politica che non riesce più a incidere sul capitale. Ma Obama, quando dice che non può far niente, dice la verità o mente? Io penso che menta. Non è vero che Obama non potesse fare nulla. Non ha fatto nulla in nome della compatibilità politica e culturale del suo mandato. Se sono stati spesi quindicimila miliardi di dollari per salvare le banche private e non è stato messo un soldo per difendere i redditi della gente, questa è stata una decisione della Federal Reserve e del presidente Obama. Gli Stati hanno ceduto potere ai mercati, ma non è vero che gli Stati o le aggregazioni di Stati non possono riprendere potere. I debiti sovrani dei paesi europei, ad esempio, sono sottoposti agli attacchi speculativi per il semplice motivo che la Banca centrale non acquista direttamente i titoli di stato dei paesi membri. In Giappone dove il debito pubblico viaggia intorno al 220 per cento, non c'è nessuna speculazione sullo yen, perché la Banca centrale giapponese compra i titoli. La decisione in virtù della quale la Banca centrale europea che dà i soldi alle banche private all'uno per cento e obbliga invece gli Stati ad andare a finanziarsi sul mercato, è una decisione politica. Un caso unico al mondo. La scelta, una volta compiuta, obbliga gli Stati a comportarsi di conseguenza. Ma ciò non significa che la Bce non potrebbe funzionare in modo diverso. Ecco perché io non credo che Obama dica la verità. Finché stai nel quadro dell'ideologia dominante e delle compatibilità delle relazioni sociali sei impotente, ma sei impotente perché lo hai scelto tu e ti sei legato le mani dietro la schiena. Quello che Marx, nel primo libro del Capitale, demistificava come il feticismo del capitale è appunto la tendenza a presentarsi come potere oggettivo e impersonale contro cui non si potrebbe nulla. Le classi dirigenti ritengono inammissibili persino le operazioni di maquillage, ma non è vero che non è possibile da parte dell'organizzazione democratica della gente riuscire a incidere sui meccanismi di accumulazione. La politica ha la sua forza, solo che oggi non viene esercitata per mancanza di volontà.

Dino Greco
Nessun riformismo borghese o di sinistra è oggi in grado di diventare soggettività politica consistente. C'è una perdita totale di autonomia per cui tutte le posizioni finiscono per diventare varianti di un unico sistema. Il delta delle opzioni politiche è così ristretto da rendere insignificanti le differenze. Maggioranza e opposizione parlamentare sono cooptati all'interno di questo sistema nel quale non esistono spazi di antagonismo reale. Ma davvero non esiste possibilità di risposta?


Fausto Bertinotti
Non ne ha la politica così come oggi si manifesta, nelle forme della rappresentanza in un sistema istituzionale che al momento ha solo l'apparenza della democrazia, essendo stata svuotata delle sue prerogative. Sto parlando delle forze politiche che stanno nell'arena della politica istituzionale, non delle forze dell'opposizione sociale o dei movimenti che stanno fuori da questo quadro, sia pure in una posizione ininfluente. Vengo alla domanda di Paolo. La politica non può nulla? Astrattamente la risposta è ovvia. Certo, la politica potrebbe fare tantissimo. Le alternative esistono, anche rebus sic stantibus. La Bce avrebbe potuto fare un'altra politica, avrebbe fin dall'inizio potuto intraprendere una linea di copertura dei debiti e, persino, una politica espansiva. Però non l'ha fatto. I governi, Grecia in testa, potevano battere la strada del default controllato. Erano tutte alternative possibili, in astratto. Non c'è un impedimento tecnico. Secondo, gli Stati sono stati espropriati del loro potere sulla società? No. Anzi, la loro autorità è persino potenziata, al punto da rendere il luogo delle decisioni impermeabile alle istanze sociali. Un governo senza consenso come è quello di Papandreu, ha scelto una linea di aggressione sistematica allo stato sociale greco. Sono mesi che ha un'opposizione frontale, ha tutto il paese contro, eppure va avanti. Quindi non è un problema di potere.

Paolo Ferrero
Infatti, Fausto, io contestavo solo l'affermazione che Obama non può...

