Articolo pubblicato per il "Giornale internazione" realizzato dal "Mouvement jeunes communistes", il corrispondente francese dei Giovani Comunisti
"Stiamo assistendo al grande successo dell'Euro e qual è la manifestazione più concreta del grande successo dell'euro? La Grecia" (Mario Monti)
In Italia è in corso un colpo di stato monetario.
Oggi più che mai, questa dichiarazione di qualche mese fa del premier del Governo italiano, Mario Monti, mostra cinicamente la crudeltà del capitalismo, della politica dell'Unione Europea e del nuovo governo italiano impostoci dai mercati internazionali.
Non è la prima volta che la politica italiana è guidata da uomini allineati e collusi con il sistema e i mercati mondiali, in breve vado ad elencare alcuni rapporti tra la politica italiana e la Goldman Sachs, una delle più grandi e affermate banche d'affari del mondo.
Romano Prodi, da consulente Goldman Sachs a Presidente del Consiglio in Italia
Mario Draghi, da Vicepresidente Goldman Sachs a Governatore della Banca d'Italia e BCE
Mario Monti, dalla Commissione Europea sulla concorrenza alla Goldman Sachs; nominato poi Senatore a vita dal Presidente della Repubblica G. Napolitano
Massimo Tononi, dalla Goldman Sachs di Londra a sottosegretario all'Economia nel governo Prodi del 2006
Gianni Letta, membro dell'Advisory Board di Goldman Sachs è nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Berlusconi 2008
Nei mesi scorsi il quotidiano economico "Milano Finanza" ha riportato che, Goldman Sachs è stato l'artefice principale della speculazione che ha portato all'aumento vertiginoso dello spread tra i Bund tedeschi ed i Btp italiani (2). L'8 novembre 2011, alla notizia delle imminenti dimissioni di Berlusconi, Goldman Sachs ha emesso un comunicato in cui ha affermato che le elezioni avrebbero rappresentato "lo scenario peggiore per i mercati". La Goldman Sachs, nel 2010, è stata anche incriminata dalla SEC per frode e truffa ai danni dei propri clienti. (1)
La Goldman Sachs e i mercati hanno creato le condizioni per sovvertire la sovranità dell'Italia. Uomini dell'alta finanza, in nome dei mercati, hanno deciso che in Italia, come in Grecia, non erano necessarie le elezioni, la sovranità popolare delle nazioni risulta essere assente.
La BCE sta ricoprendo un ruolo da co-cospiratore nell'organizzare colpi di stato silenziosi, dove governi eletti sono stati sostituiti con dei governi composti da banchieri e tecnici. La Banca Centrale Europea, indipendente da qualsiasi controllo democratico, da qualsiasi responsabilità nei confronti della gente comune, è uno strumento al servizio degli interessi della classe dei capitalisti e dei ricchi dei paesi dominanti dell'Unione Europea di cui gioca il ruolo di truppa d'assalto in questa crisi. Noi italiani e greci in questo momento siamo vittime di questo colpo di stato monetario.
Il governo Monti è espressione diretta del grande capitale italiano e internazionale. Per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana, i mercati hanno commissariato il nostro paese, sintomo della violenza dell'UE e della crisi della classe politica italiana, che risulta incapace e servile.
Negli ultimi vent'anni della nostra storia abbiamo subito le politiche liberali e populiste che hanno contratto il mercato del lavoro e i nostri salari, introducendo e pian piano aumentando, flessibilità, precarietà e cancellazione dei diritti che hanno impoverito il popolo ed aumentato i profitti della classe padronale. Berlusconi, ma anche il centrosinistra di Prodi, hanno compiaciuto i mercati con le loro politiche, ma ora risultano meno credibili ed efficaci, per questo ora i mercati preferiscono gestire in prima persona il futuro dell'Italia. Senza alcun mandato democratico, oggi, dopo questo colpo di stato, l'Italia ha il governo nettamente più venduto all'ideologia neoliberale.
L'arrivo di Monti ha illuso parte della sinistra, ma non i comunisti, che in Italia, per una volta, hanno mostrato lucidità e si sono subito schierati all'opposizione di questo nuovo governo imposto dalla Banca Centrale Europea, per far eseguire i 39 punti dettati dalla lettera di Draghi-Trichet.
Siamo passati da un governo di destra, Berlusconi, ad un altro governo di destra, Monti. Quest'ultimo non eletto dal popolo sovrano. Siamo in ostaggio, come la Grecia, della troika (Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale), una nazione ostaggio dei poteri finanziari mondiali che risultano incapaci di risollevare l'Italia.
L'Italia è in recessione, il tasso di disoccupazione giovanile ha superato il 30%. E' un dato in sensibile aumento che sprigiona la disillusione verso questa società. I salari restano bassi e la precarietà sta distruggendo il futuro della nostra nazione. La conseguenza è la disperazione di un intero popolo che non di rado porta al suicidio. I suicidi in Italia, compiuti da persone espulse dal mercato del lavoro, sono aumentati del 37,3%.
Per i giovani entrare nel mercato del lavoro è un' impresa ardua, contratti precari per stipendi da fame. La disperazione greca è vicina e il popolo fatica a sopravvivere, fatica persino a mangiare. Calano i consumi ed aumentano i furti nei supermercati Che registrano quest'anno una crescita record del quasi 8%, che supera il valore di 3 miliardi, il piu’ elevato da sempre.
Gli stipendi italiani sono fermi da 10 anni e la manovra del governo Monti ha una similitudine con la ricetta greca. I nostri salari sono inferiori di mille euro circa rispetto alla media Ocse, e di circa 4000 rispetto alla media Ue a 15 (3). E con gli stipendi, si riducono anche le prospettive di futuro. Aggiungiamo una disoccupazione giovanile al 30% e una precarietà dilagante e abbiamo un mix micidiale.
Riducendo salari, pensioni, servizi sociali e la quantità di denaro a disposizione delle famiglie, la recessione è inevitabile e porterà la perdita ulteriore di migliaia di posti di lavoro.
Il nuovo governo sta attuando una lotta di classe, della borghesia contro il proletariato, di una violenza inaudita, stanno annientando i nostri diritti conquistati con anni di lotte, proprio in questi giorni stanno regolamentando il diritto di licenziamento senza giusta causa e il posto fisso viene definito "monotono" dal nostro Premier. Il tentativo, neanche tanto velato, è quello di provocare una guerra generazionale, con i figli contro i padri.
Ci ritroviamo un governo arrogante, che chiede sacrifici alle fasce più deboli della popolazione, che tifa per la libertà di licenziamento e invoca il precariato a vita. Per risolvere la crisi della banche hanno ulteriormente aumentano le tasse, tagliato gli investimenti, cancellato i diritti ed aumentato l'età pensionaible. La manovra del governo Monti è una stangata in totale continuità con le politiche di Berlusconi. Graverà sulla media delle famiglie per 635 euro. Sommato alle manovre di Berlusconi di luglio e agosto, l’impatto su ogni famiglia raggiungerà nel quadriennio 2011-2014, i 6.400 euro. Un governo che ha un solo programma: tagliare miliardi ai servizi sociali, alle politiche sul lavoro. Tagli a regioni e province, che si trasformano in tasse comunali più alte, riduzione dei servizi e licenziamenti continui. Un aumento considerevole del costo della vita che sta piegando, ancor di più, il paese.
La Grecia si sta avvicinando, la Grecia è vicina. L'Italia, come tutti i paesi del PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) rischia il default, spinta dall'UE che svende la sovranità per spingere i nostri stati sovrani in balia dei mercati internazionali, obbligandoci ad aumentare privatizzazioni e liberalizzazioni, anche delle aziende di interesse strategico. Un governo lacrime e sangue che non si preoccupa di assicurare un reddito sociale, una prospettiva ed una pensione per sopravvivere dopo decenni di duro e sottopagato lavoro. I lavoratori precari e i giovani sono mandati al macello, condannati alla miseria e all'elemosina familiare per sopravvivere.
In definitiva, questo governo colpisce sempre gli stessi e salvaguarda sempre gli stessi. Colpisce le lavoratrici e i lavoratori, i pensionati, i giovani. Salvaguarda i grandi patrimoni, i grandi speculatori, i grandi evasori. Rifondazione Comunista ha fatto una grande battaglia nei territori per chiedere una grande patrimoniale per tassare maggiormente i più ricchi d'Italia, ma per il governo è più facile tassare le fasce meno tutelate che i ricchi e le lobby e tutto questo sta contribuendo a mantenere paralizzato il paese, che nell'ultimo trimeste è risultato nuovamente in recessione.
Abbiamo chiesto fortemente la riduzione delle spese militari, ma questo governo ha preferito spendere quasi 20miliardi di euro per l'acquisto di 133 cacciabombardieri.
E' chiaramente un governo di destra, europeista, imperialista e liberale, anticostituzionale e nemico della democrazia. Stiamo invocando gli scioperi generali, ma i principali sindacati italiani sono complici di questa attuale situazione.
Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di crisi, di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti della sovranità nazionale ad un livello comunitario (M.Monti)
La crisi è di sistema e per questo si deve costruire una vera alternativa con prospettiva socialista. Come già in Grecia, l'UE vorrebbe far pagar il debito (illegale) a delle economie in recessione, causando di fatto un aggravamento dell'attuale situazione sociale. L'opposizione comunista tenterà di costruire un alternativa economica, sociale e politica al programma della Bce e del capitalismo internazionale. Sarà dura, ma si riparte dal no a questo governo Monti.
Contro la dittatura dei mercati finanziari che sta distruggendo democrazia e stato sociale, ci vorranno delle rivolte nazionali che riporterànno la sovranità e la giustizia sociale nelle nostre amate patrie.
Andrea 'Perno' Salutari
Fonte: Patria del ribelle
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mercoledì 22 febbraio 2012
Monti e il colpo di stato monetario
lunedì 5 dicembre 2011
LACRIME E SANGUE....MA SOLO PER I LAVORATORI E PENSIONATI
Pensioni: intervento sbagliato. Non si adeguano all’inflazione per due anni (salvo quelle sotto 960 euro). Un salasso recessivo e iniquo. La quota 40 salta gli uomini vanno a 42 anni le donne a 41.Evasione fiscale: intervento debolissimo. La riduzione della soglia della tracciabilità a 1000 euro è uno specchietto per le allodole. Mancano del tutto interventi strutturali per combattere l’evasione, per esempio la reintroduzione dell’elenco clienti/fornitori. Sorprende il mantenimento in circolazione delle banconote da € 500, che facilitano purtroppo il pagamento delle tangenti, la movimentazione della droga e il trasferimento dei capitali in Svizzera.
Aumento Iva: intervento recessivo che colpisce le fasce deboli e non viene compensato da misure di sostegno del reddito.
Interventi per la crescita: deboli e frammentati. La riduzione dell’Irap per esempio è destinata a finire in gran parte nelle tasche degli imprenditori (tra cui purtroppo tanti evasori) e non per migliorare la competitività delle aziende esportatrici.
In sintesi:
1. È una manovra fortemente recessiva che rischia di innescare un circolo vizioso di “avvitamento recessivo” che ha distrutto la Grecia.
2. È una manovra fortemente iniqua. Un pensionato che percepisce 1000 euro al mese con una casa di proprietà perderà in due anni più di 10% del suo potere d’acquisto. Un imprenditore che evade, invece, potrebbe addirittura guadagnare con la riduzione dell’Irap.
All’Italia serve una manovra forte di ristrutturazione della spesa e di rilancio, ma non questa!
Nelle prossime settimane arriverà la mazzata sul mondo del lavoro, per cui molto facilmente libertà di licenziamento ed altre facilitazioni per gli imprenditori.
Una finanziaria targata BCE che serve a rastrellare soldi dai soliti , colpisce i ceti medio bassi i lavoratori dipendenti.
Impedire con ogni mezzo che il governo Monti si consolidi!
Sostenere ogni forma di opposizione e di lotta contro il governo Monti!
Boicottare tutti i partiti politici che voteranno oppure si asterranno a questa finanziaria.
Buonavita Francesco
giovedì 17 novembre 2011
Dieci domande al Mario Monti
1) Senatore Monti, il 2 gennaio scorso in un editoriale sul Corriere della Sera lei ha parlato dell'"illusionismo marxista" criticando "la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica", plaudendo alle "due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne" e affermando che "grazie alla loro determinazione, verrà un po' ridotto l'handicap dell'Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili". Pragmaticamente, lei pensa che l'abbandono del massimalismo ideologico in favore di un sano realismo debba applicarsi anche a chi teorizza l'autoregolazione del mercato, l'assenza di regole e di stato come motore dello sviluppo, i sostegni statali alle banche come puntelli dell'economia e altre teorie economiche neoliberiste che non hanno finora trovato riscontro nella realta' dei fatti?2) Sempre per le affermazioni di cui al punto 1, non crede che le sue dichiarazioni di obsolescenza dello statuto dei lavoratori e del sistema di diritti precedente agli accordi FIAT di Pomigliano sia una visione squisitamente politica e a suo modo "schierata", ben lontana dall'immagine di "tecnico super partes" che le e' stata attribuita dagli organi di informazione?
