sabato 24 settembre 2011

Ecco il “No Tav Tour”: in Val di Susa si punta sulla non violenza per rafforzare il consenso

Un giro a tappe nelle principali città italiane per spiegare le ragioni della valle, senza mollare la protesta simbolica davanti al cantiere: la svolta pacifista del movimento decisa nel raduno di ieri a Villarfocchiardo.
Il leader Alberto Perino: "Tirar pietre è stato un errore"

Un ‘No Tav Tour’ nelle principali città italiane, per spiegare le ragioni della Valle, senza mollare la presa sul “cantiere”. Dopo un’estate trascorsa tra proteste e scontri, il popolo No Tav ha inaugurato una nuova stagione di mobilitazioni all’insegna dello stop ai lanci di pietre e a ogni tipo di violenza. Riunito ieri a Villarfocchiardo, il movimento ha deciso di voltare pagina e rafforzare il consenso nel Paese. “Dobbiamo far capire che la nostra lotta si intreccia al malcontento generato dalla crisi economica – ha spiegato Alberto Perino, leader riconosciuto del movimento – Abbiamo ragioni comuni e la stessa rabbia”. Il tour lungo lo stivale partirà a metà ottobre e durerà un mese, cercando di creare nuove ‘alleanze’ sul territorio.

“Dobbiamo mostrarci allegri e non aver paura, anche così si resiste” ha detto un’attivista al microfono, con in mano un sacchetto contenente compresse di Maalox, cerotti e bende e la scritta “armi di distruzione di massa”. Il riferimento è alle due donne arrestate durante gli scontri del 9 settembre scorso e recentemente rilasciate. Eppure il clima si fa ogni giorno più teso e aumentano i segni di nervosismo da parte delle forze dell’ordine. L’inverno è alle porte e i tempi di avvio dei lavori sono destinati ad allungarsi, visto che non sono state rispettate le scadenze e manca l’accordo Italia-Francia sulla ripartizione dei costi. Ieri, i parlamentari del Pd Stefano Esposito ed Emanuele Fiano (responsabile sicurezza del partito) hanno chiesto al ministro Maroni di garantire attrezzature adeguate agli agenti in vista del freddo e “dell’imminente allargamento del cantiere”. I due esponenti invocano poi l’istituzione di un sito nazionale di interesse strategico, che comporterebbe “un opportuno inasprimento delle pene nei confronti di eventuali assalitori del cantiere che potrebbero così venire immediatamente arrestati”.

“Tirare pietre è stato un errore, un autogol, ma quelle reti vanno tagliate”, ha detto Perino. Sul carattere della nuova strategia – nata nel coordinamento dei comitati cittadini – sembrano tutti d’accordo. Perfino Lele Rizzo, portavoce del centro sociale Askatasuna e promotore della “giornata del taglio”, secondo cui “dovremo essere in tanti, magari una domenica mattina, a volto scoperto e armati solo di cesoie”. Il diktat è uno solo: non ci dovranno essere atti di violenza, obbligatorio mantenere lo stesso autocontrollo dimostrato nella marcia da Giaglione a Chiomonte del 30 luglio scorso. Sulla riuscita e il carattere non violento della giornata, il movimento non ha alcun dubbio, tanto che intende invitare stampa e televisioni, chiamando ad esporsi anche personaggi in vista che hanno sostenuto pubblicamente la lotta dei valsusini.

Intanto, proseguono le iniziative in tutta la valle. Nel prossimo mese l’agenda è fittissima: teatro, musica, momenti di preghiera, cene di autofinanziamento, convegni, giornate sulla nonviolenza, partite a bocce e a carte davanti alle reti (anche di sera, perché i fari sono sempre accesi). E poi una due giorni per informare la cittadinanza, coinvolgendo il mondo della cultura. Nutrita sarà la partecipazione dei No Tav anche alla marcia per la pace Perugia-Assisi, dove per protesta non sfilerà il gonfalone della Regione Piemonte.

