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venerdì 24 febbraio 2012

Il mio paese, la Grecia

di Mikis Theodorakis

Esiste un complotto internazionale che ha l'obiettivo di cancellare il mio paese. E' iniziato nel 1975...
opponendosi alla civiltà neo-greca, è continuato con la distorsione sistematica della nostra storia contemporanea e della nostra identità culturale e adesso sta cercando di cancellarci anche materialmente con la mancanza di lavoro, la fame e la miseria. Se il popolo greco non prende la situazione in mano per ostacolarlo, il pericolo della sparizione della Grecia è reale. Io lo colloco entro i prossimi 10 anni.
Di noi, resterà solo la memoria della nostra civiltà e delle nostre battaglie per la libertà.

Fino al 2009 il problema economico non era grave. Le grandi ferite della nostra economia erano la spesa esagerata per la difesa del paese e la corruzione di una parte dei politici e dei giornalisti. Per queste due ferite, però, erano corresponsabili anche dei paesi stranieri. Come la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti che guadagnavano miliardi di euro da noi con la vendita annuale di materiale bellico. Questa emorragia continua ci metteva in ginocchio e non ci permetteva di crescere mentre offriva grandi ricchezze ai paesi stranieri. Lo stesso succedeva con il problema della corruzione. La società tedesca Siemens manteneva un dipartimento che si occupava della corruzione dei nostri politici, per poter piazzare meglio i suoi prodotti nel mercato greco. Di conseguenza, il popolo greco è stato vittima di questo duetto di ladri, Greci e Tedeschi, che si arricchivano sulle sue spalle.

È evidente che queste due ferite potevano essere evitate se i due partiti al potere (filo americani) non avessero raccolto tra le loro fila elementi corrotti, i quali, per coprire l'emorragia di ricchezze (prodotte dal lavoro del popolo greco) verso le casse di paesi stranieri, hanno sottoscritto prestiti esagerati, con il risultato che il debito pubblico è aumentato fino a 300 miliardi di euro, cioè il 130% del Pil.

Con questo sistema, le forze straniere di cui ho detto sopra, guadagnavano il doppio. Dalla vendita di armi e dei loro prodotti, prima; dai tassi d'interesse dei capitali prestati ai vari governi (e non al popolo), dopo. Perché come abbiamo visto, il popolo è la vittima principale in ambedue i casi. Un esempio solo vi convincerà. I tassi d'interesse di un prestito di 1 miliardo di dollari che contrasse Andreas Papandreou nel 1986 dalla Francia, sono diventati 54 miliardi di euro e sono stati finalmente saldati nel 2010!

Il Sig. Juncker ha dichiarato un anno fa, che aveva notato questa grande emorragia di denaro dalla Grecia a causa di spese enormi (ed obbligatorie) per l'acquisto di vari armamenti dalla Germania e dalla Francia. Aveva capito che i nostri venditori ci portavano direttamente ad una catastrofe sicura ma ha confessato pubblicamente che non ha reagito minimamente, per non colpire gli interessi dei suoi paesi amici!

Nel 2008 c'è stata la grande crisi economica in Europa. Era normale che ne risentisse anche l'economia greca. Il livello di vita, abbastanza alto (eravamo tra i 30 paesi più ricchi del mondo), rimase invariato. C'è stata, però, la crescita del debito pubblico. Ma il debito pubblico non porta obbligatoriamente alla crisi economica. I debiti dei grandi paesi come gli USA e la Germania, si contano in tris miliardi di euro. Il problema era la crescita economica e la produzione. Per questo motivo furono contratti prestiti dalle grandi banche con tasso fino al 5%. In questa esatta posizione ci trovavamo nel 2009, fino a quando in novembre è diventato primo ministro Georges Papandreou. Per farvi capire cosa ne pensa oggi il popolo greco della sua politica catastrofica, bastano questi due numeri: alle elezioni del 2009 il partito socialista ha preso il 44% dei voti. Oggi le proiezioni lo portano al 6%.

Papandreou avrebbe potuto affrontare la crisi economica (che rispecchiava quella europea) con prestiti dalle banche straniere con il tasso abituale, cioè sotto il 5%. Se avesse fatto questo, non ci sarebbe stato alcun problema per il nostro paese. Anzi, sarebbe successo l'incontrario perché eravamo in una fase di crescita economica.

Papandreou, però, aveva iniziato il suo complotto contro il proprio popolo dall'estate del 2009, quando si è incontrato segretamente con il Sig. Strauss Kahn per portare la Grecia sotto l'ombrello del FMI (Fondo Monetario Internazionale). La notizia di questo incontro è stata resa pubblica direttamente dal Presidente del FMI.

Per passare sotto il controllo del FMI, bisognava stravolgere la situazione economica reale del nostro paese e permettere l'innalzamento dei tassi d'interesse sui prestiti. Questa operazione meschina è iniziata con l'aumento "falso" del debito interno, dal 9,2% al 15%. Per questa operazione criminale, il Pm Peponis, ha chiesto 20 giorni fa, il rinvio a giudizio per Papandreou e Papakostantinou (Ministro dell'economia). Ha seguito la campagna sistematica in Europa di Papandreou e del Ministro dell'economia che è durata 5 mesi, per convincere gli europei che la Grecia è un Titanic pronto per andare a fondo, che i greci sono corrotti, pigri e di conseguenza incapaci di affrontare i problemi del paese. Dopo ogni loro dichiarazione, i tassi d'interesse salivano, al punto di non poter ottenere alcun prestito e di conseguenza il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea hanno preso la forma dei nostri salvatori, mentre nella realtà era l'inizio della nostra morte.


Nel Maggio del 2010 è stato firmato da un solo Ministro il famoso primo accordo di salvataggio. Il diritto greco, in questi casi, esige, per un accordo così importante, il voto favorevole di almeno tre quinti del parlamento. Quel primo accordo è dunque illegale. La troika che oggi governa in Grecia, agisce in modo completamente illegale. Non solo per il diritto greco ma anche per quello europeo.

Dal quel momento fino ad oggi, se i gradini che portano alla nostra morte sono venti, siamo già scesi più della metà. Immaginate che con questo secondo accordo, per la nostra "salvezza",offriamo a questi signori la nostra integrità nazionale e i nostri beni pubblici. Cioè Porti, Aeroporti, Autostrade, Elettricità, Acqua, ricchezze minerali ecc. ecc. ecc. i nostri, inoltre, monumenti nazionali come l'Acropolis, Delfi, Olympia, Epidauro ecc. ecc. ecc.; perché con questi accordi abbiamo rinunciato ad eventuali ricorsi.

La produzione si è fermata, la disoccupazione è salita al 20%, hanno chiuso 80.000 negozi, migliaia di piccole fabbriche e centinaia di industrie. In totale hanno chiuso 432.000 imprese. Decine di migliaia di giovani laureati lasciano il paese che ogni giorno si immerge in un buio medioevale. Migliaia di cittadini ex benestanti, cercano nei cassonetti della spazzatura e dormono per strada. Intanto si dice che siamo vivi grazie alla generosità dei nostri "salvatori", dell'Europa, delle banche e del Fondo Monetario Internazionale. In realtà, ogni pacchetto di decine di miliardi di aiuti destinato alla Grecia torna per intero indietro sotto forma di nuovi incredibili tassi d'interesse.

E siccome c'è bisogno di continuare a far funzionale lo stato, gli ospedali, le scuole ecc., la troika carica di extra tasse (assolutamente nuove) gli strati più deboli della società e li porta direttamente alla fame. Un'analoga situazione di fame generalizzata l'avemmo all'inizio dell'occupazione nazista nel 1941, con 300.000 morti in 6 mesi. Adesso rivediamo la stessa situazione. Se si pensa che l'occupazione nazista ci è costata 1 milione di morti e la distruzione totale del nostro paese, com'è possibile per noi greci accettare le minacce della sig.ra Merkel e l'intenzione dei tedeschi di installare un nuovo gaulaighter... e questa volta con la cravatta...

E per dimostrare quant'è ricca la Grecia e quanto lavoratori sono i greci, che sono coscienti del Obbligo di Libertà e dell'amore verso la propria patria, c'è l'esempio di come si reagì all'occupazione nazista dal 1941 all'Ottobre del 1944. Quando le SS e la fame uccidevano 1 milione di persone e la Vermacht distruggeva sistematicamente il paese, derubando la produzione agricola e l'oro dalle banche greche, i greci hanno fondato il movimento di solidarietà nazionale che ha sfamato la popolazione ed hanno creato un esercito di 100.000 partigiani che ha costretto i tedeschi ad essere presenti in modo continuo con 200.000 soldati. Contemporaneamente, i greci, grazie al proprio lavoro, sono riusciti non solo a sopravvivere ma a sviluppare, sotto condizioni di occupazione, l'arte neo greca, soprattutto la letteratura e la musica.

La Grecia scelse la via del sacrificio per la libertà e la sopravvivenza. Anche allora ci colpirono senza ragione e noi rispondemmo con la Solidarietà e la Resistenza, e siamo riusciti a vincere. La stessa cosa che dobbiamo fare anche adesso con la certezza che il vincitore finale sarà il popolo greco. Questo messaggio mando alla Sig.ra Merkel ed al Sig. Schäuble, dichiarando che rimango sempre amico del Popolo Tedesco ed ammiratore del suo grande contributo alla Scienza, la Filosofia, l'Arte e soprattutto alla Musica! E forse, la miglior dimostrazione di questo è che tutto il mio lavoro musicale a livello mondiale, l'ho affidato a 2 grandi editori tedeschi "Schott" e "Breitkopf" con cui ho un'ottima collaborazione.

Minacciano di mandarci via dall'Europa. Ma se l'Europa non ci vuole 1 volta, noi, questa Europa di Merkel e Sarkozy, non la vogliamo 10 volte.

Oggi è domenica 12 Febbraio. Mi sto preparando per prendere parte con Manolis Glezos, l'eroe che ha tirato giù la svastica dall'Acropolis, dando così il segnale per l'inizio non solo della resistenza greca ma di quella europea contro Hitler. Le strade e le nostre piazze si riempiranno di centinaia di migliaia di cittadini che esprimeranno la propria rabbia contro il governo e la troika. Ho sentito ieri il nostro Primo ministro – banchiere, rivolgendosi al popolo greco, dire che "siamo arrivati all'ora zero". Chi, però, ci ha portati all'ora ZERO in due anni? Le stesse persone che invece di trovarsi in prigione, ricattano i parlamentari per firmare il nuovo accordo, peggio del primo, che sarà applicato dalle stesse persone con gli stessi metodi che ci hanno portato all'ora ZERO! Perché? Perché questo ordina l'FMI e l'Eurogroup, ricattandoci che se non obbediremo ci sarà il fallimento...

Stiamo assistendo al teatro della paranoia. Tutti questi signori, che in sostanza ci odiano (greci e stranieri) e che sono gli unici responsabili della situazione drammatica alla quale hanno portato il paese, minacciano, ricattano, ordinano con l'unico scopo di continuare la loro opera distruttiva, cioè di portarci sotto l'ora ZERO, fino alla nostra sparizione definitiva.

Siamo sopravvissuti nei secoli, in condizioni molto difficili ed è certo che se ci porteranno con la forza, con la violenza, al penultimo gradino prima della nostra morte, i Greci, non solo sopravvivranno ma rinasceranno. In questo momento presto tutte le mie forze all'unione dinamica del popolo greco. Sto cercando di convincerlo che la Troika e l'FMI non sono una strada senso unico. Che esistono anche altre soluzioni. Guardare anche verso la Russia per una collaborazione economica, per lo sfruttamento delle nostre ricchezze minerarie, con condizioni diverse, a favore dei nostri interessi.