3) Senatore Monti, a quanto risulta lei continua a ricoprire il ruolo di membro del "Research Advisory Council" del "Goldman Sachs Global Market Institute". Proprio la Goldman Sachs, secondo i dati diffusi da Milano Finanza, avrebbe innescato "l'ondata di vendite di Btp italiani, poi seguita dagli hedge fund e dalle altre banche d'oltreoceano". Non pensa che i rapporti pregressi con questa banca d'affari, descritta dalla stampa specializzata come protagonista delle speculazioni sui titoli di stato italiani, possano legittimare le ipotesi di un conflitto di interessi tra il suo ruolo di consulente al servizio di una banca privata e il ruolo di garante della tenuta economica nazionale che un Presidente del consiglio e' chiamato a ricoprire nell'interesse di tutti i cittadini?
4) Senatore Monti, la Costituzione Italiana, al secondo comma dell'articolo 59, prevede che "il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario". E' noto a tutti il suo ricco curriculum nei settori dell'economia, della finanza e della politica europea. Non sono noti tuttavia i suoi successi in campo sociale, artistico e letterario, e la sua attivita' scientifica sembra limitata allo sviluppo del modello di Klein-Monti, che secondo quanto riportato da Wikipedia "descrive il comportamento di una banca in regime di monopolio, risultato degli studi paralleli di Monti e del premio Nobel Lawrence Klein". Lei crede che questi studi, comparabili a molti altri lavori realizzati da ricercatori ed economisti italiani, siano stati gli "altissimi meriti nel campo scientifico" che le hanno valso l'ingresso nel Senato della Repubblica? Oppure le cause fondanti della sua nomina sono legate a circostanze diverse dai suoi meriti scientifici, e alla necessita' di imboccare una "scorciatoia" forzando l'istituto costituzionale dei senatori a vita per mettere al governo in tempi rapidi e senza passare dalla "formalita'" delle elezioni una persona percepita come affidabile dagli operatori dei mercati finanziari? In questa seconda ipotesi, quali sono secondo lei le condizioni che possono legittimare agli occhi di una opinione pubblica sempre piu' distante dalla classe politica un governo guidato da un senatore di fresca nomina che non ha mai ricevuto neppure un voto dai cittadini italiani?
5) Senatore Monti, il 26 settembre scorso davanti alle telecamere de "La7", lei ha dichiarato che "stiamo assistendo, e non e' un paradosso, al grande successo dell'euro, e la manifestazione piu' concreta del grande successo dell'Euro e' la Grecia". Alla luce dei successivi sviluppi della situazione politica ed economica in Grecia, delle conseguenti tensioni sociali e della recente crisi di governo, lei conferma l'opinione espressa in quella circostanza oppure ci sono delle nuove considerazioni da fare per valutare le conseguenze della perdita di sovranita' monetaria dei paesi dell'area euro in tutti i loro aspetti?
6) Senatore Monti, lei e' stato il primo presidente del Bruegel, un prestigioso "think tank" economico basato a Bruxelles, oltre ad essere membro della "Commissione Trilaterale" fondata dal magnate David Rockefeller. Cosa risponde ai critici che in virtu' della sua appartenenza a questi gruppi vedono in lei un "alfiere del neoliberismo", temendo che anche in Italia la BCE e il Fondo Monetario Internazionale si appoggino a lei per introdurre politiche spinte di deregulation fatte di privatizzazioni dei servizi pubblici, smantellamento dello stato sociale, compressione dei diritti in nome della competitivita', aumento delle disuguaglianze tra classi sociali, allargamento della forbice tra ricchi e poveri (l'ISTAT segnala gia' un 10% di italiani sotto la soglia di poverta' relativa), e altre iniziative redditizie per i mercati ma dalle conseguenze potenzialmente devastanti per i cittadini, che con il nome di "aggiustamenti strutturali" hanno gia' danneggiato le economie di molti paesi dell'Africa e dell'America Latina?
7) Senatore Monti, in merito alla sua esperienza come Commissario europeo per la Concorrenza, molti commentatori le riconoscono il merito di aver fatto applicare le regole europee della concorrenza perfino alla Microsoft, una delle piu' grandi e ricche aziende del mondo, capace di mettere in difficolta' perfino le piu' autorevoli istituzioni antitrust statunitensi. Le chiedo quindi quali provvedimenti ritiene opportuno adottare relativamente all'abuso di posizione dominante nel settore televisivo dell'azienda Mediaset, aggravato da ripetute e indebite ingerenze nel servizio pubblico televisivo di esponenti politici riconducibili a Mediaset (a cominciare dallo stesso Presidente del Consiglio uscente). Tali ingerenze sono ampiamente documentate con atti giudiziari e intercettazioni telefoniche che dimostrano al di la' di ogni ragionevole dubbio l'esistenza di una strategia che accomunava esponenti Rai e parlamentari dell'uscente maggioranza nell'obiettivo di depotenziare il servizio pubblico televisivo a vantaggio dei network commerciali.
8) Senatore Monti, lei e' membro della "Commissione Permanente" del gruppo Bilderberg, un club privato riservato a personalita' autorevoli, a cui le cronache attribuiscono il potere di condizionare le politiche degli stati sovrani con riunioni a porte chiuse e vietate ai giornalisti. In qualita' di privato cittadino, fino a ieri lei poteva partecipare a qualsiasi riunione privata senza essere tenuto a comunicare a chicchessia informazioni in merito alle sue attivita'. Tuttavia, in qualita' di senatore della Repubblica, le chiedo se attualmente lei non ritenga incompatibile con la trasparenza richiesta ad un capo di Governo (e in generale a tutti i rappresentanti delle istituzioni) la segretezza imposta ai partecipanti delle riunioni Bilderberg, e se in virtu' di questa incompatibilita' lei intende semplicemente cessare le sue partecipazioni a queste riunioni oppure comunicarne i contenuti ai cittadini italiani.
9) Senatore Monti, le cronache la segnalano anche come "advisor" della Coca-Cola company, un marchio globale noto in tutto il mondo. In Italia, tuttavia, abbiamo nel viterbese aziende che producono ottimo chinotto dal 1949, e pertanto vorrei chiederle quali sono le misure che intende adottare per tutelare i prodotti italiani dalla globalizzazione dei mercati, per tutelare il lavoro italiano dalla delocalizzazione delle imprese, per tutelare i lavoratori italiani dalla concorrenza sleale di paesi ed economie dove il costo del lavoro risulta piu' basso che altrove per l'indebolimento dei diritti fondamentali nel lavoro o per la mancata applicazione delle regole stabilite nelle Convenzioni dell'International Labour Organization (ILO).
10) Senatore Monti, a quanto risulta lei e' stato allievo del Premio Nobel per l'economia James Tobin, sostenitore di una tassa nota come "Tobin Tax" che ha l'obiettivo di disincentivare le manovre finanziarie puramente speculative con l'applicazione di una leva fiscale, permettendo di deviare nelle casse degli stati sovrani, e quindi ai cittadini, parte degli enormi profitti del settore finanziario. Lei e' stato piu' volte indicato come un tecnico in grado di mettere freno alle speculazioni economiche per anteporre l'interesse sociale collettivo all'interesse economico privato, e quindi le chiedo se nel suo programma di governo e' compresa l'introduzione di una tassazione simile a quella proposta dal suo ex professore James Tobin, e in caso di risposta negativa quali sono le misure che intende adottare per disincentivare le operazioni speculative sui titoli di stato italiani. Nel ringraziarla in anticipo per la sua risposta a questi interrogativi, le porgo i miei piu' cordiali saluti.
Fonte: Liberazione
venerdì 14 ottobre 2011
Assalto contro Silvio Berlusconi e la BCE
Era in errore chi immaginava che il crepuscolo di Berlusconi avrebbe avuto le caratteristiche di un opaco tramonto, di un declino che avrebbe gradualmente persuaso all’abbandono l’«uomo che volle farsi re». E aveva ragione, per converso, chi con maggiore perspicacia aveva compreso che è nella natura di ogni dittatore, di ogni egoarca, spingere il proprio delirio sino in fondo, sino a negare la realtà e a sovrapporsi ad essa. Il conto che il Paese è chiamato a pagare per ogni minuto in più della sua sopravvivenza politica non ha per Berlusconi alcuna importanza e significato. L’uomo utilizzerà ogni mezzo e fino all’ultimo istante per rimanere in sella. Brandendo ora più la minaccia che la corruzione, poiché le sue promesse paiono ormai difficili da mantenere anche agli occhi di quanti sono stati, sono e sarebbero più disposti a farsene sedurre. «Se cado si dissolve il centrodestra», egli manda a dire in queste ore a coloro che si spingono a immaginare un partito “desultanizzato”. «Senza di me nessuno di voi ha un futuro», ringhia all’indirizzo dei cortigiani e dell’esercito di commensali di cui ha riempito le sue corti e che ha in questi anni allevato, remunerato, protetto in cambio della più cieca fedeltà. Ed è questa - a ben vedere - la sentenza più inesorabile, senza appello che sia possibile pronunciare sulla consorteria che il caudillo di Arcore ha elevato a classe politica dirigente, più o meno come fece Caligola con il suo cavallo.«Senza di me nessuno di voi ha un futuro». Come si vede, Berlusconi non si cela. Esibisce in pubblico il disprezzo per i suoi, di cui conosce bene origine, miseria politica e morale. Ed è in ragione di questa verità, gridata senza pudore ai quattro venti, che prova a tenerseli avvinghiati, costi quel che costi.
C’è più disperazione che tracotanza in questa rabbiosa invettiva che ricorda, in farsa, lo shakespeariano Riccardo III, mentre confessa a se stesso: «Io, immondo ammasso di nequizie, piegherò il mondo ai miei piedi». L’uomo, dunque, combatterà, con i mezzi illeciti e spregevoli che gli sono propri, indifferente alla constatazione che nel frattempo l’Italia senza guida va in pezzi. Insomma, non è ancora arrivato il tempo in cui invocherà la sua salvezza personale e griderà: «Un regno per un cavallo».
Abbiamo più volte detto che amputare questa cancrena è una premessa indispensabile, un passaggio obbligato, un obiettivo sul quale fare convergere il più ampio schieramento di forze, politiche e sociali. Abbiamo anche detto, però (e continuiamo a pensare) che questa lotta di liberazione non si può fare per consegnare il governo dell’Italia alla Banca centrale europea, agli uomini di Confindustria, ai propugnatori del liberismo che perseguono senza batter ciglio la devastazione del welfare, l’abolizione dei diritti del lavoro, la privatizzazione di tutto ciò che è pubblico e bene comune. Per dire, la ricetta già applicata alla Grecia. Ecco allora che deve entrare in campo, ben visibile, un’altra proposta, quella che con inedita, radicale maturità, una generazione intera sta portando nelle strade e nelle piazze di mezzo mondo. Alla sinistra, se sarà capace di ritrovare le ragioni forti della sua unità, si dà l’opportunità di offrire una sponda robusta a questa potente spinta al cambiamento, fuori dal recinto omologante che ha fatto del centrodestra e del centrosinistra varianti di un pensiero soggiogato dal mantra monetarista: quel perimetro invalicabile nel quale si producono, come in una ossessiva coazione a ripetere, tutte le scelte politiche che travolgono le nostre vite.
Oggi, un pensiero critico rimasto per lungo tempo in sonno si fa strada. Ed è di grande significato che esso si incarni, con una così vasta latitudine, in una massa di giovani che irrompono nello spazio pubblico e senza complessi né sudditanze dicono che si può, si deve fare altro. Attenzione: non si tratta solo di rivolta, destinata a rifluire nel breve. Anche perché la nottata non passa affatto. E perché lor signori questa volta fanno fatica a rabberciare, con le loro ricette reazionarie, la coperta che quelle medesime ricette hanno lacerato. Oggi la crisi può davvero presentarsi come occasione. Tocca anche a noi, stando dentro al movimento, senza supponenza predicatoria, dare corpo, respiro teorico e sbocco politico a questa che è più di una speranza.
Dino Greco
Fonte: Contro la crisi
Cremaschi: a dicembre nasce movimento NO DEBITO
Controlacrisi.org intervista Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom-Cgil e leader del movimento "il debito non lo paghiamo"L’attenzione che si è creata intorno al movimento "il debito non lo paghiamo" ha permesso una straordinaria assemblea all’Ambra Jovinelli a Roma due settimane fa. A cosa credi sia dato questo successo?
Siamo gli unici che crediamo al mercato si può dire scherzando, perché siamo gli unici che rischiamo rispetto al muro di silenzio che c’è in Italia sul liberismo e sulla Bce. L’unica reazione autorevole, se così possiamo dire, è stata quella del ministro Sacconi, che ha gioito per la prova di quanto andava dicendo sulla manovra. Questo è il regime che c’è in Italia. Questa è la legge-bavaglio che c’è su chi dissente. La lettera firmata da Draghi e Trichet, oltre ad essere di una violenza inaudita, è un programma di governo scadenzato, rigoroso, brutale. Noi siamo partiti prima che ci fosse la tempesta estiva, con storie sindacali e politiche diverse, con la volontà di aprire una discussione sulla schiavitù del debito. Davanti a noi c’è una grande fase di mobilitazione e a dicembre l’appuntamento per dare vita al movimento “no debito”.