Fausto Bertinotti
Ma invece ha ragione. C'è un sistema che produce un "recinto" che coopta le forze disponibili a governare questa macchina. Quali sono queste forze? In Europa, secondo me, tutte le forze maggioritarie che occupano la scena della rappresentanza politica. Io ero tra quelli che pensavano, appena qualche mese fa, che fosse possibile una dialettica diversa. Ho guardato con interesse alla vicenda dei socialisti francesi. Ma tra il loro programma di luglio e l'andamento del dibattito sulle primarie c'è stato uno slittamento progressivo, fino all'accettazione del dogma del pareggio di bilancio, al fine di legittimarsi come forza di governo. Le forze socialiste che potrebbero candidarsi a vincere in Francia e in Germania sono entrate in questo schema del recinto. Un sistema che mette dentro il meccanismo economico e sociale il rifiuto di qualsiasi cambiamento. In astratto sarebbero possibili altre strade, certo, ma è proprio questo che viene impedito, attraverso una costruzione economica, politica e sociale. Ad agosto è accaduta una cosa incredibile. Le misure che vengono prese dal governo, sono assunte in nome della loro ineluttabilità. La Bce dice che devi prendere quelle misure entro un determinato tempo e che la prova di responsabilità dell'opposizione consiste nell'accettarle. Ed è quel che accade. Si costruisce il recinto. Poi ci metti anche l'accordo del 28 giugno e il cerchio si chiude. In questo recinto non c'è spazio per il riconoscimento delle rivendicazioni che provengono dal lavoro e dalla società. Rompere questo recinto è il modo - l'unico - per far rinascere la politica. Dentro questo recinto la politica, intesa come autonomia delle scelte, non c'è più. Stanno costruendo una zona rossa. Solo se la spezzi, riapri il circuito della politica. Sennò sei morto.

Paolo Ferrero
Ma questo è esattamente il motivo per cui penso che non si possa andare al governo. E' il motivo per cui sostengo la tesi delle due sinistre o, se vuoi, della necessità di costruire una sinistra autonoma dal punto di vista politico e culturale. Non puoi andare al governo con le socialdemocrazie. Ma bisogna fare attenzione a non cadere nello schema del "non è possibile". Sostenere che non c'è nulla da fare significherebbe dare un contributo alla naturalizzazione del neoliberismo.

Fausto Bertinotti
Ma questa tua tesi ricade nell'errore di sopravvalutazione della soggettività politica. Un tempo si sarebbe chiamato un errore di soggettivismo, che fa ritenere possibile, nella sfera dell'autonomia della politica, un'operazione che invece ritengo si possa fare solo nella connessione con i movimenti sociali, con la rivolta appunto.

Paolo Ferrero
Tu attribuisci a me una posizione che io non ho mai espresso. Io penso che il punto sia proprio la connessione tra la costruzione della soggettività politica e culturale, da un lato, e la costruzione sociale, dall'altro...

Dino Greco
C'è un processo di egemonia reale che non abbiamo ancora indagato e che investe anche il sindacato. Siamo all'approdo finale di un percorso passato attraverso la filosofia concertativa, attraverso la sostituzione della contrattazione con un meccanismo di pseudo-negoziazione, il bilateralismo come cogestione del sottogoverno d'impresa, fino alla negazione di un punto di vista autonomo del sindacato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: l'attacco al contratto, al diritto di coalizione, al diritto di voto dei lavoratori, allo stesso diritto di sciopero. C'è un capitolo nell'accordo di Fiat Mirafiori nel quale vengono cancellati tutti gli accordi fatti dal '45 a oggi. La negazione dei lavoratori come soggetto sociale autonomo giunge al suo limite estremo. I lavoratori sono cooptati dentro un sistema di fabbrica autoreferenziale e autoritario. La sensazione, Maurizio, è che dentro la stessa Cgil si confrontino due opzioni non conciliabili, l'una interna a questo sistema di relazioni sociali, che sembra non cogliere il livello di cooptazione nelle gerarchie di potere esistenti, l'altra che prova invece a ostacolarla e a riproporre il tema della soggettivita operaia. Come si esce da questo autentico corto circuito fra la Cgil e la Fiom?