Per quanto riguarda l'Europa, propongo di interrompere l'acquisto di armamenti dalla Germania e dalla Francia. E dobbiamo fare tutto il possibile per prendere i nostri soldi, che la Germania ancora non ha saldato dal periodo della guerra. Tale somma ad oggi è quasi 500 miliardi di euro!!!

L'unica forza che può realizzare questi cambiamenti rivoluzionari è il popolo greco, unito in un enorme Fronte di Resistenza e Solidarietà, per mandare via la troika (FMI e Banche) dal paese. Nel frattempo devono essere considerati nulli tutti gli accordi illegali (prestiti, tassi d'interesse, tasse, svendita del paese ecc.). naturalmente, i loro collaboratori greci, che sono già condannati nella coscienza popolare come traditori, devono essere puniti.

Per l'Unione di tutto il Popolo stò dedicando tutte le mie energie e credo che alla fine ce la faremo. Ho fatto la guerra con le armi in mano contro l'occupazione nazista. Ho conosciuto i sotterranei della Gestapo. Sono stato condannato a morte dai Tedeschi e sono vivo per miracolo. Nel 1967 ho fondato il PAM, la prima organizzazione di resistenza contro i colonnelli. Ho agito nell'illegalità contro la dittatura. Sono stato arrestato ed imprigionato nel "mattatoio" della dittatura. Alla fine sono sopravvissuto e sono ancora qui.

Oggi ho 87 anni ed è molto probabile che non riuscirò a vedere la salvezza della mia amata patria. Ma morirò con la mia coscienza tranquilla, perché continuo a fare le mie battaglie per gli ideali della Libertà e del Diritto fino alla fine.

Mikis Theodorakis*

Fonte: www.megachip.info

Link: http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/7756-lettera-aperta-di-mikis-theodorakis.html

19.02.2012

* Mikis Theodorakis è un compositore greco, famoso anche per il suo impegno nella vita politica del suo paese.

Durante la dittatura militare dei colonnelli (1967-1974) viene imprigionato e torturato, mentre la sua musica viene proibita. Scrive in quel periodo, canzoni tratte da poesie del patriota greco Alexandros Panagulis.

Punto di riferimento per l'opinione pubblica di sinistra, al ritorno della democrazia in Grecia, quando il governo socialista guidato da Andreas Papandreou si trova al centro di alcuni scandali di corruzione, Theodorakis per qualche tempo si schiera con il centro-destra, riconciliandosi con la sinistra soltanto dopo l'uscita di scena di Papandreu (Wikipedia).

Lettera scritta il 12 febbraio, poco prima che anche lui subisse la reazione da parte delle forze di polizia schierate in difesa di un parlamento pronto a varare norme penalizzanti per l'economia greca e per i cittadini, specie per le fasce più deboli.

mercoledì 22 febbraio 2012

Il mondo tra Russia, Siria e Iran – Chiesa

Intervista a Giulietto Chiesa, giornalista e animatore di “Alternativa” e “Pandora Tv”. A cura di Gianni del Panta (La Prospettiva)


Nello scorso dicembre si sono tenute le elezioni per il rinnovo della Duma in Russia. Nonostante l’arretramento nei consensi conquistati da “Russia Unita”, il partito di Vladimir Putin si è confermato saldamente alla guida del Paese, ottenendo, anche grazie ad un sistema elettorale misto, la maggioranza assoluta dei seggi. Sulla regolarità di queste elezioni, che hanno anche segnato la brillante affermazione del “Partito Comunista della Federazione Russa”, ci sono stati giudizi discordanti da parte degli osservatori stranieri, mentre le opposizioni hanno risposto con numerose manifestazioni di piazza. A due settimane dalle elezioni presidenziali del 4 marzo, un suo giudizio sul passaggio politico che si vive in Russia.
Siamo certamente di fronte ad un cambio di fase politica. Putin fino adesso aveva infatti governato, in modo diretto o per interposta persona (Medvedev), senza una reale e tangibile opposizione. Le elezioni parlamentari dello scorso dicembre e le successive manifestazioni di protesta hanno delineato però uno scenario del tutto nuovo, con l’emersione di un’opposizione radicata e conflittuale. Probabilmente il maggiore limite dei movimenti contestatori è oggi dato dalla loro grande frammentazione ed eterogeneità. L’ostilità nei confronti di “Russia Unita” coagula infatti dall’estrema destra ai comunisti ortodossi, in uno scenario peraltro reso più complicato da un fervente nazionalismo trasversale a qualsiasi forza politica. Le elezioni presidenziali di marzo, anche per questo, appaiono ampiamente scontate, con la vittoria di Putin che non può essere oggetto di dubbio. Più interessante sarà vedere se lo “zar di Mosca” si accontenterà di vincere al secondo turno (dove probabilmente sfiderà il leader comunista Zjuganov), oppure se punterà alla conquista della maggioranza assoluta dei voti e quindi al successo immediato. Come nello scorso dicembre ci troveremo a commentare risultati che non saranno reali, ma semplicemente il frutto della manipolazione elettorale da parte dell’élite dominante. Nonostante questo, per non esacerbare un clima già teso, mi aspetto che Putin sia dichiarato vincitore al secondo turno. La vera domanda a cui rispondere è però quali saranno le ripercussioni politiche di questo nuovo scenario che si è delineato negli ultimi mesi. Nelle scorse settimane Zjuganov ha offerto la collaborazione del movimento comunista ad un governo di coalizione con “Russia Unita”, con la quale, nonostante le evidenti divergenze in politica interna, esiste una vasta convergenza sul ruolo che il Paese dovrà giocare nei futuri assetti di potere a livello mondiale. Insomma, il terzo mandato presidenziale di Putin non sarà certamente uguale ai precedenti.

Nelle ultime settimane il “rebus siriano” sembra essersi ulteriormente intricato, con le massime potenze internazionali che muovono freneticamente le proprie pedine nella speranza di poter difendere i propri interessi. Cosa è lecito attendersi nelle prossime settimane?
Effettivamente la partita che si sta giocando in Siria è molto complicata. Al momento Assad si trova accerchiato, costretto a subire la fortissima pressione del Qatar e dell’Arabia Saudita che lavorano, più o meno segretamente, per la caduta del suo governo. La posizione di netta contrarietà da parte di Russia e Cina a qualsiasi intervento diretto da parte delle potenze occidentali ha sventato l’evenienza che la Siria si trasformasse in una nuova Libia. La mancanza di legittimazione a livello internazionale blocca quindi la possibilità di una sostituzione violenta del presidente siriano. Nelle ultime settimane, soprattutto per iniziativa russa, ha così preso campo la possibilità di un vasto progetto di riforma costituzionale del sistema. Tale prospettiva si lega ovviamente alla presenza in Siria di forze interne in grado di gestire una difficile transizione. Un’evenienza che però, per adesso, rimane ancora in attesa di conferme.

Non molto lontano dalla Siria si trova anche l’Iran…
Personalmente ritengo questo, e non la Siria, il vero fronte caldo al momento. Indubbiamente stiamo correndo verso un attacco allo stato persiano entro la fine della prossima estate. Una guerra che sarà molto diversa dalle ultime che abbiamo conosciuto (Afghanistan, Iraq e Libia). L’Iran infatti, in virtù delle proprie dimensioni politiche e militari si difenderà strenuamente, aprendo la strada ad una guerra dall’esito tutt’altro che scontato. Un’operazione militare pericolosa anche per l’Europa, dato che è ipotizzabile il coinvolgimento della NATO, mentre i Paesi del Vecchio Continente potrebbero procedere nuovamente, come già successo in passato, in ordine sparso. Francia, Gran Bretagna, Olanda, Belgio e Polonia dovrebbero appoggiare direttamente nell’operazione gli Stati Uniti, mentre la Germania assumerà una posizione neutrale. Questo apparirà come il chiaro segno politico che una parte dell’Europa ha ormai esplicitamente compreso che i propri interessi e quelli a stelle e strisce sono divergenti. Siamo alla vigilia di una guerra che avrà importanti ripercussioni sui nostri rapporti con Cina e Russia e sulla politica monetaria dell’Europa. Non dimenticandoci mai della disastrosa situazione economica nella quale ci troviamo. Insomma, si prospetta un 2012 alquanto turbolento.

Fonte: La prospettiva

sabato 18 febbraio 2012

L'europa non esiste: c'è solo il capitalismo europeo

L'Unione Europea decreta la morte della Grecia
"Stiamo assistendo al grande successo dell'Euro e qual è la manifestazione più concreta del grande successo dell'euro? La Grecia" (Mario Monti)

Oggi più che mai questa dichiarazione di un anno fa mostra cinicamente la crudeltà del capitalismo e del nostro governo.

La riforma greca voluta dall'UE in sintesi: diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito e un taglio nelle pensioni; la vendita dei gioielli di famiglia, come le quote pubbliche in petrolio, gas, acqua e lotteria. L'ossigeno non sarà tassato, per ora. Tutto questo per ricapitalizzare le banche, le stesse banche che hanno causato la crisi. Cosa si sta facendo? Si taglia.
La Troika UE/BCE/FMI aggrava la condizione sociale dei greci, giunta ormai a livelli deprecabili.
Troviamo neonati denutriti perché i genitori non sono più in grado di alimentarli a sufficienza; le grandi case farmaceutiche iniziano a sospendere la fornitura di farmaci. Fra i giovani la disoccupazione è alle stelle, il 40 per cento di quelli compresi fra i 18 e i 30 anni è disoccupato; i dati ufficiali del ministero della salute ellenico, mostrano un aumento del 40% dei suicidi nei primi cinque mesi dell’anno in corso, rispetto allo stesso periodo del precedente anno. Ripeto: aumento del 40%. la risposta del commissariamento della BCE? Tagliare ancora le pensioni. Il 2012 si prospetta come l'anno dell'apocalisse per la Grecia, che difficilmente riuscirà ad alzare la testa.

“Le misure d’austerità: un pericolo per la democrazia e i diritti sociali. I salari e le pensioni sono stati decurtati del 50% o addirittura, in certi casi, del 70%. La malnutrizione imperversa fra i bambini delle elementari, la fame fa la sua comparsa soprattutto nelle grandi città del paese, il cui centro è ormai occupato da decine di migliaia di Senza fissa dimora, affamati e cenciosi. La disoccupazione colpisce ormai il 25% della popolazione e il 45% dei giovani (il 49,5% delle giovani donne). I servizi pubblici sono stati ormai liquidati o privatizzati, con la conseguenza che i posti letto negli ospedali si sono ridotti (per decisione governativa) del 40%, che costa carissimo addirittura partorire, che gli ospedali pubblici sono ormai privi di bende o di medicine di base come l’aspirina" (Sonia Mitralia, membro del Comitato greco contro il debito)

La cosiddetta “troika” composta da Fmi, Bce e Ue sta commettendo uno dei più gravi reati dei tempi moderni: affamare un popolo. L’ennesima imposizione: applicare nuove misure di austerità in Grecia, con la riduzione degli stipendi, nuovi licenziamenti e tagli ai servizi sociali.
La Bce e l’Fmi affamano il popolo greco senza avere risolto il problema del debito ellenico. Il sindacato della Polizia greca, la Poasy, ha chiesto l’arresto dei rappresentanti ad Atene di Bce e Fmi, denunciando gravi violazioni penali.
Ma cosa stiamo diventando? Schiavi dei nuovi imperi della finanza?

"Stanno votando la morte della Grecia. Noi abbiamo vinto contro i Nazisti, abbiamo vinto contro la dittatura fascista e vinceremo anche questa volta" (Mikis Theodorakis)

La dittatura dei mercati
Il ministro Papademos ha usato l’espressione “punto di non ritorno” per descrivere l’attuale situazione della Grecia. Chiedendo il voto dei parlamentari dei due maggiori partiti, Nuova Democrazia e Pasok, il primo ministro ha esortato i greci a reagire in nome di un patriottismo, il cui obiettivo deve essere quello di salvare il paese dalla catastrofe. Papademos, ex vice presidente della BCE svende e massacra il suo popolo in nome dei mercati mondiali e prova a giustificare tale assassinio come un "gesto patriottico". La BCE e l'UE uccidono le patrie, Papademos sta uccidendo il popolo greco.