Perché l’avete fatto?
Perché in Italia non è vero che non ci sono le lotte. E’ circa un anno, un anno e mezzo, che in Italia c’è la mobilitazione. Il movimento ha avuto la scintilla di avvio dal “No” degli operai di Pomigliano a Marchionne un anno fa. La prima verifica che in Italia c’è un regime padronale che controlla e decide è stata quella, e questo grazie alla politica che ha accettato tutto senza reagire. Tranne la Fiom e il sindacalismo di base, tutto il resto del mondo sindacale e politico è stato dalla parte di Marchionne. Da allora abbiamo avuto un continuo passaggio di testimone: precari, donne, migranti, studenti, i cittadini con il movimento contro la privatizzazione dell’acqua. Ci hanno fatto capire che l’Italia non è più una democrazia non solo perché siamo commissariati dalla Bce o un presidente del Consiglio che in qualsiasi altro paese occidentale sarebbe stato preso a calci nel sedere, ma perché abbiamo milioni di persone che non hanno diritti. Siamo una specie di Sud Africa.
Qual è il senso della giornata del 15 ottobre?
In Italia c’è un prodotto che non ha legittimità, il no al debito. Scenderemo in piazza sulla base di un appello che non ce l’ha con Berlusconi ma con la Banca Europea, con i cosiddetti programmi di riassetto del fondo monetario internazionale che sono programmi criminali che dovrebbero far arrestare per crimini contro l’umanità tutti i dirigenti dell’Fmi. Insomma, questo spazio politico non c’è. E se c’è non se lo fila nessuno. E quindi dobbiamo costruire uno spazio che abbia la forza di intervenire anche nella politica italiana perché ormai è chiaro che il governo Berlusconi è al tramonto ma non vogliamo farci fregare un’altra volta come nel 2006. Non vogliamo che sia un cambiamento di facciata sotto lo stesso programma. Vogliamo costruire un movimento sociale e politico che intervenga su tutte le questioni della politica partendo dalla schiavitù del debito e non un cartello elettorale. Chi vuole rimandare la lettera al mittente sta con noi chi l’accetta non sta con noi. E’ una cosa semplicissima. E’ un fattore costituente. Essere contro Marchionne, Draghi e Trichet vuol dire che si sta di qua. Gli altri, di là. Coloro i quali si ostinano a stare in mezzo spariranno. L’assemblea all’Ambra Jovinelli ha rappresentato l’avvio del percorso, che dice anche “democrazia ovunque” anche nei luoghi di lavoro. Ecco perché l’accordo del 28 giugno rimette in pista un principio medievale in base al quale un sindacato corrotto e un imprenditore che vuole negare i diritti possono rendere l’azienda terra di nessuno. La manovra sul legame tra articolo 8 e accordo del 28 giugno l’ha chiarita molto bene Emma Marceglia. E qual è stata la risposta della Cgil? Il silenzio.
Con quale programma?
Il primo punto è non pagare il debito. Gli interessi sul debito italiano sono al 7%, mentre il pil italiano cresce allo 0,5%. Gli interessi sono in realtà una usura. Noi siamo contro l’usura. Vogliamo la patrimoniale e la lotta all’evasione ma diciamo anche via le spese militari. Queste voci qui non devono servire a pagare il debito ma al welfare, a pagare case, scuole e ospedali. Il problema per loro non è ripianare il debito ma ripianare i profitti delle banche prima con 4600 miliardi e ora con altri tremila. Questo mentre il default della terra è una realtà dal 27 settembre. Sono tre i default, questo, quelle delle famiglie e il default dei diritti. Noi siamo creditori e loro sono debitori.
Infine la democrazia. Se sono così convinti che bisogna tagliare il bilancio dello Stato per i vincoli europei allora ci facciano votare.
Fonte: Contro la crisi
giovedì 6 ottobre 2011
Bertinotti contro il Nuovo Ulivo
Fausto Bertinotti ha lanciato un sasso nello stagno con il suo editoriale «L’opportunità della rivolta» su Alternative per il socialismo, pubblicato in parte dal manifesto e leggibile in toto sul nostro sito www.ilmanifesto.it. Dal magma della sinistra extraparlamentare, forse è meglio chiamarla così, sono schizzate critiche dure: questa è antipolitica, si rimuove il problema del governo; o, al contrario, «noi l’avevamo già detto,quindi avevamo ragione», e anche rifllessioni più serie. Certo è che Fausto, extraparlamentare fino a un certo punto essendo presidente della Fondazione della Camera, si riaffaccia prepotentemente sulla scena con una nuova, «discontinuità». Ne parliamo senza nominare Nichi Vendola né Paolo Ferrero, senza fermarci sul patto Bersani-Di Pietro-Vendola, sul Nuovo Ulivo che non convince Fausto, come non lo convince, da buon proporzionalista, il referendum per il ritorno al mattarellum. «Proviamo ad approfondire», dice.
La pubblicazione della lettera della Bce al governo italiano, e la sua assunzione prima da Letta e poi da Bersani, rafforzano le tua provocazione: abbattere il recinto in cui le ricette degli organismi finanziari e bancari diventano «oggettive», «ineludibili» e«rovesciare il tavolo». Vuoi spiegarti meglio?
Il mese di agosto è stato, più che rivelatore, uno spartiacque. Molti di noi avevano già visto in controluce e quel che avveniva attraverso il prisma Marchionne: com’era avvenuto nell’80 ai cancelli di Mirafiori, a Pomigliano si stava rimodellando l’Italia. Le istituzioni europee e mondiali riescono a imporre a tutti i governi sudditi la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, il nuovo dogma. L'avevano scritto economisti apertamente di sinistra, da Bellofiore a Halevi, ma anche keynesiani. Inascoltati, come nella denuncia del tentativo di annichilimento del sindacato fino alla cancellazione del diritto di sciopero. Persino l'accademia economica e quella giuslavorista – penso ai limpidi articoli di Romagnoli sul manifesto - non scuotono i guru delle politiche economiche. La Bce scopre il gioco, si impossessa del sistema di relazioni sindacali e delle dinamiche salariali e le stravolge per gestire le possibilità aperte dalla perdita dei diritti. Per uno con la mia storia è il rovesciamento di un principio basato sul contratto nazionale come dominus assoluto e su una contrattazionepensata come espansiva, e a livello decentrato come leva per rimettere in discussione i rapporti di classe.
Sarà un caso se lo Statuto dei lavoratori è arrivato dopo il contratto nazionale dei metalmeccanici?
Sul lavoro, condivido le tesi di Romagnoli: c'è un'eccedenza che è la dignità di chi lavora che dev’essere tutelata da leggi, Statuti, Costituzioni, argini rispetto al mare in piena che riducela contrattazione a olio d’ingranaggio della produttività. La Bce va fuori dal suo tracciato, dalla stabilitàmonetaria e usa il debito pubblicoper rivesciare la lotta di classe.
Cos’è diventata la democrazia delegata?
Siamo passati dallo svuotamento della democrazia diretta da parte del governo e del parlamento alla loro trasformazione in proconsoli di un'oligarchia che poggia il suo potere sull'autorità monetaria. Si definiscono «condizioni necessitate», incontestabili se vuoi stare nella politica e nel momento in cui stai a que-sti diktat sei omologato.
Maggioranze e opposizioni concordano, come in Spagna, nell'assunzione acritica del pareggio di bilancio e trasformano in regola il caso eccezionale. Non ti ricorda gli esegeti di Marchionne a Pomigliano?
Si rinuncia a esercitare una politica anti ciclica con una politica pubblica di spesa per l'occupazione, quando persino nelle fasi di crescita la disoccupazione diventa strutturale. La politica è ormai impermeabile non solo ai movimenti e alle lotte sociali ma persino all'accademia. I governi sono tutti dislocati sulla stessa dimensione,da un socialista dignitoso come Papandreu in là. In Francia e in Germania in odore di cambiamento, dove si era aperta una seria discussione, i segnali positivi contro il liberismo stanno svanendo. O vogliamo parlare di Letta e di chi sposa la Bce?
Stiamo parlando di una tendenza o di nuovo ordine già definito?
A meno di una netta rottura la tendenza si tramuta in pensiero unico,la crisi democratica e della politica procede in un contesto di mancanza di autonomia. Eppure emergono, qua e là esplodono manifestazioni consistenti che denunciano una crisi di consenso a questo ordine. In Italia in forme molteplici, com'è nella sua storia. Ma guarda all'insieme dell'Occidente, alla Gran Bretagna, alla Grecia, alla Spagna, o al Cile e ora persino agli Stati uniti.
«Tutto il mondo sta esplodendo,dall'Angola alla Palestina», si canta-va il secolo scorso. Oggi potremmo persino aggiungere Israele. Non staremo esagerando nella lettura delle rivolte?
Io parlo di indignazione e rivolte, le istituzioni sono contestate dal basso e delegittimate dall'alto dalle organizzazioni finanziarie. Se fossimo stati senza governo, come in Belgio, neanche ce ne saremmo accorti. Se la discriminante è la lettera dellaBce, non possono non crescere collera e antipolitica e fa capolino il«partito borghese». La politica reagisce arroccandosi, i governi provano a portare le opposizioni nel recinto.
Questo ragionamento non rischia di sfociare nell'antipolitica?
È vero l'opposto. La scelta di entrare nel recinto che può segnare la morte della politica. Io non credo all'arroccamento, al minoritarismo di chi vuole costruire un soggetto antagonista che si chiama fuori alzandola bandierina antisistema. La dimensione di scala è essenziale, devi porti il problema di incidere sulle scelte rompendo il recinto che non è altro dalla zona rossa, non con i blackbloc, semmai con le nuove forme che a Genova erano rappresentatedalle tute bianche e dalle suore. Per abbattere il recinto e liberare la politica serve potenza politica e sociale.
Non puoi rifiutare da solo la lettera della Bce, devi fare connessioni, costruire coalizioni sociali e per farlo devi respirare lo spirito di rivolta.
La rivolta è un termine associato alla violenza, almeno lo era nel secolo scorso quando si cantava «chi ha esitato questa volta lotterà con noi domani». Che ne è della tua svolta di Venezia contro la violenza?
Resta la scelta della non violenza, soprattutto dentro una stagione di rivolta. La discontinuità è nella fase.
Nel Novecento l'idea portante eral'emancipazione del movimento operaio attraverso la rivoluzione, e i partiti e i sindacati erano gli agenti di quell'idea. Il mondo è cambiato sotto i nostri piedi: partiti e sindacati non sono più motori del cambiamento, la democrazia è negata e il campo del rifiuto ha preso le movenze della rivolta.
Un'opportunità, e noi dobbiamo andare a quella scuola. La scelta di Venezia era figlia della convinzione che il movimento da solo non ce l'avrebbe fatta da solo ma si immaginava un'Europa diversa, in cui fosse possibile una pervasività dei movimenti verso le istituzioni. Abbiamo sbagliato, o comunque oggi viviamo un'altra stagione.
Una stagione segnata dalla crisi della politica e in essa della formapartito. Da dove si riparte?
Non dalla politica data, dalle forme esistenti dove il morto mangia il vivo. Penso che un'ipotesi di cambiamento si possa costruire fuori dal recinto. Siamo ben oltre la crisi della forma partito, restano soltanto i comitati elettorali. Ti chiedo: quali sono stati gli appuntamenti importanti di questa fase? Io penso subito alla manifestazione della Fiom del 16 ottobre 2010, alla protesta di tanti soggetti sociali, comunque allo sciopero generale della Cgil e in avanti vedo le manifestazioni in mezzo mondo degli indignati del 15ottobre. Mi interessa l'esperienza di Uniti per l'alternativa per il suo lavoro di raccordo di culture ed esperienze diverse in cui il movimento operaio si incrocia con altri movimenti trovando terreni comuni di lavoro e di lotta nel contratto dei metalmeccanici e nel salario sociale. Ma mi interessano anche altre storie e altre esperienze. Certo, le alleanze sono importanti, ma chiediamoci su quale terreno costruirle.
Pensa al mondo cattolico che vive una grande difficoltà: solo chi è malato di politicismo può pensare a un fronte politico e non sociale. Io ho in mente una coalizione socio-politico-culturale.
Metti in conto la possibilità, o l'opportunità che la sinistra, quella «neoi-dentitaria» e quella delle primarie, salti un giro?
È possibile. Mi limito a dire che non dobbiamo farci accecare dallo specchietto per le allodole: se salti sul treno non puoi deciderne la direzione perché quel treno ha delle rotaie precise su cui viaggiare. Al massimo puoi modificarne la velocità.