Maurizio Landini
Prima un'osservazione sulla discussione tra Fausto e Paolo. Io vedo una domanda di partecipazione e di cambiamento da parte delle persone, alle quali devi dare una risposta. Sennò il rischio è che vadano da un'altra parte. La gente non ce la fa più. La situazione sociale è drammatica. Mi ha colpito - al di là del giudizio che se ne può dare - il numero di firme raccolto in così breve tempo per il referendum sulla legge elettorale. La fiducia nello strumento del referendum dà la dimensione della sfiducia nei confronti della politica e dell'attuale parlamento. Le persone non seguono più le indicazioni dei partiti. Ma allora non c'è niente da fare, si chiedeva Paolo? Sarò forse troppo pragmatico, ma perché non dovrei fare delle proposte? Se un giorno dovessimo arrivare a votare io spero che ci saranno delle forze politiche che si pongano il problema della rappresentanza del lavoro. Non chiedo di fare programmi di 250 pagine, mi accontenterei che ci fossero cinque cose e che venissero fatte: la lotta alla precarietà, ad esempio, o la legge sulla rappresentanza. Dei punti che dessero il senso che la resistenza messa in campo non è semplicemente finalizzata alla conservazione delle cose esistenti, bensì alla trasformazione. Altrimenti, il rischio è che la svolta non sarà a sinistra, ma dall'altra parte, verso destra e verso forme di autoritarismo. Non voglio eludere la domanda di Dino e vengo alla questione del rapporto tra Fiom e Cgil. Le decisioni della Fiat e di Marchionne rendono ancora più evidenti i dissidi interni. La Fiom - e il sottoscritto - non ha condiviso l'accordo del 28 giugno, né il famoso documento congiunto del 4 agosto di tutte le forze sociali che conteneva le liberalizzazioni e il pareggio di bilancio, né infine che dopo la modifica dell'articolo 8 fosse necessario confermare l'accordo del 28 giugno. Io penso che quell'accordo non ha affrontato due questioni di fondo. La democrazia, innanzitutto. Come fai decidere i lavoratori dal basso quando esistono posizioni sindacali diverse? Questa è una novità anche in casa della Cgil. Bisogna assumere la democrazia come diritto dei lavoratori, non come strumento che tu eventualmente concedi loro. Secondo, se non includi nel contratto nazionale anche le forme di lavoro oggi escluse, cioè i lavori precari, e invece demandi tutto alla contrattazione aziendale e alla possibilità di derogare al contratto nazionale, in realtà stai aprendo a un altro modello sindacale. Queste sono le due critiche. La Fiom ha definito nei giorni scorsi una piattaforma. Vogliamo riconquistare il contratto. In questo paese il contratto nazionale ormai non c'è più. Riconquistarlo significa renderlo non derogabile e soprattutto allargarne le competenze, al fine di tutelare tutte le forme di lavoro esistenti. Inoltre, poniamo il problema della democrazia e del diritto di scelta dei lavoratori. Ora, se questa piattaforma, con questi contenuti - contratto nazionale, ricomposizione di un fronte di tutti i lavoratori, regole democratiche - ha anche il consenso della Cgil, io lo acquisisco come un fatto positivo. Fermo restando le diversità strategiche che rimangono. Infine, sulla vicenda della Fiat dovremmo compiere un passaggio. Primo, come si cancella l'articolo 8? La Fiat non solo vuole fare come le pare, ma gli accordi che ha imposto hanno un carattere costitutivo di relazioni sindacali diverse. Lì dentro esisti se la Fiat decide che puoi esistere, altrimenti sei fuori. La gravità dell'articolo 8 consiste nel rendere possibile a qualsiasi altra impresa italiana di seguire lo stesso modello di relazioni sindacali intrapreso dalla Fiat. Oggi la battaglia per cancellare l'articolo 8, non escluso lo strumento del referendum, diventa una battaglia decisiva. Fino a quando c'è una legge del genere, qualsiasi contratto nazionale è sotto ricatto. C'è poi un altro punto che le forze politiche dovrebbero assumere. Oggi non esiste più l'unità d'azione tra i sindacati. Richiamarsi all'unità è uno slogan vuoto che non corrisponde più a realtà. Quando non si è d'accordo, come si fa? Chi decide? Una legge sulla rappresentanza e sul diritto di voto dei lavoratori dovrebbe essere, a mio parere, un punto discriminante di un nuovo governo. Ma questi nodi non sono sciolti neppure nella Cgil. L'accelerazione di Marchionne nell'ultimo anno richiederebbe un adeguamento della strategia. Lo dico avendo sostenuto posizioni congressuali che non sono divenute maggioranza. La strategia della Fiat non riguarda solo le centoventi ore di straordinario e i dieci minuti di pausa. Quel modello significa che non c'è più libertà sindacale. Gli iscritti alla Fiom non avranno più diritto di esistere. La Fiom non potrà più incassare i contributi sindacali degli iscritti. Non ci sarà più la possibilità di votare e decidere. E, in più, si è aperta una strada di uscita della Fiat dall'Italia. Mi chiedo come questi punti possano tornare ad avere anche una dimensione politica generale nel momento in cui la sinistra dovrà riappropriarsi di una rappresentanza del lavoro.