Abbas trionfa all'Onu. «È scoccata l'ora dello Stato di Palestina»

di Francesca Marretta

La standing ovation dei delegati alla 66esima Assemblea Generale dell'Onu che ha salutato il discorso del Presidente palestinese Mahmoud Abbas è un messaggio in chiaro: «E' scoccata l'ora dello Stato di Palestina». L'Assemblea ha ascoltato Abbas dire: «Abbiamo chiesto la piena adesione della Palestina entro i confini del 4 giugno del 1967 con Gerusalemme est capitale».

Parole accolte a Ramallah, Nablus, Hebron, Jenin e alla Porta di Damasco a Gerusalemme, dove migliaia di palestinesi hanno seguito il discorso del Presidente in diretta dai maxischermi, con boati di gioia. A Gaza si è esultato nei caffè, perché Hamas ha impedito ogni manifestazione di piazza. Con uno scatto d'orgoglio Abbas ha mostrato al mondo di avere il coraggio di andare avanti per la sua strada, pur nella consapevolezza del veto Usa. La richiesta di adesione alle Nazioni Unite è stata presentata al Segretario Generale Ban Ki-moon prima del discorso all'Assemblea dell'Onu. A New York, Barack Obama ha cercando in tutti i modi di dissuadere Abbas. Ora il leader americano dovrà prendersi la responsabilità, agli occhi del mondo, di andare controcorrente in un frangente storico in cui si inneggia alla libertà dei popoli nel mondo arabo. «Abbiamo tentato tutte le strade per la pace», ha esordito Abbas nel suo intervento all'Assemblea Generale, dicendo di essere sempre pronto a stendere la mano alla pace con Israele. A cui il Presidente palestinese ha attribuito la responsabilità per il fallimento dei negoziati di pace, accusandolo di cimentarsi in una «politica colonialista» verso gli arabi che si somma «all'occupazione militarizzata» dei Territori palestinesi. «Israele continua la sua campagna demolitrice e la sua pulizia etnica verso i palestinesi» ha detto Abu Mazen, sottolineando che tale aggressione non risparmia i «luoghi sacri» arabi.

Il Presidente palestinese ha chiarito che il suo discorso non intende «isolare o a delegittimare Israele», ma «delegittimare la sistematica colonizzazione» dei Territori palestinesi. «Dichiaro qui che l'Olp è pronto a tornare immediatamente al tavolo del negoziato» se cesseranno le «attività di insediamento» nei Territori occupati. Quando Abbas pronuncia il nome di Yasser Arafat, ricordando che nel già nel 1974 Abu Ammar si presentò davanti alla stessa Assemblea dicendo «non lasciate che i rami d'ulivo cadano dalle mie 
 braccia», scatta l'ovazione.

Abbas non avrà mai la statura di Arafat agli occhi dei palestinesi e del mondo. Ma ieri ha riscattato la sua immagine da uomo grigio, troppo spesso incline a non scontentare americani e israeliani, pur continuando a prendere schiaffi in faccia. Anche se gli Usa porranno il veto al Consiglio di Sicurezza i palestinesi avranno fatto un passo avanti. Si rivolgeranno all'Assemblea Generale per implementare il piano B, quello che richiama la proposta francese (già peraltro considerata dai palestinesi e in ambito Ue), di ottenere lo Status di osservatore all'Onu. Il Presidente francese Sarkozy propone che Abbas si impegni a non rivolgersi a organismi come la Corte penale internazionale contro Israele, in modo da far ripartire negoziati di pace, sponsorizzati stavolta dall'Europa, quasi all'unanimità favorevole alla concessione dello status di osservatore (come il Vaticano e la Svizzera) allo Stato di Palestina. A New York su questo punto Abbas ha però detto che per ora non vi sarà una ufficiale su quest'ultima soluzione che «va studiata». Secondo i sondaggi il 70 per cento degli israeliani è favorevole a vedere la nascita di uno Stato di Palestina. L'intervento di Netanyahu è seguito a quello di Abbas, Giappone e Buthan. Il premier israeliano ha detto di stendere la mano ai palestinesi per la pace. Poi ha detto: «Non sono venuto a prendere applausi, sono venuto a dire la verità e la verità è che Israele vuole la pace con i palestinesi», ma «i palestinesi vogliono uno Stato senza la pace».