Questo ragionamento ne trascina un altro: come valuti il referendum elettorale?
Io ho firmato il primo, quello lasciato cadere, e non quello che vuole il ritorno al mattarellum. Meglio il proporzionale che il tentativo di salire sul treno del maggioritario in nome delle primarie che non cambierebbero comunque né il macchinista, né la direzione del treno.
Ma insomma, dobbiamo o no mandare a casa Berlusconi?
Certo, che domanda. Ora che la sua storia finisce, però, resta comunque la prigione della centralità assoluta del sistema elettorale pensato solo in funzione dell'accesso al governo.
Non ho molto da aggiungere alle cose scritte da Gianni Ferrara sul manifesto.
Affrontiamo il cuore dei problemi. Faccio un esempio:oggi è centrale l'unità o la democrazia sindacale? Da questo punto di vista ritengo la Fiom un investimentoper noi, per il futuro.
A queste posizioni radicali sei arrivato in forza della tua esperienza come presidente della Camera?
Da quella postazione ho visto la fine della teoria delle due sinistre, e insieme lo svuotamento di senso del parlamento, anche grazie al proliferare dei decreti legge e dei voti di fiducia. Il parlamento è diventato cassa di risonanza del governo. Se invece vuoi sapere se una certa distanza dai luoghi del potere aiuta la riflessione autonoma, la risposta è sì.
Se tornassi indietro ingaggeresti ancora una battaglia per fare il presidente della camera, e non magari il ministro del lavoro?
Potrei risponderti che quella scelta atteneva alle propensioni personali. Preferisco però risponderti che non sono un uomo di governo. Se devo ripensare alla mia vita non posso che ripensarmi sindacalista.
Fonte: Il Manifesto 5 ottobre 2011
domenica 2 ottobre 2011
Il documento finale del Movimento "Noi il debito non lo paghiamo"
Documento finale dell’assemblea svoltasi il 1° ottobre al teatro Ambra Jovinelli di Roma approvato all’unanimità (meno 2 astenuti e 2 contrari) dalle/dai 700 partecipanti all’assemblea nazionale delle/dei firmatari dell’appello “Noi il betoto non lo paghiamo. Dobbiamo fermarli.Noi partecipanti all’assemblea del 1° ottobre a Roma: “Noi il debito non lo paghiamo. Dobbiamo fermarli” ci assumiamo l’impegno di costruire un percorso comune.
Tale percorso ha lo scopo di affermare nel nostro paese uno spazio politico pubblico, che oggi viene negato dalla sostanziale convergenza, sia del governo sia delle principali forze di opposizione, nell’accettare i diktat della Banca Europea, del Fondo Monetario Internazionale, della Confindustria e della speculazione finanziaria. Vogliamo costruire uno spazio politico pubblico, che rifiuti le politiche e gli accordi di concertazione e patto sociale, che distruggono i diritti sociali e del lavoro. Vogliamo costruire uno spazio politico pubblico nel quale si riconoscono tutte e tutti coloro che non vogliono più pagare i costi di una crisi provocata e gestita dai ricchi e dal grande capitale finanziario e vogliono invece rivendicare sicurezza, futuro, diritti, reddito, lavoro, uguaglianza e democrazia.
Vogliamo partire dai cinque punti attorno ai quali è stata convocata questa assemblea
1. Non pagare il debito, far pagare i ricchi e gli evasori fiscali, nazionalizzare le banche
2. No alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra, no alla corruzione e ai privilegi di casta
3. Giustizia per il mondo del lavoro. Basta con la precarietà. Siamo contro l’accordo del 28 giugno e l’articolo 8 della manovra finanziaria.
4. Per l’ambiente, i beni comuni, lo stato sociale. Per il diritto allo studio nella scuola pubblica.
5. Una rivoluzione per la democrazia. Uguale libertà per le donne. Parità di diritti per i migranti. Nessun limite alla libertà della rete. Il vincolo europeo deve essere sottoposto al nostro voto.
Ci impegniamo a portare i temi affrontati in questa assemblea diffusamente in tutto il territorio nazionale, costruendo un movimento radicato e partecipato. Così pure vogliamo approfondire i singoli punti della piattaforma con apposite iniziative e con la costruzione di comitati locali aperti alle firmatarie e ai firmatari e a chi condivide il nostro appello. Intendiamo organizzare una petizione di massa sul diritto a votare sul vincolo europeo.
Nel mese di dicembre, a conclusione di questo percorso a cui siamo tutti impegnati a dare il massimo di diffusione e partecipazione, verrà convocata una nuova assemblea nazionale, che raccoglierà tutti i risultati e le proposte del percorso e che definirà la piattaforma, le modalità di continuità dell’iniziativa, le mobilitazioni e anche eventuali proposte di mobilitazione e di lotta.
Intendiamo costruire un fronte comune di tutte e tutti coloro che oggi rifiutano sia le politiche del governo Berlusconi, sia i diktat del governo unico delle banche. Diciamo no al vincolo europeo che uccide la nostra democrazia. Chi non è disposto a rinviare al mittente la lettera della Banca Europea non sta con noi. Questo fronte comune non ha scopo elettorale, ma vuole intervenire in maniera indipendente nella vita sociale e politica del paese, per rivendicare una reale alternativa alle politiche del liberismo e del capitalismo finanziario. Questo fronte comune vuole favorire tutte le iniziative di mobilitazione, di lotta, di autorganizzazione che contrastano le politiche economiche liberiste. Questo percorso si inserisce nel contesto dei movimenti che, in diversi paesi europei e con differenti modalità e percorsi, contestano le politiche di austerità e la legittimità del pagamento debito a banche e imprese.
Su queste basi i partecipanti all’assemblea saranno presenti attivamente anche alla grande manifestazione del 15 ottobre a Roma sotto lo striscione “Noi il debito non lo paghiamo”.
Lettera di un soldato italiano in missione in afghanistan
La lettera qui riportata è quella di un militare italiano in missione in Afghanistan, anonima e postata su un blog: «Sapete bene cosa vuol dire uscire di pattuglia e sperare che nessuno ti faccia saltare per aria con trappole esplosive, in quanto i mezzi in dotazione sono obsoleti e senza adeguate protezioni. Si tratta quindi di semplice fortuna poter rientrare alla base alla fine di ogni servizio esterno in quanto tutte le operazioni offensive vengono negate dai comandi! Se volevano dei “soldati di pace” avrebbero dovuto fare ricorso ai Boy Scout, non ai militari! Subiamo solo l'iniziativa del nemico e ne subiamo le spiacevoli conseguenze» (...) «Il materiale, le armi e l'equipaggiamento sono così inutili ed inefficienti che ogni soldato ricorre sempre all'acquisto in maniera autonoma di equipaggiamento straniero (soprattutto americano). Il paradosso è che quello acquistato dall'esercito italiano costa sempre il doppio o il triplo di un ottimo e funzionale sistema straniero. Qualche esempio? Il nuovo mezzo blindato comprato dall’Iveco costa 400.000 euro ma perde i pezzi e le protezioni per strada ed è sempre inefficiente. Mancano i pezzi di ricambio, ha spazi angusti, ed è inefficace. Gli inglesi ne hanno comprata una versione simile, ma in fase di prova è stata completamente modificata. E se invece avessimo preso l'Humvee statunitense? E' un ottimo mezzo, affidabile, sicuro e con pezzi di ricambio inesauribili. O che dire delle blindo serie “puma”, mezzi obsoleti, di concezione vecchia di 25 anni. Un progetto degli anni ’80 ma acquistato solo ora» (...) «Lo sa che la task force dell'aeronautica ha delle limitazioni che non le permettono di operare a supporto delle truppe terrestri? Gli elicotteri presenti a Kabul (AB212) possono essere impiegati solo se a terra sono presenti truppe Isaf con personale specializzato EOD (artificieri) per bonificare l'eventuale zona di atterraggio! Questo è incredibile, vuol dire che possono volare solamente da una base all'altra! Ma cosa li hanno mandati a fare? Che tipo di contributo danno?». E conclude: «Ci dicono che sono missioni di pace ma laggiù i nostri alleati fanno la guerra, combattono e muoiono, noi Italiani siamo rinchiusi dentro le basi e usciamo di tanto in tanto ... Ma che figura ci facciamo? Abbiamo una dignità anche noi, anche noi vogliamo fare il nostro lavoro, quello per cui lo stato ci paga e per cui spende i soldi per addestrarci. Siamo soldati». La lettera è datata 2oo7. E'una lettera che fa pensare, ai tanti militari morti in missione, e all' ultimo lincidente"stradale" accaduto a Herat. La domanda è:in Afghanistan il contingente italiano sta combattendo una guerra essendo dotato di armamenti e di equipaggiamenti in grado di garantire la sua sicurezza si o no? Pare che dal lontano 2oo7 ad oggi, le cose infatti non siano poi tanto cambiate :"Siamo l'esercito meno pagato d'Europa e spendiamo dai mille ai duemila per l'equipaggiamento". Uniformi alle quali spesso devono provvedere gli stessi militari:"Tutte acquistate di tasca nostra.Quelle in dotazione sono troppo leggere, si strappano subito.Poi ci sono gli stivali, se ne vuoi un paio adatti fanno 17o euro.Il compressore per pulire le armi ne costa 5o,e il gilet tattico, le magliette traspiranti, i pile:i militari fanno la fortuna di Decathlon".Queste le parole dei militari italiani in missione in Afghanistan a dicembre nello scorso anno,tratte dal reportage di Paolo Giordano"Panettone all'inferno". Pare proprio che le cose non siano cambiate. Un esperto americano ha affermato che l'Italia "dovrebbe più preocccuparsi per la sicurezza dei propri soldati che della sponsorizzazione del"made in Italy"negli armamenti. Ma allora che fine fanno i tanti soldi stanziati per la missione in Afghanistan?
[fonte: Lasottilelinearossa blog di giornalismo estero, italiano e reportage di guerra]
[fonte: Lasottilelinearossa blog di giornalismo estero, italiano e reportage di guerra]
venerdì 30 settembre 2011
Nessun governo con il PD. Bertinotti e Rinaldini con Rifondazione
di Daniela Preziosi su il manifesto del 30/09/2011
Ferrero, Prc: è tornato il leader del '98. Ma dica sì al fronte antidestre. Il segretario e l'ex guida di Rifondazione uniti dalla legge elettorale. Preparano un confronto pubblico a Milano
«In queste sue ultime scelte ritrovo il Bertinotti del '98 (quello della rottura con Prodi, ndr) del 2001 (quello del Social Forum di Genova, ndr) insomma, per me il Bertinotti migliore». L'ultima «rottura» dell'ex segretario Prc piace molto a Paolo Ferrero, all'attuale segretario di quel partito, nel frattempo però passato per alcune scissioni. L'ultima, nel 2009. Spiega Ferrero: «In quell'occasione il tema di fondo era proprio il tema del governo e il rapporto con il Pd». Vendola e i suoi, che non escludevano una futura collaborazione con il centrosinistra, uscirono dal partito e fondarono Sinistra ecologia libertà. Bertinotti non vi aderì, ma si schierò con loro.
Ora, con l'acuirsi della crisi e il 'golpe' delle manovre d'agosto, neanche avversate dal Pd, Bertinotti ha scritto un saggio (esce in questi giorni su Alternative per il socialismo) che bolla come «ente inutile» la sinistra «che non sa dire di no», e che al pari delle destre «accompagna acriticamente la ristrutturazione capitalistica». Niente accordi, dunque. E indica la strada dell'autonomia dei movimenti «di lotta e di mobilitazione», rivolte e indignados.
La cronaca si incarica di dimostrare almeno il suo primo assunto: di ieri la pubblicazione di una lettera in cui la Bce indica la selvaggia cura economica a cui dovrebbe essere sottoposta l'Italia. Dal Pd nessuna contestazione di merito. «È evidente che il centrosinistra, per com'è oggi, non vuole fuoriuscire dal quadro dei vincoli monetari europei», ragiona Gianni Rinaldini, già segretario Fiom oggi fra i promotori di Uniti per l'alternativa, che prepara la mobilitazione del 15 ottobre. «La riedizione dell'Ulivo è destinata al fallimento, questo è sicuro e già dimostrato, basta guardare a Zapatero e alla Grecia. Il resto è oggetto di discussione».
Ma torniamo al Prc. Ferrero applaude il Fausto ritrovato. «Il punto, che noi avevamo individuato da tempo, è che non ci sono le condizioni per un governo con il centrosinistra. È la lezione di fondo dell'ultimo governo Prodi», di cui Ferrero era ministro e Bertinotti presidente della Camera. Ma stavolta Bertinotti non scavalca perfino la Rifondazione - che non vuole fare il governo con l'Ulivo ma propone comunque un fronte antidestre - e riecheggia l'antico «questo o quello pari sono», riferito agli schieramenti di destra e centrosinistra? Ferrero mette le mani avanti, ha letto il saggio solo negli stralci pubblicati dal manifesto, ma «se così fosse sbaglierebbe. Passerebbe dall'estremismo governista a quello della separazione consensuale del 2008, ai tempi della Sinistra arcobaleno, una delle principali cause della nostra distruzione. Pd e Pdl non sono pari, il governo Bersani garantirebbe un quadro costituzionale e non procederebbe alla demolizione rapida dei diritti e dello stato sociale».