Dino Greco
Fausto sostiene che far saltare il banco è una prova di "lucido realismo". Se regge il recinto muore definitivamente la sinistra politica. Chi sta dentro è dentro, chi sta fuori prova a immaginare un'altra storia. C'è un'evidente risonanza con le tesi congressuali del Prc. Non si tratta di correggere qualche distorsione del modello di sviluppo ma di modificarlo alla radice. Cosa c'è oggi fuori dal recinto? Ci sono le risorse necessarie per la rinascita di una politica autonoma in grado di portare una critica radicale al sistema? L'uscita di scena della sinistra - dice ancora Fausto - è riassunta nella sua incapacità di spezzare il recinto fino al punto di non sapere neppure vederlo. Non è che non si possano fare delle cose, ma se si è completamente inscritti in un sistema politico ed economico coattivo non si riesce neppure più a vedere oltre. Cosa vuol dire ricostruire la sinistra? Come ci si sottrae al vincolo esterno? Non è necessario costruire un polo della sinistra autonomo culturalmente e politicamente, in interlocuzione con i movimenti?

Fausto Bertinotti
Concordo con la linea di Maurizio. Le questioni da lui poste hanno una loro specificità, riguardano il lavoro, l'involuzione autoritaria dell'impresa, il riconoscimento della contrattazione col sindacato e la democrazia. In realtà, però, è una questione generale che non investe solo il sindacato. Come ce la caviamo di fronte al fatto epocale di un pluralismo sindacale che non è fatto solo di qualche nuances, ma di strategie diverse? I modelli sindacali in campo sono due, la Fiom da un lato e la Cisl dall'altro, e non si possono ricongiungere nell'appello all'unità sindacale. La risposta di Maurizio, che io condivido, è una rifondazione della democrazia che consenta, nel pluralismo delle opzioni strategiche diverse dei sindacati, di costruire l'azione unitaria dei lavoratori e mettere in discussione questo schema di fabbrica autoritaria. Mi piacerebbe che questo fosse un modello generale per tutti i movimenti. Solo la democrazia può rompere il recinto, altrimenti ci sarà sempre qualcuno che sta dentro e che fa gli accordi separati, e qualcuno che sta fuori. Questo recinto, a fortiori, pesa sulla politica e costruisce un dentro/fuori, decidendo chi è rappresentato nelle istituzioni e chi no. Perché non sono più d'accordo con la tesi che ho sostenuto per anni, la tesi delle due sinistre? Perché il recinto ridisegnerebbe l'una e l'altra. Dentro l'una, fuori l'altra, entrambe impotenti rispetto a questo meccanismo vincente. Bisogna riaprire totalmente i giochi anche nella sinistra, non accettando più nessuna delle ripartizioni classiche e rimescolando le carte. Io penso alla costruzione di una sola sinistra in cui ci possano stare pluralisticamente tutti. La rottura muove da ciò che ora sta fuori del recinto: i movimenti, il conflitto. Il movimento attuale non è uguale a quelli che l'hanno preceduto. Il fenomeno degli indignados caratterizza le attuali rivolte nel nord dell'Africa, in Tunisia e in Egitto, in Grecia, a Madrid, a Tottenham, a Wall Street, nel Cile e in Israele - dove per la prima volta c'è un movimento sociale e giovanile che mette in discussione le politiche di quello Stato. L'indignazione è una risorsa, io la chiamo "aria di rivolta", non si esprime sempre nelle stesse forme, è un'aria appunto. Maurizio parlava del referendum come di uno strumento che sta nell'aria e che - anche quando assume un contenuto sbagliato, come a mio parere il ritorno al Mattarellum - è in grado di promuovere grandi processi popolari, a cui bisogna guardare con rispetto. Mettere in moto un referendum contro l'articolo 8 potrebbe spezzare il recinto. Su un nodo così cruciale, lo strumento referendario della democrazia diretta evita il riprodursi del dentro/fuori. In che modo questa lezione può essere assunta? Con la produzione di "costituenti", che è quello che sta già accadendo. Se ne stanno formando su mille terreni. Io sono particolarmente affezionato all'esperienza di Uniti contro la crisi perché opera sulla connessione di due tipi di lavoratrici e lavoratori che non si erano incontrati mai nel ciclo precedente: i lavoratori dipendenti e prevalentemente industriali, da un lato, e i lavoratori autonomi delle ultime generazioni, dall'altro. L'incontro dà luogo a un'idea positiva di rivendicazione di salario sociale, senza cui non si va da nessuna parte nella ricomposizione. Ma questo vale anche nel rapporto tra precari e lavoratori stabili. Queste costituenti possono diventare la soggettività politica da alimentare come elemento di rottura del recinto? Io penso di sì. Occorre lavorare alla politicizzazione di queste costituenti e alla loro messa in relazione, senza primazie e senza egemonismi. Se ci dovesse poi essere uno sbocco politico secondo me sarà quello di una grande sinistra europea. Siamo più vicini alla fine dell'800 che al '900, quando il movimento operaio si è dato le sue forme di organizzazione con le leghe, le società di mutuo soccorso, le camere del lavoro. Democrazia e autogoverno penso che siano le due chiavi di ricostruzione dell'alternativa. Ma si possono avere altri schemi politici, non è questo il punto. La questione è se queste "costituenti" possono diventare il campo di una nuova politica.