I comunisti greci accusano l'esecutivo di svendere il paese agli interessi dei monopoli capitalistici dell'Unione Europea ed in particolare a quelli di Berlino.

Quel clima di attesa che ha caratterizzato le tre giornate di sciopero generale che martedi, venerdì e sabato hanno paralizzato la Grecia, nel tentativo di impedire la svendita del paese agli interessi di un'Unione Europea sempre più tedesca, hanno lasciato oggi campo libero alla rabbia.
Il Parlamento greco è stato assediato da 200 mila manifestanti, moltissimi gli scontri durissimi nel centro di Atene e molte altre citta' della Grecia. Nei giorni scorsi, la troika è stata pesantemente contestata in Portogallo. 300mila i manifestanti.
Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. L'UE e la BCE mettono in pericolo sovranità e democrazia! Oggi in Grecia, domani?
Manolis Glezos, che nel 1941 sotto occupazione nazista, si arrampicò sull'acropoli e tirò giù il simbolo della svastica nazista, ieri è stato malmenato dalla polizia.
Il Parlamento ha votato la capitolazione del paese. Centinaia di migliaia di persone in piazza. Quello che era cominciato come un assedio si è trasformato in una battaglia campale in tutta la Grecia: scontri ovunque, decine di edifici pubblici e banche assaltati e incendiati, per salvare il futuro di un popolo trascinato in guerra. Non c'è più neanche quell'illusione, imperante fino a qualche tempo fa, in una parte consistente della popolazione, che il massacro sociale fosse, sì ingiusto, ma indispensabile a salvare il paese dal default. Mese dopo mese è stato tagliato tutto ciò che era possibile tagliare, milioni di greci sono stati gettati nel baratro della disoccupazione, della precarietà, della fame. Una ventina di scioperi generali in tre anni, occupazioni, blocchi stradali, atti di disobbedienza civile non sono riusciti a fermare un processo di impoverimento di diritti e di sovranità.

"Sia maledetto il soldato che spara contro il suo stesso popolo". (S.Bolivar)

La polizia ha malmenato il proprio popolo, tra cui il cantautore Mikis Theodorakis e l'ex partigiano Manolis Glezos (entrambi ottantenni).
Tutto il centro di Atene è stato teatro di scontri, numerosi gli arresti. E' avvenuta una vera e propria battaglia campale, in atto, non solo nel centro della capitale ma in numerosissimi quartieri e in altre città, e nonostante una rivolta popolare senza precedenti il Parlamento coloniale di Atene ha approvato quella che può essere considerata una capitolazione. Alle imposizioni dei mercati e della troika (Bce, Fmi e UE) hanno detto sì 199 deputati, no 74 e 5 si sono astenuti. Il ricatto che ha cancellato, nuovamente, la democrazia ellenica.
I due partiti che sostengono il governo del primo ministro Lucas Papademos hanno espulso ieri notte oltre 40 deputati che hanno votato 'no' al 'memorandum'. Nuova Democrazia ha annunciato di avere espulso 21 dei suoi 83 deputati, mentre il partito socialista Pasok circa 20 su un totale di 153.

Le crisi del capitalismo
Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di crisi, di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti della sovranità nazionale ad un livello comunitario (M.Monti)

La crisi non è una eccezione ma è la norma del sistema economico capitalista.
Negli ultimi venticinque anni ci sono state già altre sette crisi, soprattutto nel settore finanziario:
1987: crack a Wall Street
1992: crisi del Sistema Monetario Europeo con la fuoriuscita dal sistema della Lira e della Sterlina
1994/95: crisi finanziaria in Messico a pochi mesi dal varo del Nafta con Usa e Canada
1997: crisi finanziaria in Giappone, Corea e in altri paesi asiatici.
1998: crisi finanziaria in Russia e svalutazione pesantissima del rublo
1999: crisi in Argentina dovuta proprio al default del debito
2001: crisi di nuovo negli Usa a causa dell’esplosione della bolla speculativa sulla Net-Economy.
2007: esplode una nuova crisi, alla quale siamo ancora dentro.

Perchè è necessario riconquistare la sovranità?
La sovranità nazionale è l'indipendenza che permette ad una nazione la possibilità di decidere del proprio destino. Nel nostro periodo storico, visto la dominazione globale degli Stati Uniti e il tentativo maldestro dell'Unione Euopea, questa questione ritorna importante ed attuale. La difesa dell’indipendenza implica l’adozione di una politica nazionale ed estera in linea con i propri interessi nazionali.
Il Fondo Monetario Internazionale, la BCE, l'Unione Europea, ecc, vogliono decidere per noi, al solo fine dei loro interessi.. Esiste un'alternativa?
Sì. Pensiamo allo sviluppo economico di alcuni paesi emergenti, che in gran parte, hanno rifiutato i piani fallimentari del FMI per approdare ad un intervento statale in economia. Penso al Venezuela o all'Argentina.
Lo stato deve essere libero di scegliere il proprio destino e non è tollerabile essere la pedina in mano ad interessi di autorità esterne, che ci dettano l'agenda politica/economica e le manovre da macelleria sociale, come stiamo vivendo ora con il commissariamento del Governo Monti.
Il commissariamento della Grecia ha portato la totale perdita di sovranità e la completa distruzione di tutte le conquiste ottenute dai lavoratori, in pochi instanti hanno cancellato le vittorie di 40anni di lotte. Ora tocca all'Italia.

"I lavoratori devono rendersi conto delle cause della crisi e prepararsi per una vera guerra: consapevole, pianificata e organizzata che conduca al rovesciamento del potere" (Aleka Papariga, segretario KKE)

La Grecia e l'Italia
Esprimo la piena solidarietà a tutto il popolo greco che sta subendo l’ennesimo pacchetto di austerità. Il sistema capitalistico svende le nazioni per salvaguardare i mercati mondiali. I nostri sacrifici e la nostra miseria sono dovuti a questo sistema.
La sinistra greca accusa l'Unione Europea di svendere il proprio paese. In Italia il PD sostiene Monti nella svendita. Il popolo greco ha assediato il parlamento. In difesa della sovranità nazionale contro: Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea. La soluzione è davanti ai nostri occhi: abbattere il neoliberismo e costruire un'alternativa concreta, credibile e reale, che basi la sua prospettiva sull'indipendenza, il socialismo e la giustizia sociale.

"Ora la responsabilità è esclusivamente del popolo. O il popolo li spazzerà via definitivamente o continuerà a versare lacrime e indignazione inutilmente ed ingiustamente con le vecchie e nuove forze pseudo-salvatrici"- Aleka Papariga (Segretario KKE)

Andrea 'Perno' Salutari

Fonte: Patria del ribelle

lunedì 13 febbraio 2012

GRECIA: COME SI AMMAZZA UN POPOLO

Perché i salariati al minimo Greci dovrebbero “salvare” l’Europa dei banchieri che prende ordini dalla Germania, mentre chi ha depredato la Grecia ha già portato all’estero il bottino sottratto al popolo ellenico.

Alla Merkel interessano solo i bilanci delle banche tedesche (che hanno comprato il debito pubblico greco quando pensavano di fare un affare con gli alti interessi) ma dimentica che poi esistono i popoli e le rivoluzioni.

Il paradosso è che prima della Grecia ci fu solo un altro paese europeo a cui fu presentato un conto impossibile da pagare, 91 anni fa, nel 1921. Questo paese era la Germania, i 132 miliardi di marchi oro che avrebbe dovuto pagare erano pari a tutte le entrate della sua produzione di beni e servizi dei successivi 50 anni.

Il fascismo finanziario che strangola i lavoratori e i pensionati è la dittatura capitalista del XXI° secolo che cancella la democrazia e la sovranità nazionale.

L’Europa non esiste, c’è solo il capitalismo europeo.

GLI AMERICANI HANNO SCELTO LA PEDINA MONTI

In Italia, Il governo è nelle mani dei banchieri e del Presidente Napolitano loro tramite; Obama, dopo Marchionne, trova un altro Italiano che piace agli USA. Il perché è facile da dirsi, basta guardare il curriculum del nemico del posto fisso, il Senatore a Vita Monti.

Come si è guadagnato questo noiosissimo posto che dura fino alla morte l’ex Presidente della Bocconi. Con una vita da precario ovviamente, “cambiando” continuamente padrone. E’ stato presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller; è stato international advisor per Goldman Sachs . È stato advisor della Coca Cola Company, membro del "Senior European Advisory Council" di Moody's ed è uno dei presidenti del "Business and Economics Advisors Group" dell'Atlantic Council e Commissario europeo con Prodi e Berlusconi.

Insomma, Monti come e più dell’Arlecchino di Goldoni

Mentre le agenzie di (aggiotaggio) rating americane fanno il loro mestiere, diffondono notizie false e tendenziose, per favorire in gruppi finanziari statunitensi, Obama mostra la faccia ipocritica dell’ America che “teme” gli effetti della crisi europea sugli Stati Uniti !

La crisi economica mondiale ha avuto infatti avvio in seguito a una crisi di natura finanziaria scoppiata nell'estate del 2007 negli Stati Uniti con la crisi dei subprime, seguita al fallimento di Lehman Brothers il 15 settembre e la conseguente recessione, con la grave crisi industriale negli USA.

Ovviamente il capitale americano sta facendo del tutto per spostare le conseguenze della crisi sull’Europa, ed è per questo che nasconde le sue responsabilità.

La lotta tra il capitale USA ed europeo (a guida germanica) è apertissima. E mentre giocano l’uno contro l’altro, per uscire dalla crisi nella situazione più vantaggiosa, con equilibri planetari ritagliati sui propri affari, ne approfittano per riprendersi i più ampi margini di profitto e per ridefinire rapporti di lavoro di stampo ottocentesco, cancellando diritti, riducendo salari e imponendo condizioni di lavoro disumane.

Oggi ammazzano il popolo greco, impoveriscono i lavoratori italiani, spagnoli e portoghesi, dopo aver razziato i lavoratori degli USA e del continente americano.

In tutto questo Monti è solo una pedina, anzi, in termini scacchistici un pedone, né troppo americano, né troppo tedesco, buono per un capitale e per l’altro e per ogni politica antioperaia e antipopolare, che sia dettata da Berlino o da Washington.