In Rifondazione applausi a scena aperta, dunque. Il padre nobile di Sel sembra sconfessare la linea 'accordista' di Vendola e compagni. E non solo per manifesta incompatibilità con le ricette economiche del Pd. «Bertinotti concorda con noi anche sul fatto che il sistema bipolare maggioritario sia una gabbia che preclude la costruzione del nuovo spazio pubblico; e che, quindi, è un imbroglio il referendum in atto sul ripristino del "Mattarellum". Non a caso la rivendicazione prima degli "indignati" spagnoli è quella del sistema proporzionale», dice Giovanni Russo Spena. Mettendo il dito su un altro punto di contatto del vecchio segretario con l'ultimo Prc: la legge proporzionale. Vendola si è schierato con il referendum pro Mattarellum. E non poteva fare diversamente: il ritorno al proporzionale cancellerebbe le primarie per la premiership, eterno cavallo di battaglia di Vendola. Fu proprio Bertinotti, del resto, il primo a portare la sinistra sinistra alle primarie, quelle dell'Unione nel 2005.
«Siamo di nuovo in sintonia», spiega Augusto Rocchi, punto di riferimento dei bertinottiani non entrati in Sel. A patto che «non ci si chiuda nell'isolazionismo. Oggi Bertinotti dà ragione alla scelta di fondo del Prc: che non si è chiuso nel settarismo identitario, pur sapendo che le condizioni per un governo con il centrosinistra non ci sono». Ma è un riavvicinamento? In questi giorni l'ex presidente della Camera discute con molti suoi ex compagni di partito. La prossima settimana tornerà a Liberazione, il quotidiano del Prc, per un forum con Ferrero. E a novembre i due si sono dati un altro appuntamento pubblico, una tavola rotonda a Milano, assieme a Mario Tronti.
Ferrero, Prc: è tornato il leader del '98. Ma dica sì al fronte antidestre. Il segretario e l'ex guida di Rifondazione uniti dalla legge elettorale. Preparano un confronto pubblico a Milano
«In queste sue ultime scelte ritrovo il Bertinotti del '98 (quello della rottura con Prodi, ndr) del 2001 (quello del Social Forum di Genova, ndr) insomma, per me il Bertinotti migliore». L'ultima «rottura» dell'ex segretario Prc piace molto a Paolo Ferrero, all'attuale segretario di quel partito, nel frattempo però passato per alcune scissioni. L'ultima, nel 2009. Spiega Ferrero: «In quell'occasione il tema di fondo era proprio il tema del governo e il rapporto con il Pd». Vendola e i suoi, che non escludevano una futura collaborazione con il centrosinistra, uscirono dal partito e fondarono Sinistra ecologia libertà. Bertinotti non vi aderì, ma si schierò con loro.
Ora, con l'acuirsi della crisi e il 'golpe' delle manovre d'agosto, neanche avversate dal Pd, Bertinotti ha scritto un saggio (esce in questi giorni su Alternative per il socialismo) che bolla come «ente inutile» la sinistra «che non sa dire di no», e che al pari delle destre «accompagna acriticamente la ristrutturazione capitalistica». Niente accordi, dunque. E indica la strada dell'autonomia dei movimenti «di lotta e di mobilitazione», rivolte e indignados.
La cronaca si incarica di dimostrare almeno il suo primo assunto: di ieri la pubblicazione di una lettera in cui la Bce indica la selvaggia cura economica a cui dovrebbe essere sottoposta l'Italia. Dal Pd nessuna contestazione di merito. «È evidente che il centrosinistra, per com'è oggi, non vuole fuoriuscire dal quadro dei vincoli monetari europei», ragiona Gianni Rinaldini, già segretario Fiom oggi fra i promotori di Uniti per l'alternativa, che prepara la mobilitazione del 15 ottobre. «La riedizione dell'Ulivo è destinata al fallimento, questo è sicuro e già dimostrato, basta guardare a Zapatero e alla Grecia. Il resto è oggetto di discussione».
Ma torniamo al Prc. Ferrero applaude il Fausto ritrovato. «Il punto, che noi avevamo individuato da tempo, è che non ci sono le condizioni per un governo con il centrosinistra. È la lezione di fondo dell'ultimo governo Prodi», di cui Ferrero era ministro e Bertinotti presidente della Camera. Ma stavolta Bertinotti non scavalca perfino la Rifondazione - che non vuole fare il governo con l'Ulivo ma propone comunque un fronte antidestre - e riecheggia l'antico «questo o quello pari sono», riferito agli schieramenti di destra e centrosinistra? Ferrero mette le mani avanti, ha letto il saggio solo negli stralci pubblicati dal manifesto, ma «se così fosse sbaglierebbe. Passerebbe dall'estremismo governista a quello della separazione consensuale del 2008, ai tempi della Sinistra arcobaleno, una delle principali cause della nostra distruzione. Pd e Pdl non sono pari, il governo Bersani garantirebbe un quadro costituzionale e non procederebbe alla demolizione rapida dei diritti e dello stato sociale».
In Rifondazione applausi a scena aperta, dunque. Il padre nobile di Sel sembra sconfessare la linea 'accordista' di Vendola e compagni. E non solo per manifesta incompatibilità con le ricette economiche del Pd. «Bertinotti concorda con noi anche sul fatto che il sistema bipolare maggioritario sia una gabbia che preclude la costruzione del nuovo spazio pubblico; e che, quindi, è un imbroglio il referendum in atto sul ripristino del "Mattarellum". Non a caso la rivendicazione prima degli "indignati" spagnoli è quella del sistema proporzionale», dice Giovanni Russo Spena. Mettendo il dito su un altro punto di contatto del vecchio segretario con l'ultimo Prc: la legge proporzionale. Vendola si è schierato con il referendum pro Mattarellum. E non poteva fare diversamente: il ritorno al proporzionale cancellerebbe le primarie per la premiership, eterno cavallo di battaglia di Vendola. Fu proprio Bertinotti, del resto, il primo a portare la sinistra sinistra alle primarie, quelle dell'Unione nel 2005.
«Siamo di nuovo in sintonia», spiega Augusto Rocchi, punto di riferimento dei bertinottiani non entrati in Sel. A patto che «non ci si chiuda nell'isolazionismo. Oggi Bertinotti dà ragione alla scelta di fondo del Prc: che non si è chiuso nel settarismo identitario, pur sapendo che le condizioni per un governo con il centrosinistra non ci sono». Ma è un riavvicinamento? In questi giorni l'ex presidente della Camera discute con molti suoi ex compagni di partito. La prossima settimana tornerà a Liberazione, il quotidiano del Prc, per un forum con Ferrero. E a novembre i due si sono dati un altro appuntamento pubblico, una tavola rotonda a Milano, assieme a Mario Tronti.
giovedì 29 settembre 2011
Le misure di cui ha bisogno l'Italia
Vista la moda di burocrati, potenti e signorotti della finanza di mandare lettere al governo italiano in cui gli dettano per filo e per segno le misure da imporre ai cittadini per superare la crisi, proviamo a mandare anche noi una lettera, firmata da due studenti qualunque. Chissà se queste proposte saranno recepite immediatamente come quelle di Draghi e Trichet...Scortese Presidente del Consiglio,
Abbiamo discusso della situazione dei mercati dei titoli di stato italiani, ne parlano tutti, ma in pochi parlano di noi, delle nostre condizioni di vita oggi, e di quelle che con quasi assoluta certezza saranno le nostre condizioni di vita domani.
Riteniamo pertanto serva chiarire la situazione di noi studenti e precari e che siano urgenti e necessarie misure a nostro sostegno.
Le scriviamo perché abbiamo scoperto dalla stampa che due persone prive di qualunque mandato democratico, scrivendo a Lei, possono imporre l'agenda economica italiana. E quindi non sentendoci da meno di Trichet e Draghi, crediamo di doverLe imporre i provvedimenti che riteniamo urgenti per rassicurare noi, non i mercati.
La manovra appena realizzata è il colpo di grazia allo stato sociale italiano. Si aggiunge alle manovre che negli ultimi anni hanno tagliato risorse a scuole e università al punto da provocare riduzione drastica dei servizi, abbassamento dei livelli qualitativi, ulteriore degenerazione dell'edilizia scolastica, cancellazione del diritto allo studio, aumenti delle tasse.
Scriviamo questa lettera per ribadire con forza alcuni principi che abbiamo più volte espresso con grandi manifestazioni e con i referendum di giugno. Visto che finora siamo rimasti inascoltati, abbiamo deciso di usare lo strumento che in questa fase storica sembra essere più incisivo: una lettera di due tizi a caso senza alcun mandato popolare.
Nell'attuale situazione riteniamo essenziali le seguenti misure:
1. I tagli della legge 133 e la riforma Gelmini hanno smantellato la scuola, l'università e la ricerca pubbliche in Italia, privando il nostro paese della prima risorsa necessaria all'uscita dalla crisi, cioè il sapere dei propri giovani. Chiediamo immediatamente un'AltraRiforma di scuola, università e ricerca, che rimetta al centro l'interesse pubblico e l'accesso universale a saperi di qualità, accompagnata da un piano straordinario di investimento su formazione e innovazione.
2. Il 12 e 13 giugno 27 milioni di italiani hanno sancito mediante referendum la ripubblicizzazione dei servizi idrici, indicando la strada della tutela dei beni comuni. Qualunque velleità di ulteriori privatizzazioni deve essere abbandonata. Bisogna invece dare seguito all'attuazione dell'esito referendario. Non possiamo pensare di far cassa lasciando saccheggiare il welfare, la sanità, l'istruzione, i beni comuni di questo Paese.
3. C'è l'esigenza di una radicale riforma del mercato del lavoro. Per anni ci è stato raccontato che la flessibilità era un'opportunità per uscire dalla crisi. In realtà la disoccupazione giovanile sfiora il 30%, si allungano i tempi per l'inserimento nel mondo del lavoro dopo il conseguimento di un titolo di studio, i precari in Italia sono circa 4.000.000, e Lei vorrebbe deregolamentare ancor di più il mercato del lavoro? E' necessaria invece l'eliminazione delle tipologie contrattuali atipiche che travestono da lavoro autonomo quello che è a lavoro subordinato a tutti gli effetti, legalizzano il caporalato, privano di diritti centinaia di migliaia di lavoratori. Non si può inoltre pensare di cancellare il diritto del lavoro, l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il contratto collettivo nazionale.
4. Serve un welfare in grado di dare risposte concrete a tutte e tutti. Tutelare e rafforzare il welfare è anche un modo per rilanciare l'economia, oltre che ovviamente tutelare i più deboli. L'Unione Europea che Lei ama tanto seguire in ogni affermazione quando si tratta di portare avanti politiche neoliberiste, ha affermato, mediante risoluzione del Parlamento Europeo, la necessità di un reddito minimo garantito, fissato al 60% del salario medio nazionale, perché non ascoltare l'UE in questo caso?
Vista la gravità della situazione è necessario procedere immediatamente, se ciò non avverrà ci vedrà in piazza, il 7 ottobre in tutt'Italia, a partire da scuole e università, e il 15 ottobre in tutt'Europa, indignati più che mai, perché non accetteremo di pagare la crisi. Non abbiamo da perdere che i vostri debiti.
Distinti saluti,
due studenti qualunque
Fonte: Rete della conoscenza
lunedì 26 settembre 2011
Confindustria sbaglia, non è così che si salva l'Italia
di Roberto Farneti (Liberazione del 25/09/2011)
Intervista ad Emiliano Brancaccio, docente di Economia Politica, Università del Sannio
Altro che salvare l'Italia. La ricetta di Confindustria è sbagliata perché «appiattita su una linea liberista, superata dai fatti, che non giova all'economia e danneggia le stesse imprese». Emiliano Brancaccio, docente di Economia Politica all'Università del Sannio, critica il manifesto in cinque punti lanciato a Firenze da Emma Marcegaglia.
La situazione economica dell'Italia resta grave. Lo spread tra Btp e Bund ha di nuovo superato i 400 punti, le stime di crescita sono state riviste al ribasso. In questo contesto, la Confindustria ha lanciato un "manifesto" per «salvare l'Italia» con al primo punto la riduzione della spesa pensionistica. E' questa la strada per far riprendere al paese il cammino per lo sviluppo?