Paolo Ferrero
Sono d'accordo con la tesi dei due modelli di sindacato. Non si può chiedere a Landini, in nome dell'unità, di abolire il suo per accettare lo schema degli enti bilaterali e della concertazione. Chiederei che lo stesso rispetto avvenisse nella politica. Nella sinistra ci sono due indirizzi e non possono essere ridotti ad uno. C'è chi aderisce al dogma del pareggio di bilancio e chi vuol rovesciare le politiche economiche. Il che non vuol dire che non vi sia un popolo della sinistra, in gran parte non incasellato nell'una o nell'altra. Ma se non si nomina il fatto che ci sono due sinistre, si finisce col decidere che ce n'è una sola, quella che assume il pareggio di bilancio. La via d'uscita? Il primo livello è la costruzione di un movimento. La manifestazione del 15 ottobre è un passo importante. Il no a Berlusconi si tiene assieme al no alle politiche della Bce. Il referendum sull'articolo 8 è un obiettivo da mettere in campo. Oggi fuori dal recinto c'è la gran parte della popolazione, che è indignata perché, per la prima volta dal dopoguerra, le prospettive di vita futura sono peggiori di quelle presenti. Dal divario tra la domanda di diritti e salari e l'aspettativa di un futuro nero nasce la tendenza all'indignazione e alla rivolta delle giovani generazioni. Per questo io penso che bisogna costruire un movimento di massa antiliberista come fenomeno di senso comune, "metapolitico", potenzialmente maggioritario nella società. Il secondo punto è la costruzione di costituenti capaci di interagire col quadro politico, ma non sovradeterminate da questo. Rifondazione ha proposto una costituente dei beni comuni e del lavoro. Bisognerebbe unire le soggettività che animano i movimenti, i sindacati, le associazioni, i comitati, in una forma che non sia episodica. Una costituente sociale il cui tratto fondamentale sia l'indipendenza dal quadro politico, altrimenti si dissolverebbe. Non dobbiamo fare gli errori commessi da noi di Rifondazione comunista dopo il movimento di Genova. Bisogna garantire che la costruzione del movimento e delle sue istituzioni non venga piegata. Non c'è nessuna forma politica, al momento, che esprima in quanto tale l'elemento dell'alternativa. Su questo sono d'accordo con Fausto. Terzo punto, bisogna costruire una sinistra d'alternativa che buchi la separatezza del recinto e contesti l'immaginario dominante. Noi avanziamo l'idea di primarie sul programma. Siccome ci sono due poli nel sistema politico per via della legge elettorale, siccome chi vuol cacciare Berlusconi deve votare dall'altra parte, allora che si facciano primarie sulla guerra, sulla legge 30, sull'articolo 8 per decidere cosa dovranno fare quelli che verranno eletti al posto di Berlusconi. Il tema della democrazia - ha ragione Landini - va usato anche per rompere la posizione di rendita