Associazione Culturale CASA ROSSA

venerdì 13 gennaio 2012

Discorso della Unione delle Gioventù Comuniste Siriane– Gioventù Khaled Bagdash alla diciottesima Assemblea Generale del WFDY

Onorevole presidio:
Cari compagni e amici:
Su mandato del Comitato Esecutivo della Unione delle Gioventù Comuniste Siriane – Gioventù Khaled Bagdash salutiamo la diciottesima Assemblea Generale del WFDY e le auguriamo successi su tutti i fronti.
C’è una profonda crisi, nel quale versa il capitalismo, che insieme all’ostilità dell’imperialismo globale colpiscono tutti gli individui del mondo, e soprattutto le masse dei lavoratori.
Questo clima richiede un forte e compatto fronte internazionale per difendere i diritti degli uomini e dei giovani, e che si opponga all’aggressione imperialista e allo sfruttamento capitalista. Per questo è molto importante mantenere l’unità del WFDY, e il suo carattere antimperialista, e rafforzare il suo ruolo a livello internazionale. Il WFDY è una necessità urgente al giorno d’oggi per la gioventù nel mondo e le sue forze progressiste esattamente come era necessaria nel suo passato glorioso, il passato di lotte contro la dominazione imperialista per raggiungere la liberazione in campo economico, sociale e politico. Il passato di lotta gloriosa della gioventù progressista contro le aggressive guerre imperialiste per ottenere l’indipendenza e la sovranità nazionale, per i diritti e gli interessi della gente e dei giovani, per la giustizia sociale.
Cari compagni e amici:
Le regioni del Mediterraneo dell’est e del Nord Africa stanno attraversando importanti punti di svolta storici, dove il movimento delle masse popolari si è diffuso e la lotta di classe dei lavoratori si è radicalizzata nel mondo arabo. Le masse di giovani sono state le prime a partecipare a quei movimenti che erano una reazione inevitabile alle politiche economiche neoliberiste, le politiche di impoverimento, disoccupazione e sfruttamento sistematico. Questi movimenti protestavano anche contro i regimi reazionari al potere, collegati all’imperialismo globale e a Israele sionista, quei regimi che non si sono preoccupati della sovranità nazionale, ma hanno soppresso i movimenti di massa e impoverito gli individui.
Il movimento di massa si è allargato a vari stati arabi, le rivoluzioni popolari in Egitto e Tunisia sono riuscite a rovesciare e a liberarsi di due simboli del tradimento nazionale. Ciò ha inferto un duro colpo ai programmi imperialisti nella regione, ed è considerata un importante vittoria per i movimenti di liberazione del mondo e delle nazioni arabe.
Oggi noi vediamo un contrattacco da parte dell’imperialismo e dei suoi alleati. L’imperialismo globale ha esercitato una pressione immensa per sconfiggere i movimenti di massa potendo contare su un pieno supporto e sovvenzionamento da parte dei capi di stato reazionari dei paesi del Golfo Arabo. Nel frattempo, si sono scoperte le forze che lavoravano per l’imperialismo perché hanno usato l’onda delle proteste per mettersi al servizio dell’imperialismo globale e l’alta borghesia locale (comprador). Ciò ha finito per aumentare il potere delle forze reazionarie che si sono camuffate usando la religione, specialmente nel movimento dalla forza sorprendente dei Fratelli Mussulmani. Questo è un movimento totalmente reazionario, creato dai circoli di intelligence per distruggere i movimenti di massa nei paesi arabi e per proteggere gli interessi imperalisti. E’ palese come il movimento di massa in Bahrein è stato soppresso da un intervento militare immediato supportato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo dopo aver ottenuto l’approvazione dell’imperialismo statunitense. Noi abbiamo anche visto la criminale aggressione della Nato contro la Libia col pretesto della protezione dei civili. Questa aggressione ha ucciso decine di migliaia di individui innocenti e distrutto le infrastrutture del paese. Questa aggressione ha portato un governo fantoccio al potere in Libia; sono marionette nelle mani dell’imperialismo e non hanno nulla a che fare con la democrazia e i diritti umani. Essi servono a aiutare alcune corporazioni di monopoli a controllare la ricchezza e le risorse della Libia.
Ciò che complica la situazione è la debolezza delle organizzazioni dei lavoratori in alcuni paesi arabi e la mancanza di adeguati sindacati con orientamento di classe. Ciò è dovuto alla debolezza delle organizzazioni progressiste, e la predominanza del revisionismo e dell’opportunismo in settori vitali del movimento. Come risultato, alcune di queste organizzazioni hanno anche perso il loro carattere antimperialista e fanno riferimento, in vari modi, ai circoli imperialisti americani e europei.
Tuttavia dobbiamo ricordare le vittorie dal movimento di liberazione nazionale arabo, che ha sconfitto i programmi imperialisti americani insieme al suo alleato Israele sionista e che grazie anche ai colpi della resistenza nazionale nell’intera regione, è riuscito a opporsi al nuovo grande progetto di Medio Oriente. I colpi sono stati inferti dalla gloriosa resistenza nazionale in Iraq che ha sconfitto l’occupazione imperialista degli Stati Uniti e gli eserciti di aggressione ed è riuscita a costringerli ad una avvilente ritirata. Il secondo esempio è la resistenza nazionale del Libano che è riuscita a vincere nel 2006 la guerra contro la macchina di aggressione sionista, questo insieme all’eroica tenacia del popolo Palestinese che non ha abbandonato la sua legittima rivendicazione nazionale di ottenere uno stato indipendente con piena sovranità e i confini del 4 giugno 1967, avente capitale Gerusalemme est e il ritorno di tutti i rifugiati palestinesi nelle loro città e case.
La tenacia della Siria continua a tener testa alle pressioni e ai ricatti sionisti e imperialisti e insiste ancora per il riscatto del Golan siriano e nel rifiutare i piani di dominazione imperialista. Questa tenacia nazionale è la pietra angolare delle vittorie che sono state ottenute dai movimenti di resistenza nazionale nella regione del Mediterraneo dell’est. La Siria è la roccaforte contro i piani e progetti imperialisti nella regione, ed è il principale supporto dei movimenti di resistenza nazionale nella regione, e questo le ha causato l’ostilità degli imperialisti, dei sionisti, dei reazionari e dei traditori.
Ma le politiche economiche neoliberiste che sono state applicate negli ultimi anni hanno impoverito le masse degli individui e portato all’aumento della disoccupazione tra le fasce di giovani, inferto un duro colpo alla produzione nazionale, creando terreno fertile per l’attività delle forze reazionarie e paventando la strada agli sfortunati eventi che stanno avvenendo nel paese. Questo è ciò contro cui i comunisti siriani hanno messo in guardia e hanno lottato dovunque e in differenti modi.
Oggi il popolo e i giovani siriani si trovano a fronteggiare operazioni terroristiche, massacri e istigazione sulle varie componenti del popolo siriano; tali operazioni colpiscono civili, soldati, accademici e la gioventù attiva. Queste operazioni sono portate avanti da gruppi terroristi e forze estremiste reazionarie, soprattutto la loro organizzazione oscurantista dei Fratelli Mussulmani, con il supporto diretto di armi e campagne dei media eseguite e sovvenzionate dalle monarchie petrolifere del Golfo reazionarie e traditrici insieme all’interferenza della NATO nella regione attraverso la Turchia. Le forze traditrici, che si sono definite “l’opposizione siriana”, stanno chiedendo una no-fly zone sulla Siria così come è accaduto per la Libia, che significa permettere alla NATO di invadere e occupare la Siria: ciò è quello contro cui il popolo e i giovani siriani si oppongono e combatteranno in tutti i mezzi e le forme possibili. Per questo motivo, il Partito Comunista Siriano, e l’Unione delle Gioventù Comuniste Siriane- Gioventù Khaled Bagdash hanno organizzato molte manifestazioni e sit-in in differenti luoghi del Paese, rifiutando l’intervento imperialista negli affari interni del Paese, e per supportare la fermezza nazionale siriana.
Cari compagni e amici:
L’Unione delle Gioventù Comuniste Siriane- Gioventù Khaled Bagdash è un organizzazione giovanile di lotta di massa guidata dal socialismo scientifico e che opera sotto la guida e supervisione del Partito Comunista Siriano, fu fondata nel 1931, ha partecipato alla fondazione del WFDY nel 1945, ha portato il nome di “Unione della Gioventù Democratica in Siria” dal 1949 al 1996. Dopo di ciò ha adottato il nome di Unione della Gioventù Democratica in Siria- Gioventù Khaled Bagdash” fino al 2006, quando, sulla base dell’ottavo congresso dell’Unione, si è rinominata ancora adottando il nome attuale “Unione delle Gioventù Comuniste Siriane- Gioventù Khaled Bagdash”.
La nostra organizzazione ha lottato nel corso della sua storia in ogni campo sotto la bandiera e la guida del Partito Comunista Siriano, ha lottato per l’indipendenza nazionale, per la sovranità e la dignità nazionale e per i diritti del popolo e dei giovani siriani, sacrificato tanti martiri nella lotta di classe e nazionale, nelle battaglie contro l’aggressione imperialista e sionista nella regione, per le libertà democratiche e per le richieste del popolo dal momento dell’indipendenza; tre dei nostri compagni sono caduti nella loro lotta contro l’aggressione sionista e imperialista al Libano negli anni Ottanta. Questa identità di lotta ha aiutato la nostra Unione a ottenere il rispetto e la fiducia del popolo siriano, ed ha anche permesso alla nostra organizzazione di diffondersi in tutto il paese in tutti gli ambiti di lavoro e di studio.
Le lotte dell’Unione delle Gioventù Comuniste Siriane- Gioventù Khaled Bagdash si sono svolte con attività diretta di massa, raccolte firme, lavoro coi sindacati, unioni degli studenti e in tutti i campi di lavoro e studio per sostenere la fermezza nazionale siriana contro i piani e le cospirazioni del sionismo, dell’imperialismo e delle forze reazionarie. E anche contro le politiche economiche neoliberiste, in supporto della produzione nazionale e dei diritti sociali del popolo e dei giovani siriani, tra i quali in particolar modo l’istruzione gratuita, sanità gratuita, e opportunità di lavoro per gli individui, adeguate politiche per la casa per i giovani, e per soddisfare le domande sociali degli studenti e dei lavoratori.

Le lotte della nostra Unione si svolgono sotto il grande slogan: “difendere la patria e difendere i diritti dei giovani siriani” per far rimanere la Siria una roccaforte dei movimenti di liberazione nazionale del mondo e come una forza del fronte internazionale antimperialista.
Lunga vita alla Federazione Mondiale della Gioventù Democratica!
Lunga vita alla solidarietà internazionale!
La nostra battaglia è giusta, la vinceremo!

martedì 13 dicembre 2011

Presidio contro il viraggio politico del governo di Ollanta

PRESIDIO CONTRO LE TRANSNAZIONALI DELLA FAME, CONTRO LE CORPORAZIONI DELLE MINIERE D'ORO, CONTRO IL VIRAGGIO POLITICO DEL GOVERNO DI OLLANTA: DIVENUTA OGGI CON TENDENZA DI DESTRA CONSERVATRICE!

Compagni è molto importante la solidarietà internazionale. Il popolo Peruviano è al limite di essere governato con una chiara tendenza fascista. Hanno cambiato la alleanza politica, la sinistra è stata alo...ntanata dal governo per stabilire un'alleanza non scritta con i militari e con il fujimorismo. Il popolo si alza contro questa linea politica ed economica che è soltanto servile alle grande corporazioni dell oro e delle miniere. SI STANNO FORMANDO LE BASI D'UNA DITTATURA !! AGIRE OGGI INSIEME AL POPOLO E LE SUE ORGANIZZAZIONI UN DOVERE MILITANTE E INTERNAZIONALISTA !

Giovedí 15 dicembre
dalle 10
Davanti al Consolato Peruviano a Torino
Via Pastrengo 29

Peru': una speranza perduta

PERÚ: UNA SPERANZA CHE SI DILUISCI NELLE TORTUOSE PREPOTENZA DEI GRANDI CAPITALISTI DELLA MINERIA E DEI LORO COMPLICI MILITARI.

Il popolo riesce finalmente a portare al governo un gruppo politico che nella loro ideologia dichiarava apertamente un governo di Concertazione, d'unità nazionale, partendo d'una chiara tendenza di sinistra, con uomini e militanti che fieri di questa alternativa politica d'un nazionalismo verso la costruzione d'una Patria Libera, di conquista dei diritti, di ridistribuzione della ricchezza, di lotta aperta ai corrotti, di riconquista della soberania affitata ai grandi capitalisti, di sollevare la volontà popolare per costruire un nuovo Perù vicina ai più deboli, alle vittime degli sfruttatori. Questo progetto politico si era denominato "LA GRANDE TRANSFORMACIÓN". E su questo progetto grandi settori popolari, organizzazioni sindacali, partiti politici di sinistra diedero il loro sostegno che si traduce nella alleanza "GANA PERÚ".