Assolutamente no. Dal punto di vista degli interessi specifici dei lavoratori, il manifesto di Confindustria è contestabile per più aspetti. In primo luogo, perché suggerisce di intervenire in termini ancora più drastici sulla previdenza, con rinvii ulteriori dell'età di pensionamento. Teniamo presente, tanto per fare un esempio, che con le norme già vigenti le lavoratrici dipendenti tra 20 anni andranno in pensione oltre i 68 anni. Per Confindustria questa transizione va accelerata, con la giustificazione che la spesa previdenziale italiana sarebbe di 2,5 punti sopra la media Ocse. Ma si tratta di un calcolo discutibile, perché basti pensare che da noi i prepensionamenti sono conteggiati nella previdenza, mentre in molti altri paesi vengono inseriti nel bilancio statale come interventi anticrisi o di politica industriale. Per ridurre l'Irap sulle imprese e l'Irpef per i lavoratori, gli industriali propongono alcune misure di lotta all'evasione e una patrimoniale ordinaria sulla ricchezza. E su questo si può ragionare. Poi però propongono anche un ulteriore aumento dell'Iva. E questo non va bene. Perché l'Iva è un'imposta che ricade su una larghissima varietà di beni di consumo e quindi colpisce in modo pressoché indiscriminato consumatori ricchi e consumatori poveri. Ma il manifesto di Confindustria non funziona neanche dal punto di vista della logica del capitale. Vedo una lettura antiquata dei problemi, una sorta di adesione inerziale al liberismo ormai superata dai fatti.
E' "antiquato" parlare di liberalizzazioni, privatizzazioni e tempi rapidi per le grandi opere?
Parlare oggi di privatizzazioni con valori del capitale così bassi a causa della crisi, significa di fatto aderire a una logica speculativa. Perché a trarne beneficio non sarà il bilancio dello Stato ma soltanto coloro che potranno fare affari a prezzi scontati. Per quanto riguarda le liberalizzazioni, si dice che queste riducono i prezzi. Affermazione apodittica che non trova riscontri convincenti nella letteratura scientifica. Infine Confindustria chiede procedure più rapide per facilitare il coinvolgimento dei capitali privati nelle grandi opere. Ma si dimentica che in Italia c'è un gigantesco problema di reti, di trasporto e di servizi. Cioè beni pubblici in senso tecnico, che danno benefici anche alle imprese ma non generano profitti diretti. Quella di Confindustria è perciò una posizione miope dal punto di vista degli interessi nazionali e degli interessi delle stesse imprese.
Se questo non è il terreno giusto, allora dove si gioca la sfida per il futuro dell'Italia?
A me sembra grave che non sia presente nel manifesto di Confindustria nessun discorso sulla domanda effettiva, sul fatto cioè che ormai non si trovano più sbocchi per la produzione. La crisi del debito viene tutta da qui. Un punto che solleva problemi anche nel mondo imprenditoriale. Confindustria avrebbe dovuto mettere al primo punto del suo manifesto che l'attuale assetto della zona euro, per come è configurato, è insostenibile. E che occorre un motore interno dello sviluppo economico europeo, altrimenti in questa Europa è impossibile restarci. E ce ne accorgeremo. Se si vuole salvare l'unità europea, la Bce deve finanziare direttamente l'investimento pubblico, l'unico modo per far sì che dall'interno dell'Europa si attivi un volano della crescita che risolva anche la crisi del debito. Perché mi risulta che i debiti non si pagano se non si crea produzione e non si crea reddito. Dopodiché ha ragione Tremonti quando dice che molto dipende dalla Germania. Non è vero che i tedeschi sono i bravi della situazione e noi cattivi. Lo sviluppo economico della Germania in questi anni è dipeso dalla disponibilità dei paesi oggi sotto accusa a importare merci tedesche più di quante questi stessi paesi ne abbiano esportate in Germania. Chiarirei anche un'altra cosa. Se qualcuno in Italia e in Europa spera che la domanda di merci possa venire dalla Cina, se lo scordi. Perché la linea dei cinesi è di importare comunque meno di quanto esportino.
A proposito di finanziamenti europei, non è che in Italia l'esperienza dei fondi Fas sia stata sempre positiva. Le risorse comunitare da noi vengono spesso utilizzate poco e male.
Mi risulta tuttavia che il risultato netto di bilancio sia di avanzo primario. Voglio dire che quando lo Stato spende, alla fine eroga meno di quello che prende come entrate fiscali, al netto del pagamento degli interessi sul debito. Per quanto riguarda gli sprechi, il "mangia mangia", le clientele, la storia insegna che più si contrae il bilancio pubblico e più, in proporzione, aumenta la quota di clientela. Perchè a quel punto le poche risorse disponibili non vengono più utilizzate dai politici anche per realizzare opere di interesse pubblico ma solo per garantire la propria filiera di consenso.
Fonte: Contro la crisi
Intervista ad Emiliano Brancaccio, docente di Economia Politica, Università del Sannio
Altro che salvare l'Italia. La ricetta di Confindustria è sbagliata perché «appiattita su una linea liberista, superata dai fatti, che non giova all'economia e danneggia le stesse imprese». Emiliano Brancaccio, docente di Economia Politica all'Università del Sannio, critica il manifesto in cinque punti lanciato a Firenze da Emma Marcegaglia.La situazione economica dell'Italia resta grave. Lo spread tra Btp e Bund ha di nuovo superato i 400 punti, le stime di crescita sono state riviste al ribasso. In questo contesto, la Confindustria ha lanciato un "manifesto" per «salvare l'Italia» con al primo punto la riduzione della spesa pensionistica. E' questa la strada per far riprendere al paese il cammino per lo sviluppo?
Assolutamente no. Dal punto di vista degli interessi specifici dei lavoratori, il manifesto di Confindustria è contestabile per più aspetti. In primo luogo, perché suggerisce di intervenire in termini ancora più drastici sulla previdenza, con rinvii ulteriori dell'età di pensionamento. Teniamo presente, tanto per fare un esempio, che con le norme già vigenti le lavoratrici dipendenti tra 20 anni andranno in pensione oltre i 68 anni. Per Confindustria questa transizione va accelerata, con la giustificazione che la spesa previdenziale italiana sarebbe di 2,5 punti sopra la media Ocse. Ma si tratta di un calcolo discutibile, perché basti pensare che da noi i prepensionamenti sono conteggiati nella previdenza, mentre in molti altri paesi vengono inseriti nel bilancio statale come interventi anticrisi o di politica industriale. Per ridurre l'Irap sulle imprese e l'Irpef per i lavoratori, gli industriali propongono alcune misure di lotta all'evasione e una patrimoniale ordinaria sulla ricchezza. E su questo si può ragionare. Poi però propongono anche un ulteriore aumento dell'Iva. E questo non va bene. Perché l'Iva è un'imposta che ricade su una larghissima varietà di beni di consumo e quindi colpisce in modo pressoché indiscriminato consumatori ricchi e consumatori poveri. Ma il manifesto di Confindustria non funziona neanche dal punto di vista della logica del capitale. Vedo una lettura antiquata dei problemi, una sorta di adesione inerziale al liberismo ormai superata dai fatti.
E' "antiquato" parlare di liberalizzazioni, privatizzazioni e tempi rapidi per le grandi opere?
Parlare oggi di privatizzazioni con valori del capitale così bassi a causa della crisi, significa di fatto aderire a una logica speculativa. Perché a trarne beneficio non sarà il bilancio dello Stato ma soltanto coloro che potranno fare affari a prezzi scontati. Per quanto riguarda le liberalizzazioni, si dice che queste riducono i prezzi. Affermazione apodittica che non trova riscontri convincenti nella letteratura scientifica. Infine Confindustria chiede procedure più rapide per facilitare il coinvolgimento dei capitali privati nelle grandi opere. Ma si dimentica che in Italia c'è un gigantesco problema di reti, di trasporto e di servizi. Cioè beni pubblici in senso tecnico, che danno benefici anche alle imprese ma non generano profitti diretti. Quella di Confindustria è perciò una posizione miope dal punto di vista degli interessi nazionali e degli interessi delle stesse imprese.
Se questo non è il terreno giusto, allora dove si gioca la sfida per il futuro dell'Italia?
A me sembra grave che non sia presente nel manifesto di Confindustria nessun discorso sulla domanda effettiva, sul fatto cioè che ormai non si trovano più sbocchi per la produzione. La crisi del debito viene tutta da qui. Un punto che solleva problemi anche nel mondo imprenditoriale. Confindustria avrebbe dovuto mettere al primo punto del suo manifesto che l'attuale assetto della zona euro, per come è configurato, è insostenibile. E che occorre un motore interno dello sviluppo economico europeo, altrimenti in questa Europa è impossibile restarci. E ce ne accorgeremo. Se si vuole salvare l'unità europea, la Bce deve finanziare direttamente l'investimento pubblico, l'unico modo per far sì che dall'interno dell'Europa si attivi un volano della crescita che risolva anche la crisi del debito. Perché mi risulta che i debiti non si pagano se non si crea produzione e non si crea reddito. Dopodiché ha ragione Tremonti quando dice che molto dipende dalla Germania. Non è vero che i tedeschi sono i bravi della situazione e noi cattivi. Lo sviluppo economico della Germania in questi anni è dipeso dalla disponibilità dei paesi oggi sotto accusa a importare merci tedesche più di quante questi stessi paesi ne abbiano esportate in Germania. Chiarirei anche un'altra cosa. Se qualcuno in Italia e in Europa spera che la domanda di merci possa venire dalla Cina, se lo scordi. Perché la linea dei cinesi è di importare comunque meno di quanto esportino.
A proposito di finanziamenti europei, non è che in Italia l'esperienza dei fondi Fas sia stata sempre positiva. Le risorse comunitare da noi vengono spesso utilizzate poco e male.
Mi risulta tuttavia che il risultato netto di bilancio sia di avanzo primario. Voglio dire che quando lo Stato spende, alla fine eroga meno di quello che prende come entrate fiscali, al netto del pagamento degli interessi sul debito. Per quanto riguarda gli sprechi, il "mangia mangia", le clientele, la storia insegna che più si contrae il bilancio pubblico e più, in proporzione, aumenta la quota di clientela. Perchè a quel punto le poche risorse disponibili non vengono più utilizzate dai politici anche per realizzare opere di interesse pubblico ma solo per garantire la propria filiera di consenso.
Fonte: Contro la crisi
sabato 24 settembre 2011
Le 5 mosse della Confindustria della Marcegaglia
Ecco le 5 miracolose misure che la Confindustria ritiene fondamentali per uscire dalla crisi:1) Pensioni: interventi su anzianità e donne (solito mantra)
La spesa previdenziale italiana è il 2,5% più alta rispetto alla media Ocse (ecco le percentuali che piacciono ai padroni). Bisogna quindi accelerare l’eliminazione delle pensioni di anzianità (produci – consuma -crepa) e aumentare rapidamente (schnell! schnell!) l’età in cui si va in pensione, oltre ad intervenire sulla pensione delle donne (da bravi illuministi!)
2) Via alle dismissioni dei beni dello Stato
Al secondo punto del Manifesto le dismissioni dei beni dello Stato, immobiliari e di società (svendere spiagge e montagne su cui edificare con gusto classico, regalare musei per farci i “meeting”, fagocitare aziende statali in attivo). Una decisione che va presa non solo, ha detto la Marcegaglia, per ridurre il debito (da quando regalando un bene si diventa meno indebitati?), ma anche per comprimere il confine «troppo dilatato» dello Stato nell’economia (non è quello stesso Stato che deve “aiutare” le imprese con stanziamenti a fondo perduto?).
3) Liberalizzare professioni e servizi
Tutte le professioni dovranno essere liberalizzate (il ritorno dell’homo sapiens alla giungla?) . Bisognerà intervenire anche sui servizi pubblici locali con privatizzazioni e liberalizzazioni, dall’energia, ai trasporti, al gas, per ridurre i prezzi ai cittadini (quando mai le privatizzazioni hanno abbassato i costi per i cittadini?) e ampliare il mercato.
4) Tempi rapidi per le grandi opere
Sul capitolo delle infrastrutture (fondamentali come la TAV e il ponte sullo Stretto) si punta a rendere più veloci i tempi di realizzazione sollecitando procedure d’urgenza per superare gli ostacoli burocratici (non rompete i coglioni con la sismicità dello Stretto di Messina). L’obiettivo è anche quello di coinvolgere i capitali privati (perché fino ad ora sono rimasti a digiuno?)
5) Ridurre le tasse a lavoratori e imprese
Ridurre l’Irap sulle imprese e l’Irpef per i lavoratori (di quanto?). Per trovare le risorse Confindustria è disposta a discutere di un aumento dell’Iva (che colpisce tutti), una piccola patrimoniale ordinaria (giusto giusto per la casa di proprietà dei lavoratori), mettendo nell’Irpef la ricchezza personale (quella che i padroni intestano alla nonna con l’Alzheimer residente ad Antigua). Altra misura, che servirebbe a combattere l’evasione, limitare l’uso del contante a 500 euro (una mossa che di certo terrorizzerà chi evade sportivamente)
venerdì 23 settembre 2011
Nuova manovra economica: uccidere i disoccupati
"Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi Dio, fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte. Dio di misericordia il tuo bel Paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso per quelli che han vissuto con la coscienza pura l'inferno esiste solo per chi ne ha paura" (De Andrè)In questi ultimi anni, ma soprattutto negli ultimi mesi, siamo sommersi da analisi di economisti liberali che sono delle vere e proprie trame da film horror. Le loro ricette per tentare di sistemare le falle del loro sistema sono orrori che uccidono, non solo moralmente, delle intere generazioni. Noi siamo persone rinchiuse nello zoo del sistema, ma per la politica e l'economia siamo dei numeri, delle merci da usare e gettare per i loro profitti. Credo sia questo una delle radici di un disagio sociale tragico che solo per un'inefficente risposta politica si riversa nella ribellione non organizzata o apatia sociale. Diverse volte ho parlato delle morti sul lavoro. Inutile ricordare che noi interinali veniamo sbattuti spesso in catena di montaggio senza le minime misure di sicurezza. Nonostante la crisi economica e di conseguenza una riduzione del lavoro, i morti sul lavoro non diminuiscono.