Prima delle reazioni contrarie del governo israeliano al discorso di Abbas sono arrivate quelle di Hamas, secondo cui è un controsenso «contiene la richiesta di riconoscimento dello stato palestinese e al contempo il riconoscimento dello Stato israeliano» ed è una «mossa priva di contenuti».

Fonte: Liberazione

Gli sfrattati sbarcano in centro In tenda in piazza San Carlo

La protesta organizzata dallo Sportello casa del centro sociale il Gabrio: "Nel 2010 a Torino ci sono stati 3500 sfratti, il Comune ha messo a disposizione 200 case"

Gli sfrattati sbarcano in centro In tenda in piazza San Carlo Frattopoly, la tendopoli degli sfrattati
Una notte in tenda, nel salotto buono di Torino, per protestare contro gli sfratti. "Staremo qui fino alle prime ore del mattino per mostrare cosa succederà presto a quindici famiglie", annuncia Elisa, una degli attivisti dello Sportello per il diritto alla casa del centro sociale Gabrio. Ieri pomeriggio insieme ad alcune di queste famiglie si sono accampati in piazza San Carlo per far sentire la voce delle quaranta persone in emergenza abitativa che si sono rivolte allo sportello.

Tra di loro c'è Luana. "Lunedì sarò sfrattata", racconta la donna seduta insieme ad altre madri a uno dei quattro tavolini montati con tende e gazebo. "Ho chiesto aiuto all'ufficio emergenza abitativa e agli assistenti sociali. Ho bussato a tutte le porte, ma nessuno mi ha ascoltato". Lavora due ore al giorno come badante o come domestica, ha un marito, Daniel, disoccupato e cinque figli minorenni, ma non aveva il contratto di locazione e questo è sufficiente a negarle qualsiasi aiuto. Dopodomani finirà la proroga concessa dall'ufficiale giudiziario in seguito all'intervento degli attivisti e dovrà abbandonare la casa. Francesco ha ancora qualche giorno di tempo, ma non potrà più chiedere proroghe: "Ho già ottenuto quella massima di sei mesi", dice amaramente.
Sua moglie, il loro bambino e lui dovranno abbandonare l'appartamento il 30 settembre prossimo: "Ho perso il mio impiego e mia moglie lavora quattro ore e mezzo al giorno. Ci siamo rivolti all'ufficio emergenza abitativa, ma siamo stati scartati al volo. Lei prende poco più del minimo richiesto e quindi per il Comune siamo ricchi, anche se a fine mese, togliendo affitto e bollette, andiamo in rosso". Secondo i dati raccolti dallo Sportello per il diritto alla casa nel 2010 gli sfratti sono stati 3500, mentre le case messe a disposizione del Comune sono duecento. "A Torino ci sono moltissimi appartamenti dell'Atc che non sono stati assegnati perché hanno bisogno di manutenzione. Con poco si potrebbero mettere a disposizione", afferma Viola, incalzata da Elisa che suggerisce un'altra possibile soluzione: "Ci sono case sfitte che in questo momento di emergenza l'amministrazione comunale potrebbe requisire e mettere a disposizione con affitti calmierati o agevolazioni". La colpa di questa situazione? Amministratori politici, palazzinari e le banche. Per questo motivo si sono piazzati davanti alle finestre degli uffici di Intesa San Paolo: "La classe politica fa pagare alla gente il prezzo della crisi e tutela i profitti dei soliti. Ecco perché oggi non siamo di fronte ai palazzi delle istituzioni, ma vicini alle sedi della banche più ricche del territorio", sostengono i militanti del Gabrio. La protesta sembra quella degli indignados spagnoli, i dimostranti che si sono schierati contro le politiche messe in atto dagli istituti bancari. Come loro, hanno sistemato le tende in piazza, ma non si fermeranno a questo gesto simbolico.