In 4 mesi di governo il progetto iniziale si sbricciola lentamente e corre verso una tendenza di dominio politico della destra. Nei diversi ministeri, anzitutto in quella più strategica come quella di economia, si nomina un ortodosso della economia capitalista e di appartenenza politica di destra, ugualmente come presidente della banca di riserva del Perú viene nominato un'altro sostenitore dell sistema capitalista. Cosi si va avanti....si fanno realtà certe promesse elettorali come la pensione 65, la legge della consulta previa - legge che obbliga al governo di consultare al popolo prima di prendere decisioni su ogni atto che può essere dannoso contro la popolazione- ...e altre pocche cose per accontentare il popolo. Non ci sono segnali di contrasto o di critica al sistema capitalista sulla quale si fonda la economia Peruviana in questo percorso, cacciano via poco a poco tanti assesori politici di sinistra che erano nel governo e sono sostituiti per assesori militari.

Diversi conflitti sociali iniziano a manifestarsi pubblicamente, tanti sono affrontati con dialogo, altri a puro stile militaresco repressivo, tanto cosi che muore un manifestante ucciso da una pallotolla sparata dalle forze repressive. Il conflitto più grave e di dimensione regionale esplode nella zona del Nord, in Cajamarca. Il popolo Cajamarquino si alza, va in sciopero generale indefinito in protesta e rifiuto del progetto minerario delnominato CONGA che il più grande consorzio minerario di strazione di oro nell mondo, la norteamericana Newmont, voleva portare avanti. Questo consorzio minerario presente in Cajamarca da 18 anni con un progetto chiamato YANACOCHA non è ben accettato dalla popolazione perchè hanno portato distruzione all ecosistema, hanno sviluppato alti livelli di contaminazione e hanno sempre sottomesso il popolo, non hanno portato sviluppo economico per la regione...loro si sono fatti sempre più ricchi e il popolo sempre più povero, con la terra non più utilizzabile, con l'acqua contaminata, con popolazioni che vivono gli effetti delle modificazioni nell loro DNA, per tanti morti precoci, alti livelli di tumori...questo modo di fare investimento non va per il popolo e non dovrebbe ne anche andare per il governo che si proclamò difensore del popolo, del ecosistema, della soberania nel periodo elettorale...caso vuole che il governo da approva e da luce verde alla esecuzione del progetto CONGA - questo progetto prevede un allargamento territoriale della estrazione dell oro, causando inevitalmente la distruzione di tutti i laghi naturali che sono fonte di rifornimento naturale d'acqua per la popolazione e per il ciclo vitale della fauna e flora del territorio Cajamarquino. A questo punto i movimenti di protesta diventano più forti, le manifestazioni di solidarietà a livello nazionale crescono. Come risposta il governo dichiara dal 05 di dicembre COPRIFUOCO NELLA REGIONE IN LOTTA! per un periodo di 60 giorni. Pochi giorni dopo, sono detenuti un gruppo di dirigenti della lotta del contro il progetto CONGA e sono tenuti rinchiusi nella direzione antirrorista per 10 ore. Il 29 di novembre 6 campesinos di Cajamarca sono feriti da spari d'arma di fuoco da parte delle forze repressive del governo. In mezzo a questo conflitto arriva in Perú la direttrice del Fondo Monetario Internacional Christine Legardè che dichiara allegramente che il Perú è un paese stabile economicamente e che il FMI lo vede come un buon candidato dove fare dei grandi investimenti.

Come se questo non bastasse, sabato 10 dicembre rinuncia il presidente del consiglio dei ministri, militante e fondatore del Partito Nacionalista SALOMON LERNER grande sostenitore della concertazione con la sinistra e settori progresisti, OLLANTA HUMALA non ha dubitato un secondo ad accetare la sua rinuncia e nominare immediatamente un ex tenente generale del esercito come il suo successore: OSCAR VALDEZ, di oscura tradizióne militare e sposato con la figlia d'un ricco imprenditore minerario. Ricordiamo che questo individuo è stato nei primi 4 mesi di questo governo ministro del'interno, ossia colui chi ha ordinato tutte le misure repressive contro ogni tipo di manifestazioni sociale e la morte d'un manifestante e dei tanti feriti. Il Nuovo Consiglio di ministri oggi è totalmente di tendenza tecnocratica e di destra conservatrice, dove tutti i componenti di sinistra e del partito di alleanza di concertazione nel parlamento sono stati allontanati, rimanendo senza una reale maggioranza in parlamento. Questo nuovo spazio politico crea una grossa posibilità di alleanza con il fujimorismo o con un colpo di stato. Chiaro viraggio fascista.

Il momento sociale non ha delle belle prospettive se questa è la linea di governo considerando che gli unici che hanno salutato questi avvenimenti sono gli esponenti della destra e della imprenditoria locale e internazionale. Il pericolo di diventare un regime di carattere fascista è molto vicino e su questo che noi chiamiamo a stare attenti e sempre solidali con la lotta del popolo peruviano, in più per il popolo Cajamarquino che in questo momento vive nell coprifuoco militaresco.  

giovedì 8 dicembre 2011

Giovani comunisti russi

La clamorosa e per molti inaspettata sconfitta di Russia Unita, il partito di Putin, alle elezioni politiche della Federazione Russa, è una dato politico evidente, netto, che non può essere camuffato nonostante i numerosi brogli che hanno comunque consentito al padre padrone della Russia di riconquistare la maggioranza della Duma. Ironia della storia, è Putin che cosi come fu per Eltzin, che incarna la continuità con i tratti autoritari dell’ex sistema sovietico, mentre a difendere e a manifestare per la democrazia sono i comunisti russi, il Partito guidato da Ghennadi Zyuganov, l’unica forza politica popolare e di massa che in questi due decenni ha saputo resistere alle svolte autoritarie del regime e a presentarsi come alternativa possibile allo strapotere dei nuovi oligarchi di Mosca.

In pochi ricordano che l’ascesa al potere di Eltzin prima e del suo delfino Putin poi sia stata aperta dalle cannonate contro il Parlamento russo. Zjuganov ha usato le seguenti parole per descrivere quanto successo: «Per quanto riguarda le elezioni stesse, devo dire che sono state senza precedenti per la quantità di brogli, per le pressioni esercitate e per la perfetta messa a punto delle falsificazioni, che hanno fatto impallidire tutti i successi di Eltsin con i suoi assistenti e maghi della pirotecnica». Secondo il PCFR infatti, i voti presi sarebbero oltre il 30 e non il 20 come assegnato dalla commissione elettorali.
Il potere di Putin si è consolidato nell’ultimo decennio grazie a un misto di populismo, di nazionalismo e di benefici dovuti più che a capacità di governo dell’economia, dall’aumento delle entrate statali dovuto all’aumento dei prezzi delle materie prime, come gas e idrocarburi, che Mosca ha per un periodo difeso da ulteriori privatizzazioni e che ha utilizzato per riassestare la disastrata situazione economica ereditata dalla shock terapy con cui Eltzin aveva svenduto il paese. Una terapia economica criminale, quella dei liberisti fondamentalisti, che secondo uno studio della rivista scientifica Lancet , ha prodotto nell’ex Urss circa un milione di morti.

Ma il tutto mantenendo una politica economica liberista, per cui la Russia di Putin e Mednenev ha mantenuto i tratti di una società profondamente diseguale. Pochi grandi ricchi e tantissimi poveri. Le disuguaglianze sociali rimangono enormi, così come il collasso dello stato sociale sovietico ha lasciato milioni di persone prive di quelli che erano diritti sociali garantiti dal sistema.

La situazione si è aggravata nell’ultimo bienno con la crisi economica, che ha visto il prodotto interno della Russia crollare nel 2009, e crescere fra la popolazione il malcontento così come le preoccupazioni per il futuro, e per le quali non è bastata la retorica nazionalista ad evitare il crollo elettorale. Un crollo che ha come prima conseguenza la impossibilità per Putin di poter cambiare la Costituzione, non avendo la maggioranza qualificata necessaria per farlo da solo.
La vittoria dei comunisti non nasce inaspettata. Non può essere nemmeno derubricata, come fanno molti superficiali analisti di casa nostra, come semplice sentimento nostalgico dei tempi che furono. Anche in Russia, come nel resto d’Europa, ritorna con forza la questione e la domanda di giustizia sociale.
Sono tantissimi infatti i voti di giovani e giovanissimi al Partito comunista russo, di ragazzi e ragazze che non hanno vissuto nell’Unione Sovietica. Secondo il PCFR sette giovani su dieci hanno votato per i comunisti. Ora la partita si sposta a Marzo, alle prossime elezioni presidenziali.
Quella che sembrava una passeggiata per Putin, si presenta invece ora come una sfida difficile. Il nervosismo del potere è evidente nella reazione poliziesca di queste ore. E a sfidare Putin e il suo blocco di potere ci sarà Zjuganov , ci saranno , ancora una volta, i comunisti.

Fabio Amato - Liberazione

lunedì 7 novembre 2011

5 NOVEMBRE 2011 – OGGI IL “CHE” E’ MORTO DI NUOVO

Che Guevara era morto, ma ognuno lo credeva che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva
(F.Guccini – Stagioni)

Apprendiamo con enorme dolore della morte in combattimento del comandante Alfonso Cano, a capo del segretariato delle FARC EP. La guerriglia più longeva al mondo perde oggi il suo lider più importante. Il 5 novembre 2011 è una data triste e luttuosa per l’intero movimento comunista mondiale, e la portata storica di questa data è pari solo a quel tragico 9 ottobre del ’67 in cui venne giustiziato il comandante Guevara.

I parallelismi fra le due morti dei due guerriglieri eroici non sono destinati peraltro a finire qui. Innanzitutto l’apporto dell’ apparato imperialista nordamericano in entrambi i casi è stato decisivo. Ricordiamo come in Colombia l’Imperio Yanqui e il suo cane Israele si siano adoperati con valanghe di dollari, tecnologie militari a profusione ed un supporto costante a livello di intelligence. In entrambi i casi poi, il nemico che si cercava di uccidere non risiedeva tanto nella persona di Cano o Guevara, quanto piuttosto nelle legittime aspirazioni di ogni contadino e ogni lavoratore alla giustizia sociale e ad una società più equa.

Il nemico vero dell’ imperialismo è costituito da chiunque non si lasci piegare da questi omicidi mirati. Hanno ucciso il Che e mille braccia e mille menti hanno occupato il suo posto. Hanno ucciso Alfonso e mille e mille braccia e menti sapranno raccogliere i frutti del suo sacrificio. Il conflitto colombiano non si può risolvere –e non si risolverà- con un’azione militare. Non si è risolto assassinando a tradimento Raul Reyes, non si è risolto bombardando con tonnellate di ordigni “intelligenti” El Mono Jojoy. Non si risolverà nè ammazzando Cano e nemmeno sterminando sistematicamente l’intero segretariato delle FARC. I comunisti colombiani sono preparati a sostituire –anche per intero- i loro quadri dirigenti e lo hanno dimostrato splendidamente in passato.

Il genocidio contro l’Union Patriotica ha messo sotto gli occhi di tutti questa realtà. L’unica volta che il riscatto sociale ha cercato di passare dalla via delle elezioni “legali” migliaia e migliaia di quadri comunisti o sindacali sono usciti allo scoperto e sono stati sistematicamente trucidati. Hanno ucciso due candidati dell’ Unione Patriotica alla presidenza e il confitto persiste. In tre anni hanno ucciso mezzo segretariato delle FARC e i comandanti sono stati rimpiazzati immediatamente e senza alcuna perdita d’efficienza per la guerriglia.