Dall'inizio dell'anno ci sono stati 474 morti per infortuni sui luoghi di lavoro, ma si arriva a contarne oltre 800 se si aggiungono i lavoratori deceduti sulle strade e in itinere. Erano 408 sui luoghi di lavoro il 20 settembre del 2010, l'aumento e' del 14%.
La tragedia in Europa, nel Mondo e in Italia
Io però oggi vorrei dare maggior risalto ad un'altra tipologia di morte bianca: il suicidio. So di quel che parlo, e penso che solo noi reietti possiamo appieno comprendere il disagio sociale e la sofferenza interiore causata dal sistema. Non tutti forse comprenderanno quel che dico, ma i suicidi causati dagli effetti della crisi economica sono a tutti gli effetti morti bianche. Pochi sottolineano queste tragedie in aumento sostanziale in Europa, i media censurano o marginano le notizie a riguardo per un motivo semplice. Un suicidio causato dalla crisi del sistema capitalista è una crudele e selvaggia conseguenza della mancanza di una giustizia sociale, è una critica tragica della nostra società che considera merci gli essere umani.
Per capire meglio l'enormità della tragedia sono costretto ad ubriacarvi coi numeri.
Nell’Unione Europea, secondo un rapporto della Commissione europea, ogni anno ci sono circa 58mila suicidi, contro 50mila vittime di incidenti automobilistici e 5mila omicidi. Il suicidio è quindi la principale causa di morte in Europa, sorpresi?
Il fenomeno è in netto aumento tra le nuove generazioni. Secondo uno studio pubblicato nel 2009 su The Lancet, in Europa per ogni incremento del 3% della disoccupazione, crescono del 30% le morti dovute a eccesso di alcool e aumenta di quasi il 5% il tasso dei suicidi. Ecco il prezzo della depressione economica.
La Grecia è la nazione europea che sta più soffrendo la crisi economica, anche se l'Italia, insieme a Spagna, Portogallo, ecc inevitabilmente presto gli faranno spiacevolmente compagnia. Per questo motivo pubblicando i loro dati in realtà sto pubblicando la prospettiva futura di diverse nazioni.
I dati ufficiali del ministero della Salute ellenico, mostrano un aumento del 40% dei suicidi nei primi cinque mesi dell’anno in corso, rispetto allo stesso periodo del precedente anno. Ripeto: aumento del 40%. Cifre che terrorizzano, tragedie provenienti dai bassifondi della popolazione continuamente ignorate dall'informazione.
Gli effetti della crisi economica hanno caratterizzato l’ondata di suicidi anche in uno dei paesi più ricchi del mondo. In Giappone che nel 2009 ha registrato più di 32.000 casi. Secondo i dati definitivi presentati a Tokyo dalla polizia nazionale, il numero di suicidi lo scorso anno si è attestato a 32.845 casi, con un incremento dell’1,85% sul 2008. Le morti volontarie direttamente legate alla perdita del posto di lavoro sono schizzate del 65,3%, a 1.071 casi.
In Italia il tasso di disoccupazione giovanile sta sfiorando il 30%. La quota è in aumento di oltre 9 punti percentuali rispetto all'inizio della crisi, nel 2007, quando la disoccupazione giovanile era il 20,3%. E' un dato in sensibile aumento che sprigiona la disillusione verso questa società. C'è da sottolineare che la quasi totalità dei "fortunati" giovani che hanno un lavoro sono precari e con salari bassissimi con diritti spesso assenti. A caratterizzare il fenomeno nel 2009 è senza dubbio il suo forte legame con la crisi economico-occupazionale: Sono stati 2.986 i suicidi commessi in Italia nel corso del 2009, con un aumento del 5,6% rispetto all'anno precedente. Sono stati infatti 357 i suicidi compiuti da disoccupati nel 2009, con una crescita del 37,3% rispetto ai 260 casi del 2008 generalmente compiuti da persone espulse dal mercato del lavoro (272 in valori assoluti, pari al 76%, a fronte di 85 casi di persone in cerca di prima occupazione).
I dati ed i numeri non devono e non possono spiegare l'emotività e svelare tutta la tragedia che nascondono. Il principio del problema nasce anche da qui: per il sistema siamo solo numeri. La politica e le istituzioni, oltre alle buone e false frasi di circostanza, non agiscono contro questo disagio sociale, lo accrescono. Non possono neanche comprendere il crollo personale di uomini che faticano ad arrivare alla fine del mese. Uomini che si vergognano e si sentono falliti nel non portare a casa una pagnotta per sè e famiglia. La disperazione della disoccupazione, la disillusione di un cambiamento positivo, la rabbia verso un sistema ostile che combatte contro di noi una guerra sociale. Tutto questo sfocia nei suicidi dei più deboli che distruggono intere famiglie tra l'indifferenza dello stato. Il capitalismo dal volto omicida è da fermare. Troppe chiacchiere sono inutili. Servirebbe agire con forza, costruire un polo anticapitalista forte e compatto e combattere questa guerra contro il sistema. La crisi la stiamo pagando noi, anche oltre il limite, con il sangue e le vite strozzate.
"Anche l'uomo più sano e più sereno può risolversi per il suicidio, quando l'enormità dei dolori e della sventura che si avanza inevitabile sopraffà il terrore della morte." (Arthur Schopenhauer)
Andrea 'Perno' Salutari
Fonte: Patria del ribelle
mercoledì 21 settembre 2011
Rosi Bindi contro i comunisti nel Nuovo Ulivo
"Ferrero e Diliberto fuori del nostro Ulivo" di Tommaso Labate su il RiformistaRosy Bindi lo dice chiaro e tondo: «Il progetto del Nuovo Ulivo non prevede né Ferrero né Diliberto».
Il presidente dell'Assemblea nazionale del Pd, intervistata dal Riformista, risponde alle osservazioni che Sergio Chiamparino e Nichi Vendola hanno rivolto all'idea neo-ulivista che sta a cuore alla maggioranza del partito.
«Assomiglia troppo all'Unione», dice Chiamparino.
A questo punto dobbiamo dare delle risposte. Non solo a chi tira fuori queste falsità, a chi disegna la nostra caricatura al solo scopo di marcare le proprie distinzioni. L'idea dell'Ulivo evoca una stagione in cui non solo mobilitammo quei milioni di elettori che ci consentirono di andare al governo. Ricordo a tutti che, all'epoca del primo Prodi, centinaia di migliaia di cittadini si costituirono in comitati per lavorare a quell'impresa. Fu una stagione politica innovativa, altro che Unione.
E l'idea di allearsi con Diliberto e Ferrero?
Non esiste l'ipotesi di averli al nostro fianco per la costruzione di un'alleanza di governo. Ma allo stesso tempo, vorrei ricordarlo sia a Vendola che a Chiamparino, il bipolarismo impone non solo la costruzione di un'alleanza omogenea e il più larga possibile. C'è di più: dobbiamo fare in modo che tutti quelli che stanno nella nostra metà del campo siano utili e non nocivi per la vittoria.
Detto in soldoni, quali partiti immagina all'interno del Nuovo Ulivo?
Sicuramente il Pd, l'Italia dei valori, Sinistra e libertà, quindi Verdi e Socialisti. Come vede, nell'elenco, non ho inserito Rifondazione Comunista. Però dobbiamo stare attenti: alle elezioni si gioca per vincere, per cui non possiamo trascurare le tattiche elettorali. Guardi le ultime regionali, In Piemonte, dove abbiamo fatto gli schizzinosi, abbiamo perso. In Liguria, dove siamo riusciti a neutralizzare Grillo senza esserci alleati con lui, ce l'abbiamo fatta.
Nel frattempo Chiamparino ha smentito il ticket. E Vendola, intervistato dal Mattino, ha paragonato il Nuovo Ulivo a un patto tra mediocri.Sulle promesse di Chiamparino staremo a vedere. Quello di Vendola, invece, è un insulto. Nichi ci ha chiesto le primarie e noi gli abbiamo detto che le facciamo. Ora però lui non può annunciare la sua discesa in campo e poi non avere rispetto per quello che propongono gli alleati. Non vorrei che dietro la richiesta di primarie, arrivata nel momento in cui c'è ancora un governo in carica, si nasconda la volontà di dettare l'agenda al Pd per cambiare il volto del centrosinistra.
Dica la verità, onorevole. Lei non ha mai pensato di candidarsi per la premiership alle prossime primarie?
Leggo che Chiamparino vuole il cambio della norma dello statuto secondo cui il segretario è il candidato premier del Pd. Ma Bersani si candida a prescindere da quella norma. E io lo sosterrò perché, più di altri, ha il profilo dell'uomo di governo. Se poi Pier Luigi non dovesse scendere in campo, cosa che io non mi auguro, dovrebbe riformulare la domanda.
Dentro il Pd c'è chi pensa che, dietro le polemiche sulla contestazione a Bonanni, ci sia la volontà di mettere in un angolo il partito. Lei è d'accordo?
Anche il Pd è stato vittima di questa intimidazione.
«Aggressione costruita a tavolino», ha detto ieri il leader della Cisl.
Ripeto: il prezzo di quanto è accaduto alla nostra festa lo stiamo pagando anche noi. Per quanto mi riguarda, e mi riferisco alle accuse della maggioranza, non accetto lezioni che arrivano da coloro che stavano preparando la contestazione a Mirabello ai danni di Fini. Né va dimenticato che le forze politiche fondative del Pd sono quelle che hanno pagato i prezzi più alti negli anni in cui si faceva ricorso alla violenza politica e al terrorismo.
Le sue previsioni sulla durata del governo?
Non ci sarà il voto in autunno, ormai. Al contrario, ci sarà un governo autunnale. In ogni caso la maggioranza non c'è più. Per questo dobbiamo stare comunque pronti. Cercando di costruire l'alternativa e facendo un'opposizione molto forte. Naturalmente noi, che siamo rispettosi delle prerogative del Presidente della Repubblica, non possiamo immaginare scenari alternativi. La parola a un certo punto passerà al Quirinale.
Lo spettro di un governo Tremonti è ancora all'orizzonte?
Se voglio e possono, che facciano pure.
Anche dentro il suo partito c'è chi potrebbe...
Su questo il partito non ha ancora stabilito una linea ufficiale perché, ovviamente, non ce n'è alcun bisogno. Fatta questa premessa, io rimango contraria all'ipotesi di dare il sostegno a qualsiasi esecutivo guidato dal ministro dell'Economia.
Fonte: Il Riformista
SE CADE BERLUSCONI: NUOVO GOVERNO O ELEZIONI ANTICIPATE ?
Ormai il fronte berlusconiano sta franando, il fatto che Confindustria, le agenzie di raiting, la Merkel, stiano portando colpi durissimi al governo sta aprendo delle breccie fra i sostenitori di Berlusconi, anche fra coloro considerati più fedeli.Io non credo che ormai il governo durerà molto. Stavolta siamo alle battute finali. A me non interessa ora discutere perché, quali interessi abbiano i poteri forti italiani e internazionali nel volersi sbarazzare di Berlusconi. Mi sembra evidente che lo considerano ormai non credibile per produrre una politica di duri sacrifici per la popolazione, senza spaccare verticalmente il Paese. Ciò che mi interessa capire, perché da ciò dipendono tante cose per la sinistra e i comunisti, è se si andrà ad un nuovo governo (tecnico e/o delle larghe intese) oppure alle elezioni anticipate.
Anche dalle defezioni che il governo comincia ad avere al suo interno e soprattutto dalle intenzioni che hanno i poteri forti come Confindustra, io credo che non si andrà ad elezioni anticipate e si andrà invece ad un nuovo governo tentando una operazione chirurgica di estrarre il bubbone di Berlusconi, mantenendo quanto possibile della vecchia maggioranza, costruendo il nuovo governo mettendo assieme la vecchia maggioranza senza Berlusconi e le opposizioni democratiche e costruttive (cioè Terzo Polo e Pd). Questo per avere un governo quanto più centrista, col Pd in posizione quanto più subalterna. Perché i poteri forti italiani e internazionali hanno bisogno di tempo, almeno di un anno di governo moderato per costruire una nuova leadeship moderata, centrista e assolutamente affidabile e senza sbavature per vincere le elezioni del 2013 e poter poi fare con tranquillità, con un ampio coinvolgimento politico, senza lo scontro che generava il personaggio Berlusconi non più credibile, e con la concertazione sindacale, le politiche iperliberiste e antipopolari che servono per affrontare la crisi facendola pagare ai lavoratori e al popolo.