Fonte: Repubblica.it

venerdì 23 settembre 2011

CACCIAMO BERLUSCONI ED IL GOVERNO UNICO DELLE BANCHE

Mi ricordo che, quando ero piccolo, mio cugino mi aveva “fatto entrare in testa” una canzone di Claudio Lolli, un motivetto che recitava così: “ Il nemico marcia sempre alla tua testa”. All'epoca non capivo il testo, e mia madre (stalinista convinta del PCI) mi raccontava che lui, mio cugino, era un estremista. Ripensavo a quella canzone proprio qualche giorno fa, mentre vedevo la tragedia in cui versava la nostra opposizione che accreditava il giudizio degli avvoltoi della speculazione di Standard & Poors nel dibattito politico italiano. Ripensavo a quel motivetto mentre vedevo ergersi niente meno che Emma Marcegaglia ( con l'avvallo anche dei sondaggi ) come la Giovanna d'Arco del fronte antiberlusconiano. La mattina dopo con una tempistica da far invidia, Cigl, Cisl e Uil firmavano il patto sociale. Siamo al punto che, Giorgio Napolitano deve decidere come e quando staccare la spina, con la magistratura che scalpita e con la borghesia italiana che freme. Berlusconi però, come Hitler nel Bunker di Berlino resiste fino alla fine, perchè ha capito che il suo destino rischia sempre più di essere simile a quello di Bettino Craxi. Quindi non cede: rinsalda le fila dei servi, e resiste come ha fatto ieri con il voto di Milanese alla camera. C'è insomma un problema nel passaggio di transizione che le classi dominanti italiane hanno in mente di portare avanti, si chiama Berlusconi-crisi, e la montante opposizione sociale che rischia d'incanalarsi anche contro di loro. Il tutto si gioca nel giro di poche settimane, e l'esito di questo non è per nulla scontato. Quello che penso è che in questo frangente il popolo dell'indignazione possa entrare in gioco e ribaltare la partita, cacciando Berlusconi, ma anche -direbbe Veltroni- “il nemico che marcia alla sua testa”. E' evidente che nel fronte anti berlusconiano ci sono forze che hanno più di un punto di contatto con le politiche di Tremonti. In Europa ad esempio moltissimi condividono l'impianto di Mastricht e non dicono una parola sullo sciagurato ruolo che ha assunto e continua ad assumere la BCE nella gestione della crisi per gerarchizzare l'Europa e manomettere i diritti dei lavoratori. A quanto è dato sapere ad esempio in molti, PD in testa, appoggiano l'inserimento del vincolo di bilancio in Costituzione. Qui, se non lo avete capito, con la scusa della crisi del debito ci fanno fare la fine della Grecia, e non conta il governo che verrà, perchè se si entra in questa logica non c'è alternativa ma continuità nell'alternanza.
Conta semmai che da oggi noi iniziamo a dire due cose che possono trovare un punto di caduta in una scadenza che apre un processo di contestazione permanente alle classi dominanti come quella del 15 ottobre:
la prima è che noi scendiamo in piazza per cacciare questo governo di servi delle banche che ha venduto il nostro paese all'austerity europea con la firma dell'Euro Plus Pact e che dalla piazza non andremo via fino a quando Berlusconi non se ne sarà andato; la seconda è che chiunque verrà troverà ancora questa forza indignata a dire che la crisi noi non vogliamo pagarla. Un messaggio chiaro da mandare al Governo unico delle banche, a Mario Draghi, alla Merkel, alla Marcegaglia e a chi pensa di utilizzare il bipolarismo in Italia per cambiare l'orchestra ma non la musica di fondo.

Piobbichi Francesco
controlacrisi.org

Nuova manovra economica: uccidere i disoccupati

"Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi Dio, fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte. Dio di misericordia il tuo bel Paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso per quelli che han vissuto con la coscienza pura l'inferno esiste solo per chi ne ha paura" (De Andrè)