Le cifre del conflitto sono lì a dimostrarlo: rapporti di ONG assolutamente imparziali dimostrano che, negli ultimi 5 anni, i numeri degli effettivi della guerriglia sono sostanzialmente inalterati, le perdite sono in calo e il numero delle azioni militari in decisa crescita. Le forze armate rivoluzionarie, nel 2010 hanno provocato 2078 perdite e 2242 feriti, in un totale di 2274 azioni contro gli apparati del regime narco-paramilitare. Gli unici colpi che il governo fascista di Santos ha davvero inferto alle FARC si giocano su un piano mediatico, di spettacolarizzazione del conflitto. Una volta l’anno appaiono su TV e giornali a gloriarsi di aver ucciso Tale e Talaltro. Bene, ora non gli resta che sterminare ogni povero presente in Colombia è il più sarà fatto.

Finchè le cause sociali che determinano il conflitto non saranno eliminate alla radice, il conflitto andrà avanti. Finchè l’ingiustizia e il sopruso regneranno a Bogotà, il contadino e il lavoratore avranno bisogno che un Che o un Cano portino avanti i loro interessi. Nel 1964 il contadino Pedro Antonio Marin è stato costretto a diventare il comandante Manuel Marulanda Velez, l’uomo che ha sconfitto per più di 40 anni decine di capi di stato maggiore colombiani. Ogni contadino che oggi entra nelle FARC è in potenza un nuovo Marulanda. Il nemico vero non è Alfonso Cano, e se non ci si lascia demoralizzare la sua morte non rappresenta nulla. Il nemico vero è rappresentato da chiunque si chini a raccogliere quel mitra che il piombo USA ha gettato nella polvere. Dalle centinaia di migliaia di “desplazados” cui l’oligarchia ha portato via tutto. Da chiunque nel mondo abbia la dignità di fare proprie le rivendicazioni sociali portate avanti con la penna e con l’azione da questi militanti esemplari.

Per cui, con dolore ma senza sconforto, ci limitiamo a prenderne atto: il Che è morto e ora lo è pure Alfonso. Uccidendo la persona tentano di spezzare la nostra convinzione nei principi marxisti e leninisti. Tentano di soffocare nel sangue l’avvenire che fugge dalla miseria e dalla barbarie del capitalismo. Con noi non ci sono riusciti nemmeno questa volta,

COMANDANTE ERNESTO GUEVARA, COMANDANTE ALFONSO CANO, GIURIAMO DI VINCERE E VINCEREMO!


Carlo Lingera – Responsabile Esteri, GC Torino

Invitiamo tutti i militanti del PRC dei GC e della Federazione della Sinistra che si sentano in sintonia con i contenuti del presente articolo, a sottoscriverlo come forma di solidarietà verso il movimento bolivariano nella sua interezza. Chi eventualmente volesse approfondire la questione può fare riferimento a:

http://www.nuovacolombia.net/Joomla/clamoridallacolombia/2056-con-luccisione-del-comandante-alfonso-cano-il-regime-colombiano-conferma-la-propria-essenza-guarrafondaia.html

http://it.peacereporter.net/articolo/31400/Santos+uccide+il+dialogo+di+pace

martedì 1 novembre 2011

Referendum in Grecia sul debito. Euroatlantici furiosi

Con un paese in rivolta, Papandreou è stato costretto ad indire un referendum. La notizia è definita "choc" (chissà perché... siamo o non siamo in democrazia?) e le agenzie stanno battendo a caratteri cubitali questi titoli: "L'Europa sprofonda sotto la paura della Grecia"; "banche a picco"; "caduta libera delle Borse". Il tutto a peggiorare i cupi scenari già esistenti.

Il primo ministro greco George Papandreou ha annunciato due cose: l'indizione di un referendum sull'ultimo pacchetto di «salvataggio» (gli eurotlantici hanno anche la sfrontatezza di chiamarlo così...) e un voto di fiducia al Parlamento sull'accordo sul debito. La valenza politica del 'combinato' di voto è in tutta evidenza accortamente abbinata. Molto più significativo è ovviamente il referendum, visto che il parlamento (non rappresentativo delle rivendicazioni espresse nei diversi settori della società greca) ha svenduto pezzi di sovranità e subìto i diktat dell'asse Francoforte-Bruxelles-Washington.
Alle urne si andrà all'inizio del 2012.
La decisione, superfluo dirlo, sta sparigliando i piani euroatlantici, il cui obiettivo importantissimo di tappa è l'integrazione e la centralizzazione assoluta della governance europea dei bilanci e delle finanze, e quindi economica. A fronte di 'resistenze' l'operazione non casuale, indotta, di collassamento di alcuni paesi come l'Irlanda e soprattutto la Grecia aveva l'obiettivo di far rompere gli indugi e indurre le popolazioni -e relative classi dirigenti- ad accettare il trasferimento immediato dei poteri nel mentre, comunque, si mettevano le mani sui settori strategici dei singoli paesi. Prima ancora che per soddisfare gli appetiti della speculazione e dell'affarismo a tutto campo al seguito, per togliere punti di forza al mantenimento dei presupposti materiali di effettive riconquiste delle sovranità nazionali. Renderle, in caso di rivendicazioni, molto più difficili, non potendo renderle impossibili.
Questa operazione rischia di essere vanificata e addirittura ritorcersi come un boomerang, rispetto anche a dinamiche finanziarie avviate su scala continentale, in caso di conferma dell'indizione del referendum. L'esito è scontato e i sondaggi al riguardo, che prevedono una valanga massiccia di «no» da parte dei greci, mai sono stati tanto superflui e inutili. Più sensatamente potrebbero dilettarsi a prevedere la portata del rifiuto: il 100% o giù di lì?

Per rendersi conto della portata di questo referendum, bastino alcune dichiarazioni. Il premio Nobel all'economia, Christopher Pissarides, ha dichiarato che «è difficile prevedere cosa succederà alla Grecia se il pacchetto di aiuti venisse respinto. Ci saranno conseguenze negative per l'Eurozona e pesantissime per Atene. Il Paese molto probabilmente dichiarerà immediatamente il default ed uscirà dall'euro». Il ministro finlandese agli Affari europei, Alexander Stubb, in un'intervista televisiva a Mtv3, ha detto che il referendum ellenico sarà un voto sull'appartenenza del Paese all'eurozona («La situazione è così difficile che fondamentalmente sarà un voto sulla loro adesione all'euro»). Sarkozy è costernato («Il gesto della Grecia è irrazionale e, dal loro punto di vista, pericoloso»). In Germania sono irritatissimi. A Washington c'è molta preoccupazione.

In queste ore, curiosamente -si fa per dire-, la Banca Centrale Europea sta intervenendo nuovamente sul mercato secondario per comprare debito italiano. A dirlo è il sito Bloomberg, che cita fonti vicino all'operazione. Non solo. Il rendimento del Btp a cinque e dieci anni sul mercato secondario sta raggiungendo i suoi nuovi massimi storici dall'introduzione dell'euro nel 1999, con effetti di spread verso l'alto con gli equivalenti bund tedeschi, il che vuol dire che uno scenario di tipo greco si sta sempre più materializzando anche in Italia. Insomma, se la Grecia si sottrae al ruolo di cavia euroatlantica da laboratorio a mo' di avvertimento per altri, intendono sostituirla pienamente, come ancora non è, con l'Italia?

Intanto, diciamolo a chiare lettere: Grecia, facci sognare! E, soprattutto, grazie. La grande lezione, vecchia quanto il cucco, è che la lotta paga. Prima o poi. Per i greci non basterà comunque il referendum. Hanno l'opportunità per sbaraccare ceti comunque asserviti, riprendersi l'indipendenza e la sovranità, e pensare a costruire una nuova società su rapporti di rpoduzione e assetti ben diversi dagli attuali dominanti. Roma come Atene? Sì, se si lotta!

Fonte: Indipendenza

martedì 25 ottobre 2011

Il ruolo genocida della NATO

di Fidel Castro

Questa brutale alleanza militare si è trasformata nel più perfido strumento di repressione che la storia dell’umanità ha mai conosciuto. La NATO ha assunto questo ruolo repressivo tanto rapidamente quanto la URSS, che era servita agli Stati Uniti come pretesto per crearla, ha smesso d’esistere.

Il suo criminale proposito divenne evidente in Serbia, un paese d’origine slava, il cui popolo lottò molto eroicamente contro le truppe naziste nella Seconda Guerra Mondiale.

Quando nel marzo del 1999 i paesi di questa nefasta organizzazione, nei loro sforzi per disintegrare la Yugoslavia dopo la morte di Josip Broz Tito, inviarono le loro truppe in appoggio ai secessionisti del Kossovo incontrarono una forte resistenza in quella nazione le cui sperimentate forze erano intatte.

L’amministrazione yankee, con i consigli del Governo di destra spagnolo di José María Aznar, attaccò l’emittente televisiva della Serbia, i ponti sul fiume Danubio e Belgrado, la capitale di questo paese. L’ambasciata della Repubblica Popolare della Cina fu distrutta dalle bombe yankee, vari funzionari morirono, e non ci potevano essere errori possibili, dichiararono gli autori.

Numerosi patrioti serbi persero la vita. Il presidente Slobodan Miloševiс, schiacciato dal potere degli aggressori e dalla scomparsa della URSS, cedette alle esigenze Della NATO e ammise la presenza delle truppe di questa alleanza nel Kossovo con un mandato Della ONU e questo finalmente portò alla sua sconfitta politica e al suo successivo giudizio in tribunali per niente imparziali a L’Aia. È morto stranamente in prigione.

Se il leader della Serbia avesse resistito alcuni giorni ancora, la NATO sarebbe entrata in una grave crisi che era al punto di scoppiare. L’impero dispose così di molto più tempo per imporre la sua egemonia tra i sempre più subordinati membri di questa organizzazione.

Tra il 21 febbraio e il 27 aprile di quest’anno, ho pubblicato nel sito web CubaDebate nove Riflessioni sul tema, nelle quali ho ampliamente analizzato il ruolo della NATO in Libia e quello che secondo me sarebbe successo.

Per questo mi vedo obbligato ad una sintesi delle idee essenziali che ho esposto e dei fatti che sono avvenuto così come erano stati previsti, adesso che il personaggio centrale di questa storia, Muammar Al-Gaddafi, è stato ferito gravemente dai più moderni cacciabombardieri della NATO, che hanno intercettato e reso inutile il suo veicolo, lo hanno catturato vivo e assassinato per mano degli uomini che questa organizzazione militare ha armato.

Il suo cadavere è stato sequestrato ed esibito come un trofeo di guerra, una condotta che viola i più elementari principi delle norme musulmane e di altri credo religiosi che prevalgono nel mondo.

Si annuncia che molto presto la Libia sarà dichiarata “Stato democratico e difensore dei diritti umani”.

fonte:granma.cu

Default sicuro: fallito il piano di salvataggio della Grecia

La Grecia è fallita. A dirlo non è l’ennesimo studio di banche d’investimento o centri di ricerca, ma direttamente i funzionari della troika che hanno appena terminato la loro revisione sulla finanza pubblica ellenica. “Linkiesta” è entrata in possesso dell’intero rapporto della troika, composta dai funzionari di Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione europea. “Strictly confidential” è scritto su ogni pagina. (per scaricare il rapporto della Troika clicca qui) E ce ne sono tutte le ragioni. Il quadro che emerge dalla Dsa (Debt sustainability analysis) sulla Grecia non è roseo. Le dieci pagine che siamo in grado di mostrarvi parlano chiaro.