Se è così, la domanda che per noi si pone è: che farà Sel ? Io non credo che possa appoggiare un simile governo e quindi si dovrà porre finalmente il problema di costruire una sinistra ampia di opposizione politica e sociale in stretto raccordo con i pezzi di sindacalismo di classe, la Fiom, la sinistra Cgil e i sindacati di base, abbandonando l’idea sbagliata di ricostruire o rifondare il centro-sinistra.
Se dunque si va, come credo più probabile, ad un governo tecnico e/o di larghe intese, si determina paradossalmente e finalmente la situazione migliore per unire tutta la sinistra a sinistra del Pd e per unirla non su governismi fuori dal mondo ma sulla costruzione dell’opposizione politica e sociale contro la crisi (e le guerre).
Io penso che noi comunisti, comunque collocati, non solo non dobbiamo avere alcuna riserva su un processo del genere, ma anzi dobbiamo essere i protagonisti principali della costruzione di questa ampia sinistra unita, da Sel fino ai raggruppamenti anticapitalisti alla nostra sinistra disponibili, passando per la Fds, senza discriminazione alcuna, anzi battendoci affinchè vengano superati vecchi rancori e risentimenti. Si tratterà di costruire un movimento unitario, una organizzazione, una aggregazione di sinistra che sia contemporaneamente quanto più coordinata e unita ma anche quanto più rispettosa delle diverse identità e autonomie delle singole organizzazioni che ne faranno parte. Quindi non un nuovo partito, ma meglio sarebbe un aggregato politico-sociale con la presenza di partiti, componenti sindacali, movimenti, e con una diramazione territoriale simile a quella dei Social Forum del movimento No global, per favorire il protagonismo dal basso. All’interno di questa nuova, ampia sinistra ci porremo da comunisti il problema di come unirci e coordinarci su alcuni punti comuni specifici più avanzati (per esempio il No alla Nato e alla Unione Europea, l’anticapitalismo e l’antimperialismo, la lotta per costruire un sindacalismo di classe unito e coordinato fra Fiom, sinistra Cgil e sindacati di base) su cui tentare con grande spirito unitario, senza saccenze e settarismi, di portare l’insieme della sinistra.
Se si ritrova il cammino dell’unità della sinistra e dei comunisti, nella lotta e nell’opposizione alla crisi e alle guerre, nella indipendenza dai due schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra non a caso uniti nello stesso governo, ci sono tutte le condizioni per suscitare nuova passione militante, per ricostruire un rapporto di fiducia col popolo di sinistra, per crescere elettoralmente in modo consistente, per guardare con meno pessimismo al futuro della situazione italiana.
Leonardo Masella, 21 settembre 2011
martedì 20 settembre 2011
ASSEMBLEA CITTADINA "DOBBIAMO FERMARLI -TORINO"
Lo sciopero generale è indispensabile, ma non sufficiente: dal patto sociale all'opposizione socialeGIOVEDI' 22 SETTEMBRE 2011
ASSEMBLEA CITTADINA "DOBBIAMO FERMARLI -TORINO"
ORE 21 PRESSO LA SALA DELLA CIRCOSCRIZIONE DI CORSO BELGIO 91
...
Di seguito l'appello torinese
Già 1463 fra militanti sindacali, dirigenti e delegati sia della Fiom e delle altre categorie della Cgil, sia del sindacalismo di base, di tutte le principali aziende del paese – a partire dalla Fiat e dalla Fincantieri – e militanti del movimento ambientalista, no Tav, intellettuali e scrittori, professori universitari, hanno aderito all’appello “Dobbiamo fermarli”.
Trovate l'appello alla pagina:
http://sites.google.com/site/appellodobbiamofermarli/
per firmarlo:
appello.dobbiamofermarli@gmail.com
Questo appello lancia 5 punti di politica economica sociale e democratica alternativi, sia alle scelte sinora attuate dai governi di centrodestra, ma anche a quelle dei governi di centrosinistra e, più in generale, alle decisioni dei governi delle banche europei:
1. Non pagare il debito. Bisogna colpire a fondo la speculazione finanziaria e il potere bancario.
2. Drastico taglio alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra. Dalla Libia all’Afghanistan.
3. Giustizia e diritti per tutto il mondo del lavoro. Abolizione di tutte le leggi sul precariato, riaffermazione al contratto a tempo indeterminato e della tutela universale garantita da un contratto nazionale inderogabile.
4. I beni comuni per un nuovo modello di sviluppo. Occorre partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, ecologicamente compatibile.
5. Una rivoluzione per la democrazia. Bisogna partire dalla lotta a fondo alla corruzione e a tutti i privilegi di casta, per riconquistare il diritto a decidere e a partecipare affermando ed estendendo i diritti garantiti dalla Costituzione.
L’appello si propone di costruire un fronte comune contro il governo unico delle banche, che impone le stesse misure antisociali in tutti i Paesi. L’appello è quindi contrario alla politica di unità nazionale, che da più parti viene sostenuta, da forze di Governo e di opposizione, imprenditoriali ed anche sindacali, nonché dal capo dello stato Giorgio Napolitano, e propone invece un’alternativa radicale che colpisca gli interessi della finanza e delle banche in primo luogo, e che ristabilisca eguaglianza e diritti.
Questo appello propone e prepara un autunno di lotte insieme a tutte le mobilitazioni europee che si stanno lanciando e annuncia già che il 15 ottobre si scenderà in piazza accanto agli indignados spagnoli e greci, a tutti coloro che lottano contro l’Europa delle banche e della finanza, dopo lo sciopero generale del 6 settembre scorso. Uno sciopero generale tempestivo ed indispensabile, ma insufficiente se non inserito dentro un percorso di opposizione sociale che punti a battere gli attacchi neo-liberisti da una parte e le tentazioni di patto sociale dall'altra.
L’appuntamento a Roma è per il 1° ottobre per una grande assemblea che lanci, anche in Italia, un movimento sociale e politico alternativo al governo unico della finanza e delle banche.
Molte sono le adesioni arrivate da Torino, pensiamo sia necessario e utile avviare un percorso che ci porti alla assemblea di Roma con proposte unitarie e condivise fra i promotori dell'appello e fra tutt* coloro che ne condividono merito e spirito. Dobbiamo uscire non solo dalla frammentazione e dal settarismo, ideologico o di appartenenza politica e sindacale, ma anche da un certa nostra sottocultura politica, in base alla quale spesso subordiniamo le mobilitazioni per la difesa dei nostri "beni comuni" (lavoro, reddito, servizi, ambiente, salute, ecc.) a interessi di "bottega". La gravità della fase in corso, caratterizzata dalle due manovre finanziarie del governo Berlusconi e dall'accordo interconfederale del 28 giugno sulla democrazia e la rappresentanza, deve imporci un cambio di passo e mentalità, improntato alla tempestività della mobilitazione e alla massima apertura sul terreno della difesa degli interessi di classe e dell'opposizione alle politiche della BCE e del governo italiano.
Per questo proponiamo di incontrarci giovedì 22 settembre, alle ore 21, presso la Sala della Circoscrizione di Corso Belgio 91, per discutere insieme:
Il contributo che come realtà torinese possiamo portare all’assemblea del 1° ottobre a Roma, ed un piano di iniziative che ci portino alla Giornata del 15 e oltre
L'organizzazione della trasferta a Roma
Il Gruppo promotore di Torino
15 settembre 2011, un giorno nero per la democrazia italiana
Con la firma del Presidente della Repubblica sono diventati veramente operativi i decreti che incorporano la manovra voluta dal Governo e approvata dal Parlamento. E’ un giorno nero per la democrazia italiana e non solo perché questa manovra produrrà drammatici tagli sociali, aumenterà la disoccupazione, aggraverà tutta la condizione economica del paese senza minimamente porre rimedio alla speculazione sul debito. Ma anche perché questa manovra contiene gravissime violazioni di principi fondamentali della nostra ostituzione.
Con la parte del decreto che riguarda le liberalizzazioni e le privatizzazioni si è completamente ignorato il risultato del referendum di giugno. Sostanzialmente il decreto Ronchi sulla privatizzazione dei beni comuni viene ripristinato, alla faccia del pronunciamento dei cittadini. Per quanto riguarda il lavoro c’è poi il famigerato articolo 8, che la Camera ha votato di rivedere, ma che intanto diventa pienamente operativo. I contratti in deroga potranno stabilire contratti e legislazioni diverse da quelle della Repubblica italiana, nel nome della competitività e della produttività.
E’ la cancellazione di tutti gli articoli sociali della Costituzione e la soppressione, prima ancora che il Parlamento lo abbia deciso, dell’articolo 41 della nostra Carta.
E’ vero che la raccomandazione della Camera chiede di trovare una soluzione che attenui la portata liberticida di quel decreto, riconducendo tutta la materia all’accordo del 28 giugno. Ma intanto il decreto c’è e l’amministratore delegato della Fiat, Marchionne, prima di scontrarsi con i sindacati americani, ne ha apprezzato il rigore e la chiarezza. Il confronto fra le parti sociali dovrebbe quindi correggere l’articolo 8 , avvicinandolo al già disastroso accordo del 28 giugno, con la spada di Damocle della legge già approvata e del ricatto della Fiat e di chiunque sia interessato a distruggere i diritti del lavoro.
Duole che il capo dello Stato abbia ignorato gli appelli a lui rivolti perché i commi anticostituzionali venissero rinviati alle Camere, mentre l’ufficio stampa della Presidenza della repubblica ha espressamente polemizzato con chi faceva richieste in tal senso, a partire dal segretario generale della Fiom. A chi si deve rivolgere, in Italia, chi crede che una legge violi brutalmente la Costituzione? A un Parlamento che ha votato a maggioranza che Rubi è effettivamente la nipote di Mubarak? No. E’ evidente che in quella sede i dubbi di costituzionalità non possono trovare soluzione. E’ quindi sacrosanto rivolgersi alla più alta carica dello Stato, quando si vedono messi in discussione diritti fondamentali. Ed è un sacrosanto diritto anche criticare la Presidenza della Repubblica quando ignora queste richieste. Che per rassicurare i mercati si debba così tranquillamente soprassedere a principi fondamentali della nostra Costituzione, è un ulteriore segno della crisi della nostra democrazia.
di Giorgio Cremaschi, 15 settembre 2011
Con la parte del decreto che riguarda le liberalizzazioni e le privatizzazioni si è completamente ignorato il risultato del referendum di giugno. Sostanzialmente il decreto Ronchi sulla privatizzazione dei beni comuni viene ripristinato, alla faccia del pronunciamento dei cittadini. Per quanto riguarda il lavoro c’è poi il famigerato articolo 8, che la Camera ha votato di rivedere, ma che intanto diventa pienamente operativo. I contratti in deroga potranno stabilire contratti e legislazioni diverse da quelle della Repubblica italiana, nel nome della competitività e della produttività.
E’ la cancellazione di tutti gli articoli sociali della Costituzione e la soppressione, prima ancora che il Parlamento lo abbia deciso, dell’articolo 41 della nostra Carta.
E’ vero che la raccomandazione della Camera chiede di trovare una soluzione che attenui la portata liberticida di quel decreto, riconducendo tutta la materia all’accordo del 28 giugno. Ma intanto il decreto c’è e l’amministratore delegato della Fiat, Marchionne, prima di scontrarsi con i sindacati americani, ne ha apprezzato il rigore e la chiarezza. Il confronto fra le parti sociali dovrebbe quindi correggere l’articolo 8 , avvicinandolo al già disastroso accordo del 28 giugno, con la spada di Damocle della legge già approvata e del ricatto della Fiat e di chiunque sia interessato a distruggere i diritti del lavoro.
Duole che il capo dello Stato abbia ignorato gli appelli a lui rivolti perché i commi anticostituzionali venissero rinviati alle Camere, mentre l’ufficio stampa della Presidenza della repubblica ha espressamente polemizzato con chi faceva richieste in tal senso, a partire dal segretario generale della Fiom. A chi si deve rivolgere, in Italia, chi crede che una legge violi brutalmente la Costituzione? A un Parlamento che ha votato a maggioranza che Rubi è effettivamente la nipote di Mubarak? No. E’ evidente che in quella sede i dubbi di costituzionalità non possono trovare soluzione. E’ quindi sacrosanto rivolgersi alla più alta carica dello Stato, quando si vedono messi in discussione diritti fondamentali. Ed è un sacrosanto diritto anche criticare la Presidenza della Repubblica quando ignora queste richieste. Che per rassicurare i mercati si debba così tranquillamente soprassedere a principi fondamentali della nostra Costituzione, è un ulteriore segno della crisi della nostra democrazia.
di Giorgio Cremaschi, 15 settembre 2011
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