In questi ultimi anni, ma soprattutto negli ultimi mesi, siamo sommersi da analisi di economisti liberali che sono delle vere e proprie trame da film horror. Le loro ricette per tentare di sistemare le falle del loro sistema sono orrori che uccidono, non solo moralmente, delle intere generazioni. Noi siamo persone rinchiuse nello zoo del sistema, ma per la politica e l'economia siamo dei numeri, delle merci da usare e gettare per i loro profitti. Credo sia questo una delle radici di un disagio sociale tragico che solo per un'inefficente risposta politica si riversa nella ribellione non organizzata o apatia sociale. Diverse volte ho parlato delle morti sul lavoro. Inutile ricordare che noi interinali veniamo sbattuti spesso in catena di montaggio senza le minime misure di sicurezza. Nonostante la crisi economica e di conseguenza una riduzione del lavoro, i morti sul lavoro non diminuiscono.
Dall'inizio dell'anno ci sono stati 474 morti per infortuni sui luoghi di lavoro, ma si arriva a contarne oltre 800 se si aggiungono i lavoratori deceduti sulle strade e in itinere. Erano 408 sui luoghi di lavoro il 20 settembre del 2010, l'aumento e' del 14%.

La tragedia in Europa, nel Mondo e in Italia
Io però oggi vorrei dare maggior risalto ad un'altra tipologia di morte bianca: il suicidio. So di quel che parlo, e penso che solo noi reietti  possiamo appieno comprendere il disagio sociale e la sofferenza interiore causata dal sistema. Non tutti forse comprenderanno quel che dico, ma i suicidi causati dagli effetti della crisi economica sono a tutti gli effetti morti bianche. Pochi sottolineano queste tragedie in aumento sostanziale in Europa, i media censurano o marginano le notizie a riguardo per un motivo semplice. Un suicidio causato dalla crisi del sistema capitalista è una crudele e selvaggia conseguenza della mancanza di una giustizia sociale, è una critica tragica della nostra società che considera merci gli essere umani.
Per capire meglio l'enormità della tragedia sono costretto ad ubriacarvi coi numeri.
Nell’Unione Europea, secondo un rapporto della Commissione europea, ogni anno ci sono circa 58mila suicidi, contro 50mila vittime di incidenti automobilistici e 5mila omicidi. Il suicidio è quindi la principale causa di morte in Europa, sorpresi?
Il fenomeno è in netto aumento tra le nuove generazioni. Secondo uno studio pubblicato nel 2009 su The Lancet, in Europa per ogni incremento del 3% della disoccupazione, crescono del 30% le morti dovute a eccesso di alcool e aumenta di quasi il 5% il tasso dei suicidi. Ecco il prezzo della depressione economica.

La Grecia è la nazione europea che sta più soffrendo la crisi economica, anche se l'Italia, insieme a Spagna, Portogallo, ecc inevitabilmente presto gli faranno spiacevolmente compagnia. Per questo motivo pubblicando i loro dati in realtà sto pubblicando la prospettiva futura di diverse nazioni.
I dati ufficiali del ministero della Salute ellenico, mostrano un aumento del 40% dei suicidi nei primi cinque mesi dell’anno in corso, rispetto allo stesso periodo del precedente anno. Ripeto: aumento del 40%. Cifre che terrorizzano, tragedie provenienti dai bassifondi della popolazione continuamente ignorate dall'informazione.

Gli effetti della crisi economica hanno caratterizzato l’ondata di suicidi anche in uno dei paesi più ricchi del mondo. In Giappone che nel 2009 ha registrato più di 32.000 casi. Secondo i dati definitivi presentati a Tokyo dalla polizia nazionale, il numero di suicidi lo scorso anno si è attestato a 32.845 casi, con un incremento dell’1,85% sul 2008. Le morti volontarie direttamente legate alla perdita del posto di lavoro sono schizzate del 65,3%, a 1.071 casi.

In Italia il tasso di disoccupazione giovanile sta sfiorando il 30%. La quota è in aumento di oltre 9 punti percentuali rispetto all'inizio della crisi, nel 2007, quando la disoccupazione giovanile era il 20,3%. E' un dato in sensibile aumento che sprigiona la disillusione verso questa società. C'è da sottolineare che la quasi totalità dei "fortunati" giovani che hanno un lavoro sono precari e con salari bassissimi con diritti spesso assenti. A caratterizzare il fenomeno nel 2009 è senza dubbio il suo forte legame con la crisi economico-occupazionale: Sono stati 2.986 i suicidi commessi in Italia nel corso del 2009, con un aumento del 5,6% rispetto all'anno precedente. Sono stati infatti 357 i suicidi compiuti da disoccupati nel 2009, con una crescita del 37,3% rispetto ai 260 casi del 2008 generalmente compiuti da persone espulse dal mercato del lavoro (272 in valori assoluti, pari al 76%, a fronte di 85 casi di persone in cerca di prima occupazione).