Certo, l’Eurogruppo ha accordato il pagamento della sesta tranche (8 miliardi di euro) di aiuti finanziari previsti dal piano di salvataggio del maggio 2010, pari a 110 miliardi di euro, ma appare sempre più chiaro che lo ha fatto assumendosi diverse responsabilità. Questo perché la troika ha spiegato senza troppi giri di parole che il debito greco è insostenibile. L’unica soluzione all’orizzonte è quindi quella di un aumento dell’intervento dei creditori privati, tramite il Private sector involvement (Psi), e, di conseguenza, un lungo piano di ristrutturazione del debito. Il ritorno sui mercati è atteso nel 2021, quando il rapporto debito pubblico/Prodotto interno lordo (Pil) tornerà sotto quota 150 per cento. Fino a quella data, secondo il rapporto della troika, saranno necessari 252 miliardi di euro per garantire la sopravvivenza di Atene, nel migliore dei casi. Nel peggiore, altri 444 miliardi di euro, più dell’attuale valore del fondo europeo salva-Stati “European financial stability facility” (Efsf).
In altre parole, considerando l’intervento del maggio 2010, l’intero debito ellenico, 365 miliardi di euro, dovrà essere messo in sicurezza da qui al 2030. Dopo diverse settimane di attesa, la troika ha concluso la sua ultima verifica ad Atene. Nonostante le rassicurazioni del ministro delle Finanze ellenico Evangelos Venizelos, che ancora cinque giorni fa parlava di «sensazioni positive riguardo alla troika», il rapporto finale lascia senza fiato. Semplicemente, niente va come dovrebbe andare. Il debito pubblico, attualmente al 160% del Pil, toccherà quota 186% nel 2013 e solo nel finale del 2020 scenderà sotto il 152%, soglia considerata cruciale per il rientro di Atene sui mercati internazionali. Ancora, solo nel 2030 il rapporto debito/Pil sarà sotto il 130 per cento. Chiaramente insostenibile, sebbene lo stesso Venizelos abbia più volte rimarcato che «il Paese è su una buona strada».
C’è poi il capitolo privatizzazioni. Sui circa 46 miliardi di euro che dovevano essere raccolti da luglio a oggi, solo 10 sono entrati nelle casse del Tesoro di Atene. E pensare che inizialmente il programma del 21 luglio, completamente smontato dalla troika, aveva previsto ricavi per 66 miliardi di euro (50 miliardi di asset governativi più 16 miliardi di asset derivanti dalle ricapitalizzazioni bancarie). Niente di tutto questo è stato rispettato, finora, né riuscirà a essere raggiunto, spiega la troika, senza un programma di consolidamento fiscale più duro che mai.
Infine, la ristrutturazione del debito. L’accordo del Consiglio europeo del 21 luglio scorso prevedeva un haircut, cioè un taglio al valore nominale dei bond detenuti in portafoglio, del 21 per cento. L’accordo, sottoscritto dall’”Institute of international finance” (Iif), la lobby bancaria internazionale, fin da subito è apparso troppo blando per ristorare il debito greco. Dei 365 miliardi di euro di stock complessivo, solo 135 erano impegnati nel rollover, cioè il concambio peggiorativo, con un impegno da parte delle banche creditrici di circa 37 miliardi. Troppo poco.
La troika propone due soluzioni: o un taglio del 50%, capace di riportare il debito sotto quota 120% nel finale del 2020, o un haircut del 60%, che porterebbe il debito sotto il 110% nel 2020. In entrambi i casi, ci sarebbero dei costi per la comunità internazionale. Tralasciando quelli sociali e quelli creditizi a carico delle banche esposte sulla Grecia, per Atene il supporto finanziario dovrebbe essere di 113,5 miliardi di euro per il ventennio 2011-2030 nel caso di un haircut del 50% e di 109,3 miliardi in caso di taglio del 60 per cento. Qualsiasi scelta si prenda nel prossimo vertice europeo, ci sono due certezze: la Grecia è fallita e il suo default non sarà indolore.
fonte: No Censura

venerdì 21 ottobre 2011

Premio Nobel per la Pace alla bomba atomica?

La morte violenta di Mu’ammar Gheddafi ha subito richiamato alla mente quella di Saddam Hussein, solo di pochi anni precedente. Malgrado certe differenze palesi (Hussein non fu assassinato da una manica di balordi armati di telefonini, ma giustiziato dopo un più o meno regolare processo), le analogie sono evidenti, tanto che il parallelo è stato subito fatto proprio dalla stampa. Un paio di similitudini si sono però perse nel discorso “mainstream”.

Entrambi i “Rais” sono passati, se non proprio per una “luna di miele”, quanto meno per una fase di serena e pacifica convivenza col Patto Atlantico. Saddam Hussein negli anni ’80 conduceva una lunga e sanguinosissima guerra contro l’Iràn rivoluzionario, forte dell’appoggio esplicito della NATO. Certo non sapeva che, mentre i paesi della NATO lo rifornivano delle armi necessarie a combattere gl’Iraniani, gli USA – tramite insospettabili triangolazioni con Israele e il Nicaragua – garantivano un trattamento non dissimile, anche se celato nell’ombra, a Tehran. Ma in quel frangente Hussein accoglieva sorridente e fiducioso gli stravaganti doni (inclusi degli speroni d’oro) che gli portava dagli USA l’inviato speciale di Reagan in Medio Oriente. Costui si chiamava Donald Rumsfeld; vent’anni più tardi avrebbe guidato, come segretario alla Difesa, l’invasione dell’Iràq e la deposizione del presidente Hussein.

Gheddafi, dal canto suo, dopo una lunga carriera da rivoluzionario anti-imperialista, ha intrapreso la strada della normalizzazione dei rapporti con gli USA e l’Europa negli anni ’90, quando il crollo dell’URSS e l’inizio della fase unipolare d’egemonia statunitense lasciavano pochi spazi di manovra (persino ai condottieri fantasiosi e imprevedibili come lui). Mandava il suo figlio e delfino Saif al-Islam a studiare a Vienna e poi alla London School of Economics, esperienze da cui rientrava come fautore delle riforme neoliberali nella socialista Jamahiriya libica. Mu’ammar Gheddafi accettava la responsabilità dell’attentato di Lockerbie e l’esborso dei conseguenti indennizzi. Ma soprattutto, stringeva rapporti politico-economici sempre più vincolanti con paesi della NATO, come la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna. Ma non solo. Malgrado mantenesse la sua verve polemica verso gli USA, denunciandone il comportamento in Iràq ed impegnandosi, tramite il progetto dell’Unione Africana, a respingerne il neocolonialismo nel continente nero, faceva proprio degli Stati Uniti d’America il principale beneficiario degl’investimenti esteri di capitali libici.

In nome della normalizzazione dei rapporti con la NATO, sia Hussein sia Gheddafi accettarono di smobilitare una parte del proprio apparato bellico, in particolare quello più temibile – ossia le armi chimiche e batteriologiche. Saddam Hussein si disarmò, sotto l’attento controllo degl’ispettori dell’ONU, dopo la dura sconfitta patita ad opera degli USA nel 1991. Ma quando Washington fu sicura che l’Iràq non possedesse più armi per difendersi, l’aggredì – agitando, con involontaria ironia, proprio lo spettro delle “armi di distruzione di massa” che in realtà il paese vicinorientale aveva distrutto su loro richiesta – e depose Hussein, poi catturato e giustiziato dal nuovo regime locale. Nel 2003 anche Gheddafi, timoroso di diventare prossimo obiettivo della crociata neoconservatrice per la “democratizzazione” del “Grande Medio Oriente”, annunciò l’annullamento del suo programma nucleare e la distruzione di tutte le armi chimiche e batteriologiche, nonché dei missili balistici a lungo raggio. È cronaca recente ancor più che storia la sorte toccata a Gheddafi, per mano della NATO stessa, solo pochi anni dopo le sue concessioni.



Abbiamo dunque veduto come il tentativo di distendere i rapporti con la NATO non abbia portato fortuna a Iràq e Libia. Gli USA, capialleanza della NATO, perseguono una strategia egemonica che non contempla rapporti normali ed alla pari con paesi del “Terzo Mondo”. O meglio, considera rapporti “normali” con questi paesi la loro pura e semplice sudditanza.

Inoltre, le aggressioni atlantiste ai due paesi arabi, conseguenti a parziali smilitarizzazioni da parte dei loro dirigenti, ci mettono di fronte ad un’altra realtà. Malgrado tutte le teorie idealistiche e post-moderne delle relazioni internazionali forgiate e proposte nel periodo post-Guerra Fredda, il fattore militare ricopre ancora un ruolo di primo piano. È senz’altro vero che oggi vi sono strumenti di guerra diversi da quello militare, come argomentato da Liang e Xiangsui, ma ciò non lo cancella. La politica internazionale è ancora un agone di competizione non pacifica. Dato che in questi giorni i commentatori italiani sembrano in preda ad un attacco di “latinismo acuto”, adeguiamoci alla moda del momento ed affermiamo che la politica mondiale è una bellum omnium contra omnes (guerra di tutti contro tutti) in cui homo homini lupus (l’uomo è il lupo dell’uomo).

Cerchiamo la controprova per corrobare quanto appena asserito, e la troviamo in Corea del Nord. La Repubblica Democratica Popolare non ha cercato di normalizzare i rapporti con gli USA, nemmeno durante il periodo unipolare. Ha coscientemente optato per l’isolamento, con tutte le conseguenze negative del caso sul piano commerciale, economico e non solo. Ma nel contempo, lungi dallo smilitarizzare sperando così d’evitare un’aggressione esterna, si è invece armata fino ai denti. Si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra), dicevano i nostri antenati. Ancora latino. Gli antichi nella loro austera saggezza avevano già capito e descritto tutto.

Ma torniamo al presente, torniamo a Pyongyang. I Nordcoreani, nel loro assillo di tutelarsi con le armi dalle minacce esterne, non si sono fermati di fronte a nulla e sono arrivati fino al deterrente supremo offerto dalla nostra epoca: la bomba nucleare. Di fronte al pericolo di vedersi polverizzare le proprie nutrite guarnigioni in Corea del Sud e in Giappone con pochi e ben assestati colpi nucleari, gli USA si sono guardati bene dal mettere in atto con Pyongyang le maniere forti usate contro Baghdad e Tripoli. Si può ben dire che nella penisola coreana le armi hanno mantenuto la pace; quella stessa pace che il disarmo ha minato nel Vicino Oriente e in Nordafrica, portandovi guerre luttuose i cui morti si contano in centinaia di migliaia (forse milioni) in Iràq, in decine di migliaia (ma la cifra aumenterà) in Libia.

Alla luce di quanto detto finora, non sarebbe logico e giustificato attribuire il prossimo Premio Nobel per la Pace non a Internet, come vorrebbero taluni, ma alla bomba atomica? Un premio per la pace all’arma più letale di tutte può essere percepita come una provocazione illogica, ma dopo il conferimento del medesimo riconoscimento a Barack Obama ogni candidatura diventa più difendibile. Nel peggiore dei casi si potrà argomentare che fallacia alia aliam trudit (un inganno tira l’altro). I latini avevano davvero previsto tutto.


* Daniele Scalea è segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e redattore di “Eurasia”. È autore de La sfida totale (Fuoco 2010) e co-autore (con Pietro Longo) di Capire le rivolte arabe (IsAG-Avatar 2011).

Fonte: Eurasia Rivista

Testamento politico di Muammar Gheddafi, Guida della Rivoluzione della Grande Jamahiriya Araba Libica Popolare Socialista

In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso;
Per 40 anni, o magari di più, non ricordo, ho fatto tutto il possibile per dare alla gente case, ospedali, scuole e quando aveva fame, gli ho dato da mangiare convertendo anche il deserto di Bengasi in terra coltivata.
Ho resistito agli attacchi di quel cowboy di nome Reagan anche quando uccise mia figlia, orfana adottata, mentre in realtà, tolse la vita a quella povera ragazza innocente cercando di uccidere me.
Successivamente aiutai i miei fratelli e le mie sorelle d’Africa soccorrendo economicamente l'Unione africana, ho fatto tutto quello che potevo per aiutare la gente a capire il concetto di vera democrazia in cui i comitati popolari guidavano il nostro paese; ma non era mai abbastanza, qualcuno me lo disse, tra loro persino alcuni che possedevano case con dieci camere, nuovi vestiti e mobili, non erano mai soddisfatti, così egoisti che volevano di più, dicendo agli statunitensi e ad altri visitatori, che avevano bisogno di "democrazia" e "libertà", senza rendersi conto che era un sistema crudele, dove il cane più grande mangia gli altri.