che chi sta dentro il recinto ha nei confronti di chi sta fuori. Bastano questi punti - movimento di massa antiliberista, costruzione di costituenti, costruzione di una sinistra autonoma - a determinare l'alternativa? No, non ci sono le condizioni. Ma è sufficiente a fare chiarezza. Ma sulla costruzione di una sinistra di alternativa, autonoma e chiaramente separata dall'altra sinistra, credo che Fausto non sia d'accordo. Lui tende a passare dall'autonomia della politica all'autonomia del sociale. Io invece penso che bisogna evitare entrambi gli schemi. Nessuna delle forme in cui oggi è organizzata la politica, è in quanto tale esaustiva. Il problema è proprio la connessione.

Dino Greco
Ti convince Maurizio?

Maurizio Landini
A me il problema di cosa viene dopo Berlusconi interessa. La lettera della Bce, il manifesto della Confindustria, la scelta della Fiat appartengono a una stessa visione. Mai un governo come questo ha rappresentato così organicamente la Confindustria e l'impresa. Il problema che mi pongo adesso è come si possa costruire un'alternativa politica in cui torni invece il problema della rappresentanza del lavoro. Per questo penso che si debba andare oltre le appartenenze. Se ognuno rimane nei suoi piccoli recinti non andiamo da nessuna parte. Io, per esempio, ho sempre pensato che il reddito di cittadinanza fosse una sciocchezza. Non capivo perché bisognasse pagare uno che non lavora. Ma i tanti confronti con i precari e gli studenti mi hanno spinto a cambiare idea. Bisogna anche ascoltare e provare a riunificare. Sarà un vizio sindacale, ma se io non riunifico tutto quello che il padrone divide, mi frega sempre. Mi limito a osservare che la politica dovrebbe unire...

Paolo Ferrero
Scusami Landini, ma questo significa provare a costruire una sinistra o no?

Maurizio Landini
Sì, una, ma non tante.

Paolo Ferrero
Una sola sinistra che sia dalla parte del lavoro? Io sono d'accordo.

Maurizio Landini
Gli accordi si possono fare o meno, ma tendenzialmente io sono portato a cercarlo l'accordo, non a dire che non lo faccio. Se mando a casa Berlusconi, voglio anche un governo che faccia cose diverse. Non mi accontento di rimanerne fuori. Lo dico per aprire una discussione sia con chi dice che bisogna andare al governo a prescindere, sia con chi dice che a prescindere ne resta fuori. Sarebbe meglio provare a costruire qualcosa invece che assumere posizioni precostituite. La gente che noi rappresentiamo, se non ha risposte, si allontana dalla politica. La gente partecipa ai referendum ma nella politica come è oggi non c'entrerà mai. Ecco perché bisogna avere una disponibilità e un'apertura, senza punti di vista precostituiti.

Paolo Ferrero
D'accordo, ma il punto è se le politiche che fai, rompono il recinto o lo consolidano.

Fausto Bertinotti
Su questo sono d'accordo anch'io.