I dati ed i numeri non devono e non possono spiegare l'emotività e svelare tutta la tragedia che nascondono. Il principio del problema nasce anche da qui: per il sistema siamo solo numeri. La politica e le istituzioni, oltre alle buone e false frasi di circostanza, non agiscono contro questo disagio sociale, lo accrescono. Non possono neanche comprendere il crollo personale di uomini che faticano ad arrivare alla fine del mese. Uomini che si vergognano e si sentono falliti nel non portare a casa una pagnotta per sè e famiglia. La disperazione della disoccupazione, la disillusione di un cambiamento positivo, la rabbia verso un sistema ostile che combatte contro di noi una guerra sociale. Tutto questo sfocia nei suicidi dei più deboli che distruggono intere famiglie tra l'indifferenza dello stato. Il capitalismo dal volto omicida è da fermare. Troppe chiacchiere sono inutili. Servirebbe agire con forza, costruire un polo anticapitalista forte e compatto e combattere questa guerra contro il sistema. La crisi la stiamo pagando noi, anche oltre il limite, con il sangue e le vite strozzate.

"Anche l'uomo più sano e più sereno può risolversi per il suicidio, quando l'enormità dei dolori e della sventura che si avanza inevitabile sopraffà il terrore della morte." (Arthur Schopenhauer)

Andrea 'Perno' Salutari

Fonte: Patria del ribelle

giovedì 22 settembre 2011

Pd/ Ferrero: Veltroni e Renzi? Non sono di sinistra

"Renzi e Veltroni? Non sono di sinistra". A dirlo è Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, che oggi è stato ospite del programma di Radio2 'Un Giorno da Pecora'. Quindi - gli chiedono i conduttori - se ci fossero le primarie del centrosinistra, che percentuale di voti prenderebbero Renzi e Veltroni? "Renzi il 5%, e Veltroni l'1%". E Bersani? "30% o 35%". E Vendola? "Il 30%". Quanto crede prenderebbe, invece, D'Alema? "Poco se c'è Bersani, il 5%". Ferrero voterebbe "Vendola, che è quello più di sinistra tra questi".

"Per battere Berlusconi serve un'alleanza tra noi Pd, Italia dei Valori e Sel", sostiene ancora Ferrero, convinto invece che "Casini, con Fini, ha il 99% dei contenuti che sono vicini a quelli del centrodestra. Casini non è d'accordo solo nell'avere Berlusconi come leader". Ma di chi ha bisogno, a suo avviso, il nostro Paese? "Servirebbe qualcuno che riuscisse a parlare a tutto il popolo e a riunificarlo con coesione vera, come ha fatto Chavez in Venezuela". Ma cosa vorrebbe da un eventuale nuovo Governo? "La Patrimoniale sui grandi patrimoni, su quelli da un milione in su", con percentuali "a partire dal 2/3%".

No Tav: scarcerate le due donne arrestate, Elena Garberi e Marianna Valenti



Sono uscite dal carcere dopo la decisione del Tribunale del Riesame di Torino le due donne arrestate lo scorso 9 settembre. Soddisfatto il Movimento No Tav, che continuerà la propria battaglia

Dopo due giorni dall'inizio della discussione dell'istanza di scarcerazione, le due donne arrestate il 9 settembre scorso durante gli scontri al cantiere della Maddalena di Chiomonte, sono state fatte uscire dal carcere. Il Tribunale del Riesame di Torino ha, infatti, concesso a Elena Garberi gli arresti domiciliari e a Marianna Valenti l'obbligo di dimora.