Ma quelle parole piacevano e non si resero mai conto che negli Stati Uniti non c’erano medicine gratuite, né ospedali gratuiti, nessun alloggio gratuito, senza l’istruzione gratuita o pasti gratuiti, tranne quando le persone devono chiedere l'elemosina formando lunghe file per ottenere un zuppa; no, non era importante quello che facevo, per alcuni non era mai abbastanza.

Altri invece, sapevano che ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l'unico vero leader arabo e musulmano che abbiamo avuto dai tempi di Saladino, che rivendicò il Canale di Suez per il suo popolo come io rivendicai la Libia per il mio; sono stati i suoi passi quelli che ho provato a seguire per mantenere il mio popolo libero dalla dominazione coloniale, dai ladri che volevano derubarci.

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato "capitalismo", ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.
Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l'Occidente e le sue ambizioni coloniali e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all'Islam, presi poco per me ....

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato "pazzo", "demente": conoscono la verità, ma continuano a mentire; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato, chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

Colonnello Muammar Gheddafi, 5 aprile 2011

giovedì 20 ottobre 2011

Jamahiriya; 42 anni da Leoni

Mentre la “volpe del deserto” Rommel copriva la ritirata italiana nel deserto africano della Cirenaica, mentre il governo riuniva le province di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, il 7 giugno 1942, nasceva a Sirte Muhammar Gheddafi da una famiglia di nomadi analfabeti.
Quest'oggi a 69 anni, il corpo martoriato del Colonnello viene immortalato dalle tv di tutto il mondo come un trofeo di guerra.
C'è ancora chi sostiene che non sia lui ma c'è ben poco da spulciare e molto spesso ci si deve rassegnare all'idea che il complottismo non è l'unica soluzione.
 
Quest'oggi sono io, per una volta me lo concederete, ad essere fortemente indignato.
Trovo incredibile che si possa fare scempio di un cadavere, di chicchessia e non uno in particolare, soprattutto quello di un uomo che alla fine dei conti, ha avuto soltanto la colpa di troppo aver fatto per il proprio paese. Si, certo. Gheddafi non è un despota, ne un tiranno e neanche un dittatore. Ai suoi comizi centinaia di migliaia di persone urlano il suo nome, brandiscono le bandiere verdi, del colore della speranza; la speranza che la Jamahiriya, ovvero la Repubblica Socialista Popolare continui a funzionare. Certo per come potrebbe funzionare nel territorio Libico ma ad ognuno la sua croce.

Andiamo per ordine: il 1° settembre 1969, accusato di servilismi nei confronti del Colonialismo made in USA, re Idris I viene deposto ed insieme ai Liberi Ufficiali Unionisti, l'autopromosso colonnello Gheddafi proclama la “sua” repubblica.

Si, perchè in quanto la Libia non presenti particolari condizioni per poter essere definito uno stato democratico (es. abolizione delle elezioni e del multipartitismo) la Repubblica Socialista Popolare, o Jamahiryia la quale etimologia sta proprio a significare “delle masse” viene riconosciuta immediatamente da Egitto, Iraq, Sudan; Siria; Gran Bretagna, Italia, Francia e non per ultima l'URSS (Unione Sovietica).
A 27 anni, il colonnello Gheddafi era il capo di stato più giovane del mondo.

Grazie ai petroldollari, il nuovo governo rivoluzionario procedette alle prime riforme: i salari minimi vennero raddoppiati e gli emolumenti (stipendi e vitalizi) dei ministri dimezzati, per dimostrare come la ristrutturazione radicale della società libica dovesse comprendere soprattutto le alte sfere. Venne promossa la partecipazione dei lavoratori nelle imprese, vennero creati ospedali ed ambulatori rurali, per eliminare alcune epidemie facilmente curabili. Le parole d'ordine furono censura di tutto quello che fosse estraneo alla morale islamica ed all'austerità. Lo stesso Gheddafi rifiutò qualsiasi concessione al lusso e continuò ad abitare in una caserma di Tripoli.
Praticamente lo stereotipo di “stato perfetto” aveva preso forma grazie a questo individuo neanche trentenne; ognuno con i suoi diritti e con i suoi doveri senza ne più ne meno di quello di cui si avesse bisogno.
Non sono qui a fare una lezione di storia, sto cercando di far capire a chi legge (mi auguro il maggior numero di persone possibile) che il “dittatore cattivo” si è battuto per 42 anni in favore dell'indipendenza e dell'unione degli stati dell'Africa e che quest'oggi io non proclamo eroe, ma martire.
Si martire, perchè il colonialismo americano l'ha fatta ancora da padrone. Prima il Vietnam, poi la guerra fredda, poi l'Iraq, poi l'Afghanistan e ora la Libia. 
 
Bombardamenti congiunti ed incessanti da parte dell'aviazione NATO, italiana, francese, inglese ed americana; operazioni di terra sotto copertura, “ribelli” con mimetiche Desert dei marines. Capite che in tutto questo c'è qualcosa di profondamente sbagliato? Capite che a febbraio a causa del sovrappopolamento delle carceri, migliaia di detenuti sono stati liberati ma da chi?
Le condizioni nelle carceri del Rahis non erano delle migliori, e lo sappiamo; ma quale modo migliore per scatenare una guerra, del consegnare una città in mano a dei detenuti frustrati da anni e anni di angherie subite da parte dei loro aguzzini?

Tutto partì quando il 19 agosto 1981, dalla portaerei americana Nimitz, due F-14 Tomcat abbatterono due Suchoy 22 di fabbricazione sovietica ma di proprietà dell'esercito libico.
Le accuse di Gheddafi nei confronti del presidente Regan che già doveva pensare a raccogliere i cocci della pesante sconfitta subita in Vietnam da parte di Charlie (così i marines chiamavano i vietcong), furono pesanti: “sceriffo assetato di distruzione” lo chiamò il colonnello.
Prontissimo il Newsweek lo etichettò come “l'uomo più pericoloso del mondo”. 

Gheddafi con paziente diplomazia riesce ad ottenere per il suo popolo servizi gratuiti ed eccellenti come servizi di istruzione superiore ed universitaria gratuiti, servizio sanitario gratuito, guadagno sull'importazione di autoveicoli e sulla vendita a prezzo di costo, servizi primari gratuiti, assistenza alle famiglie impossibilitate ad avere un reddito, assegno sociale aggregato alla pensione, agevolazioni sugli immobili dopo il matrimonio, assegni di disoccupazione anche senza primo impiego, aumento dei salari e abbassamento del costo della vita.
Parità dei sessi delle donne, anche nelle politiche territoriali (prima nazione in Africa a godere di questo privilegio).

Ma tutto questo per dire cosa? Che “Gheddafi è un dittatore” oppure “io sul cadavere ci avrei anche sputato” o meglio ancora “spero che non ti seppelliscano da nessuna parte ma che ti lascino marcire in un angolo di mondo”. Queste sono le cose che si leggono sul web. Indignazione formato famiglia venduta da parte dei media.
Io ho cercato di informarti sulla vita di quello che personalmente ho considerato e considero oggi più che mai un grande uomo, un grandissimo statista ed un formidabile partigiano.
Si, proprio così, un partigiano! Perchè ci vuole fegato a non scappare e a darsi in pasto alla folla per difendere il proprio POPOLO. 

Si, perchè la Libia non odia Gheddafi; ai suoi comizi centinaia di migliaia di persone riempiono le città ma nessuno le obbliga e tutti concordano sempre e comunque con le sue idee e non perchè lui adotta il metodo fascista dell' “o fai come dico o peggio per te” no, non è così.
Pensiamo alla sensibilizzazione del popolo libico nei confronti di Yasser Arafat e sulla questione palestinese, o meglio ancora la battaglia congiunta alla lotta contro l'Apartheid con Madiba Nelson Mandela. L'addestramento in terra Libica degli eserciti beduini che volevano imparare a difendere le proprie terre, le battaglie contro le invasioni interne.

Nell'arco di 42 anni, il “Leone di Tripoli” ha combattuto per il suo popolo e per la libertà del popolo africano. Persi tutti i figli, la famiglia, città dopo città piovevano le bombe MADE IN USA ma lui non ha mai perso la speranza. Nel suo ultimo messaggio recitava “le vostre bombe ci fanno ridere!” e quest'oggi la sua carne è stata dilaniata dalla violenza di una folla piena di false promesse, piena di sogni di gloria ed impaziente di spartirsi questi 20 milioni di dollari della taglia che il premio Nobel per la pace Barack Obama ha messo qualche tempo fa sulla sua testa.

Che ne potrà essere ora del popolo libico? Che ne sarà ora di un popolo in mano agli schiavisti europei ed agli sfruttatori colonialisti americani? Che ne sarà della Jamahiryia?
I governi oggi rendono pubbliche le foto, i video vengono trasmessi in continuazione, come se volessero farci intendere che loro possono uccidere ogni speranza che alberga nel nostro essere.
Beh... si sbagliano. E quando il petrolio sarà finito? Si passerà allo stato confinante e viceversa. Tutto troppo semplice, sistematico, quasi logico se così lo si vuol definire.
Con un pensiero vorrei concludere questo piccolo resoconto della vita di una persona che per molti è stato un orribile e sanguinario dittatore solo ed esclusivamente perchè mai ne hanno seguito una battaglia.
Pensate a casa vostra. Piccolo giardino, il cane corre felice, i bambini giocano, intimità, felicità. Qualche soldino da parte messo via con tanti sacrifici ma un giorno qualcuno decide che tutto questo deve cambiare.

La vostra casa viene bombardata incessantemente per 7 mesi, giorno e notte ad intervalli irregolari, così non puoi farci l'abitudine. La tua famiglia uccisa, la tua casa, il tuo quartiere, la tua esistenza praticamente spazzata via nel tempo di un attimo.
Cosa c'entravi tu in tutto questo? E tuo figlio/a? E il motivo? Cercano lui è vero. Ma lui è come te. Perde un pezzo del suo popolo sotto ogni bomba come tu perdi un pezzo della tua famiglia. Hai paura ma non puoi reagire perchè da ogni parte piovono bombe. Ecco, queste bombe servono a farti diventare schiavo. Ogni bomba è marchiata con il nome di una ragazza tipicamente americana che tu hai visto solo in televisione o al cinema. Ma tu loro non li vuoi! Tu vuoi la tua donna che non avrai più e allora decidi di fare il ribelle. Ma scopri che questi ribelli parlano una lingua diversa dalla tua e hanno usi e costumi diversi. Somali, siriani, egiziani.

Gente che è stata rinchiusa nelle carceri e a cui di te non importa niente. L'unica via rimane stare con chi di te si è sempre preoccupato, con chi ha combattuto per il suo popolo ed ha sofferto per la perdita di tanti figli, proprio come te.

Ha combattuto ed è caduto con onore, tolto lo scempio del suo corpo, non è scappato di fronte al nemico, proprio come avresti fatto tu.
Il suo corpo verrà seppellito in una località segreta nella città di Misurata, noi non sapremo mai dove ne se sarà sepolto ma mi sento in dovere di rendergli omaggio con questa frase:

Le dittature non sono un problema se fanno il bene della gente.

Muhammar Gheddafi (Sirte 7 luglio 1942 – Sirte 20 ottobre 2011)

Tommy Primo Baffo
Resp. Anti Sistema dei Giovani Comunisti Torino 2.0