"Siamo moderatamente soddisfatti ma aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza", questo il commento dei legali delle due donne. Elena Garberi, detta Nina, sconterà quindi la misura nella sua abitazione a Villar Dora (Torino), Marianna Valenti, invece, non potrà uscire dal territorio di Oglianico (Torino), paese in cui è residente con i genitori.

C'è soddisfazione nelle parole del Movimento No Tav, che negli scorsi giorni avevano fatto diversi appelli alla liberazione di Elena e Marianna, ultima la fiaccolata a Chiomonte che aveva radunato oltre 3 mila persone. "Si conclude così il primo episodio di una squallida vicenda che vede la magistratura torinese protagonista e diretta avversaria del movimento no tav - scrivono sul sito internet www.notav.info - In attesa di accoglierle nuovamente nella loro terra non possiamo che tirare un amaro respiro dopo giorni di apprensione. Sicuramente - concludono - la loro condizione migliorerà ma stiamo comunque parlando di una situazione grave in cui ancora una volta due donne sono ristrette nei loro movimenti, sorvegliate e messe alla gogna mediatica per essersi battute contro questo inutile e dannoso progetto".

Fonte: Torino Day

Cota aumenta gli sprechi in Piemonte

ARTESIO (FDS): CONTI SANITÀ, NEL SECONDO TRIMESTRE 2011 LA REGIONE SPENDE DI PIU’ – CHE FINE HA FATTO LA RIDUZIONE DEGLI SPRECHI DI COTA?

Oggi in Commissione Sanità l’Assessore Monferino ha presentato i dati di bilancio al secondo trimestre. Ai Consiglieri sono stati distribuiti prospetti con le sole uscite, senza le entrate e i riparti. Un commento della Capogruppo della Federazione della Sinistra Eleonora Artesio:

“Se era reale il risparmio di 18 milioni sul primo trimestre, come pomposamente annunciato (senza rendere pubblici i dati) da Cota e Monferino, allora nel secondo trimestre si inverte il trend, visto che nei primi sei mesi il risparmio complessivo è stato “solo” di 14 milioni rispetto al 2010 (4.321 a fronte di 4.335 milioni), di cui 12 milioni sul personale (che, pur scendendo, non raggiunge il livello programmato dal piano di rientro) e sull’assistenza da pubblico e privato per i servizi rivolti alla non autosufficienza per esempio la residenzialità, sui quali invece il piano di rientro previsto incremento. Su questo secondo punto la Giunta “lucra” politicamente sul fatto di non aver tagliato, ma la loro stessa analisi economica dimostra, nei fatti, che gli ingressi in struttura sono di fatto bloccati”.

“Rispetto al budget concordato con il Ministero nel piano di rientro le proiezioni fornite da Monferino dimostrano che l’attuale Giunta sforerebbe complessivamente di 121 milioni (8.643 rispetto ai 8.522 preventivati) sul programmato 2011. C’è inoltre un altro dato che non torna: la delibera del 29 luglio con gli stanziamenti alle Asl trasferisce 8.026.865.795, mentre la spesa programmata per il 2011 è di 8.522.426 euro, ovvero verrebbero a mancare circa 500 milioni”.

“Tornando ai dati macro presentati i presunti benefici sull’applicazione dei nuovi accordi con i privati distinti per Asl vedono la riduzione degli accordi negoziali fuori Torino e il mantenimento della stessa spesa per l’acquisto da privati in città”.

“Rispetto ai dati di bilancio sulle Asl vi sono spunti interessanti. Le reprobe Asl To 2 e To 4 - su cui si era prodotta la dimissione in tronco dei direttori generali e la sostituzione con Commissari che avrebbero dovuto apportare la famosa riduzione degli sprechi – crescono (!!!) nella spesa rispetto al 2010”.

“Dall’andamento della spesa si può dedurre su quali categorie generali vi sono state le riduzioni nelle aziende ospedaliere: sui fondi per le manutenzioni e per gli acquisti e sui costi del personale. Ma non tutte le aziende ospedaliere diminuiscono il quadro economico: clamorosa la diminuzione di Molinette - circa 11,5 milioni di cui più di 8 sulla manutenzione e 1,5 sul personale -, mentre confermano o crescono i bilanci del San Luigi e del Santa Croce di Cuneo nei quali non si rileva alcuna riduzione del personale; se ne dovrebbe dedurre che hanno ricevuto delle deroghe, ma non sappiamo per quali nuovi servizi”.

“Stupefacente l’incremento del bilancio dell’azienda ospedaliera di Cuneo avvenuto sotto la direzione di un manager proveniente dal privato, come il Dott. Cosenza. Anche il Mauriziano scende significativamente sacrificando acquisti e manutenzione”.

“Sintetizzando la lotta gli sprechi del Presidente Cota nell’ambito della sua epocale rivoluzione in sanità si riduce a due vittime: il personale dei servizi sanitari e la fascia più debole della popolazione. Evidentemente sono giudicati sprechi”.

Rivolta al Cie, immigrati in fuga

Tensione in corso Brunelleschi: 22 clandestini sono riusciti a fuggire: 10 arresti, 7 agenti feriti

Sono riusciti a fuggire in 22 dal Cie di Torino dove ieri sera, dopo che attorno alle 23.30 una decina di appartenenti all'area anarchica hanno fatto esplodere alcuni petardi e lanciato diverse palline da tennis all'interno del Cie, è scoppiata una vera e propria sommossa, una violenta azione di protesta simultanea in 4 delle 6 aree.

La protesta è scoppiata intorno alla mezzanotte: gli immigrati hanno danneggiato i cancelli di ingresso e le porte dei moduli abitativi. Poi, spiega la polizia di Torino, un fitto lancio di oggetti metallici e calcinacci contro il personale di vigilanza. Molti stranieri sono riusciti a scavalcare le mura perimetrali e, nonostante polizia e carabinieri abbiano arrestato dieci persone di varie nazionalità fra cui Tunisia, Marocco, Algeria ed Egitto, per i reati di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato, 22 stranieri sono riusciti a fare perdere le loro tracce.

Nove in totale i feriti: 3 appartenenti alla Polizia di Stato, 4 all'Esercito Italiano e 2 alla Croce Rossa.

Fonte: La Stampa

NO TAV A SCUOLA? TI MANDO I CARABINIERI!

Dopo un’assemblea sul tema dell’altà velocità in val di Susa gli studenti medi della val di Susa hanno deciso di portare all’interno delle loro scuole il problema per poterne discutere. Quindi da questa mattina, mercoledì 21 settembre sono iniziate le iniziative nei licei di Bussoleno, Susa e Oulx.

La data coincide inoltre con l’udienza per la scarcerazione di Nina e Marianna, le due donne arrestate la sera del 9 settembre a Chiomonte. Uno degli argomenti delle attività era appunto la discussione e la spiegazione delle ultime giornate di lotta che hanno visto il movimento no tav protagonista. Al des Ambrois gli studenti si sono organizzati la giornata facendo volantonaggio per sensibilizzare il resto degli studenti e successivamente durante l’intervallo hanno allestito un banchetto no tav. A seguito di questo volantinaggio sono comparsi nell’istituto i carabinieri della locale stazione che  però hanno giustificato la loro presenza al corpo docente in modo surreale “c’è un bel bar in questa scuola, siamo qui per un caffè” consapevoli di aver commesso un grave atto introducendosi all’interno della scuola senza alcuna autorizzazione e senza che nessuno abbia richiesto il loro intervento. Al Norberto Rosa di Susa-Bussoleno gli studenti si sono organizzati con una due giorni no tav iniziate stamani con un’assemblea. All’interno dell’assemblea si è discusso della delibera CIPE e del tunnel esplorativo della Maddalena approvato il 18 novembre 2010 oltre ovviamente agli avvenimenti accaduti negli ultimi tre mesi in valle di Susa. Le attività proseguiranno domani in tutti gli istituti aspettando con apprensione le decisioni della magistratura torinese. Questo l’inizio di una seria campagna di informazione e lotta all’interno degli istituti superiori puntando poi ad un coinvolgimento degli istituti torinesi magari partendo già dal corteo studentesco del 7 ottobre a Torino.

Fonte: Info Aut